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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Animus (del 19/11/2007 @ 09:06:05, in The books of magic, linkato 687 volte)

Voglio ricollegarmi all’articolo di Anima sulla ricerca della Visione. Mi è tornato in mente più volte mentre leggo, in questi giorni, un illuminante libro di Rick Jarow, Crea il lavoro che ami. Preciso subito, dato che il titolo potrebbe trarre in inganno, che non ha nulla da spartire con quel filone… come chiamarlo? Mi viene “pensa-ininterrottamente-a-far-soldi-e-a-divorare-gli-altri”, mi sembra una definizione appropriata. Insomma, mi riferisco a quei libri che hanno titoli del tipo “I sette pilastri del successo”, con l’autore in copertina in posa dinamica dal sorriso smagliante assolutamente falso e magari atteggiato anche con il pollice alzato alla Fonzie.

I libri sono ovviamente solo una parte, un frammento di un modus vivendi che ci è entrato dentro in profondità, talmente che consideriamo del tutto normale la costante, quotidiana spinta che guida la stragrande maggioranza delle persone ad accettare lavori lontanissimi dalla propria anima, dalle proprie energie interiori, perché lavorare è prioritario su qualsiasi altra esigenza, su qualsiasi altro bisogno. Questo appare ormai come il comandamento assoluto, più potente anche dei dieci comandamenti per chi è cattolico. Eppure, se ci fermiamo a riflettere almeno per un istante, ci rendiamo conto che un tale modus vivendi è qualcosa che appartiene all’epoca contemporanea, che si è sviluppato grazie alla corsa sempre più accentuata al consumismo, e che quindi nelle epoche passate i tipi con il pollice alzato alla Fonzie sarebbero stati quanto meno derisi.

Però noi viviamo nel terzo millennio, e la domanda da porci è: cosa è davvero essenziale per la nostra vita? Siamo ininterrottamente bombardati da talmente tanti stimoli consumistici che in genere non ci rendiamo nemmeno più conto di essere entrati nel vortice “produci-consuma-produci-consuma…”. Dov’è la nostra essenza, in tutto questa frenesia? Ci sono istanti in cui vi sentite davvero appagati, in cui vi fermate e pensate: “Ora sono davvero completamente a mio agio, non ho bisogno di altro.”? Probabilmente ad esser sinceri la risposta è negativa in modo sistematico, perché siamo sempre raggiunti da qualche nuovo, ulteriore stimolo che ci spinge a consumare qualcosa che non abbiamo ancora consumato.

Dov’è la nostra essenza, in tutto questo? Provocatoriamente, ne “Il ballo del potere” Battiato canta: “I Pigmei dell'Africa, si siedono per terra / con un rito di socialità, / tranquilli fumano l'erba.” La provocazione sta nel farci notare che persino certe droghe leggere che sono sempre state canali per incontrare parti più profonde di noi stessi, in questa corsa senza traguardo vengono completamente svilite nella loro funzione quasi sacra, per essere vissute semplicemente in un’ottica consumistica che quindi si ripropone, ancora e ancora. E’ sintomatico, non trovate anche voi?

A cosa si può ricorrere, per ricollegarsi alla propria integrità, se non alla scintilla della magia interiore? Scrive Jarow:

“Inibire la capacità individuale di creare immagini è essenziale per inculcare il paradigma della produttività. Perché il fantasticare – il sognare ad occhi aperti, fare lunghe e lente passeggiate e roba del genere – spreca tempo prezioso e “produttivo”. Invece di essere educati alle possibilità e agli usi dell’immaginazione, veniamo incoraggiati a farla defluire attraverso il sifone della televisione. La dimensione visionaria dell’esperienza umana è essenziale, ma quando viene svalutata, finisce per colare attorno e noi diventiamo, come dice Eliot, “distratti dalla distrazione nella distrazione.” (in “Four Quartets”).”

