Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Persa la regola della costruzione grammaticale, oggi non c’è più una definizione di poesia universalmente accettata.
Cos’è poesia, dunque? Lungi da me l’intenzione di ricercare una definizione oggettiva. Vorrei