Se il lunedì mattina ci svegliamo con un senso di oppressione che non ci lascia fino a quando non riusciamo a distrarci con qualcosa che ci fagocita, non è detto che l’anomalia sia in noi. Questo ce lo ricorda proprio la magia, quella scintilla interiore che ci giunge da un passato talmente antico da averne perso la memoria cosciente, eppure non per questo meno tangibile, meno reale. Qual è la Visione interiore che ci appartiene davvero? Forse i tempi sono maturi per riappropriarci di flussi energetici e capacità che Mr. McDonald’s vorrebbe continuare ad annullare. Della nostra eredità naturale fa parte lo scoprire che in noi ci sono forze più che sufficienti per riuscire a trovare un posto nel mondo in sintonia con la nostra essenza, e anche per accorgerci che è una battaglia inutile e disperata adeguarci a ritmi e valori che non ci appartengono facendolo col sorriso sulle labbra. Sarà inevitabilmente sempre un sorriso falso, forzato, esattamente come quello che ci rimandano le copertine di certi libri.

 
Di Anima (del 30/09/2007 @ 15:20:49, in The books of magic, linkato 503 volte)
Proprio ieri sera un amico mi ha fatto vedere “The illusionist”, un bel film dell’anno scorso che mi ha colpito per molti versi.
In primo luogo, perché mostra più palesemente di tante verbosità, che è davvero sottile il confine fra reale e percepito.
In secondo luogo, perché è una bella favola sulla teoria dell’uomo numero quattro, così come ce la raccontano quelli della Quarta Via.
Per sintetizzare, la nostra evoluzione si basa su un Super sforzo, una Fatica con la F maiuscola che canalizza le nostre energie sottili verso più alti piani di coscienza, utilizzando come pretesto il raggiungimento di uno scopo in quest’esistenza.
Bisogna ardere come una falena in questa vita, tendere al raggiungimento dell’obiettivo o morire nel tentativo.
Einsenheim l’illusionista, figlio di un ebanista, userà tutte le sue arti per creare la grande illusione che coprirà la sua fuga, in compagnia della donna amata, da un principe intelligente, ma votato alla violenza.
Tutto questo mi fa riflettere sulla cosiddetta teoria ambientale, che sostiene l’influsso di un’inalienabile influenza dell’ambiente in cui viviamo sugli esiti della nostra esistenza.
Come dire che un contadino difficilmente supererà i confini della sua casta sociale.
C’è da dire che l’odierna società sta rafforzando il concetto di casta.
E mi spiace sottolineare che questo accade soprattutto alla nostra cara vecchia Europa, e in particolare alla nostra carissima Italia, dove un laureato spesso non trova niente di meglio che lavorare al Mac Donald.
È evidente che, benché inseriti in un contesto democratico che si definisce meritocratico, benefici e privilegi regolano l’accesso ai quadri di comando della società.
La classe politica ne è diventata un esempio tangibile.
Ci abbiamo impiegato secoli per avanzare da forme di governo autarchiche e limitate a rappresentanze più ampie e condivise del pubblico consenso.
Abbiamo lottato per evitare che alcuni privilegi dei governanti assumessero una forma ereditaria e siamo facilmente passati al nepotismo.
Di fatto, e dico questo con tristezza, il potere, ancora una volta, oggi si eredita.
E il ricambio periodico a cui doveva essere sottoposta la classe politica, che assicurasse una rappresentanza più ampia e meno privilegi a coloro che sono stati chiamati a servirci e non a dominarci, si è trasformato in legislature che durano vite intere, trasferibili ad eventuali eredi di turno.
Evviva il re, mi verrebbe da dire, perché di fatto ritorniamo alla monarchia.
Sono piccoli re i sindaci a volte arroganti di certi paesotti, incluso il mio, che superano a larghi passi la piazza, rivestiti di un’aura di potere di cui a volte mi sfugge il senso.
E, al loro passaggio, la piccola nobiltà locale si fa avanti, per salutare la passeggiata del monarca.
Nobiltà resa tale da privilegi e benefici concessi qua e là con lungimiranza, in attesa del tempo del raccolto, che, come si sa, è un tacito accordo per perpetrare la dinastia.
Dunque i comuni hanno assunto l’aspetto di tante piccole Versailles.
Magari non lo splendore, quantomeno i modi.
O tempora!
In quest’ottica vedo alcuni fenomeni, il pluricitato Beppe Grillo, l’antesignano Moretti, come segni di un tentativo di evoluzione.
C’è aria di rivoluzione, direbbe Battiato.
Vedete, il caro Gurdjeff sosteneva che il mondo è destinato ad un’inesorabile evoluzione, che tuttavia ha tempi lentissimi, quei tempi che appartengono alla materia organica di cui siamo fatti.
Non scordate che il primo uomo, nella Bibbia, si chiama Adamà, che vuol dire zolla.
Una parte di noi è fatta di materia organica. Dove alberghi lo spirito, è altra storia.
È ovvio che la Terra proceda verso una graduale evoluzione, che però si srotola lungo tempi lunghissimi, che vanno nell’ordine di miliardi di anni.
E la razza umana, nella sua globalità, evolve nell’ordine delle migliaia.
Queste sono le catene organiche che ci tengono avvinti alle leggi dell’universo, così come Gurdjeff le concepiva e le trasmetteva.
È ovvio che in questo paradigma generale solo gli individui singoli hanno la possibilità di evolvere per se stessi, raggiungendo la completa liberazione anche in una sola esistenza, quando cerchino e incrocino le giuste circostanze.
E, trovata la loro visione, essa sarà in grado di influenzare il mondo.
In risposta al privilegio dei regnanti, Einsenheim l’illusionista, figlio di un ebanista, userà il potere della sua visione, generato dal suo talento, sostenuto dalla sua essenza, e modificherà il corso della storia, l’inevitabile destino.
È una bella favola, ma le favole nascondono semi.
Ai soprusi del potere possiamo opporre il potere della visione, e iniziare a cercarne una: la nostra.
 
Di Anima (del 19/09/2007 @ 18:17:58, in The books of magic, linkato 1455 volte)
Cos’è la magia?
Una domanda primordiale, immagino.
Un bisogno istintivo, suppongo.
Quello che ci siamo chiesti appena dopo aver saziato la fame e placato il bisogno di sonno e la necessità di una protezione.
D'altronde, se la pancia non è piena, non abbiamo neppure il tempo di porci il problema.
Dicevo, dunque, che cos’è la magia?
Il problema se lo pone anche il piccolo Tim, in “The books of magic” del visionario e geniale Neil Gaiman.
Una serie di mentori si farà carico di rispondergli lungo il tragitto.
C’è chi poi si definisce mago o si autoproclama sciamano.
Non sto dicendo eresie, ve l’assicuro.
Qualche anno fa mi hanno raccontato che Patrizio Paoletti, maestro occulto di quarta via, salendo sul palco abbia detto: “Io sono un mago”.
Un po’ più creativamente Alan Moore nel giorno del suo quarantesimo compleanno mette su una performance magica basata sul ritrovamento del suo sacco amniotico fra gli effetti personali della madre morta poco tempo prima. E in quella circostanza coglie l’occasione per autoproclamarsi sciamano.
A chi gli chiede il perché di un gesto così bizzarro lui risponde con una buona dose di ironia (anche se dà tutta l’impressione di volerci prendere un po’ in giro…!) che aveva bisogno di vaccinarsi da un’incipiente crisi di mezza età che rischiava di lasciargli un bell’esaurimento nervoso.
Proviamo a credergli.
Dunque, giusto per non perdere il filo, che cos’è la magia?

La magia esiste?
Credo di si.
A chi pensa che i maghi siano buoni solo a far uscire colombe dal cappello, rispondo che la mente possiede trucchetti più divertenti per disorientarci.
Un esempio?
Un libro, “Le porte della percezione” di Aldous Huxley.
Poi vedrete che scherzetti tira la mescalina.
Questo giusto per dire che non abbiamo il potere di modificare la realtà, ma suppongo che possiamo fare qualcosa per modificarne la sua percezione.
Da lì, ma il discorso si allunga, potremmo infine arrivare a credere che in fondo la Realtà è SEMPRE stata lì, sotto il palmo del nostro naso, se noi fossimo stati in grado di accorgercene prima…
Immagino che questo sia qualcosa che ha a che fare con la magia.
In fondo, sapete, i monaci buddisti che sia aggirano così pacificamente tra di noi, conoscono più di un trucchetto che potrei senza timore di esagerazione definire… magico.
Retaggi, pare, dello sciamanesimo Bon che li ha preceduti su quelle terre.
Tecniche di respiro per non soccombere per il freddo in una tormenta, rituali per aprire il terzo occhio e permettere di vedere l’aura altrui…
Dicevo, dunque, che cos’è la magia?
E che legame, se lo ha, la magia possiede con la parola?
E se la parola è il Verbo, ed è parola di creazione, ed è creazione, che relazione esiste fra la parola e l’arte? E la magia e l’arte?
Lascio vagare qualche domanda. In fondo, non è detto che io possieda tutte le risposte…


 
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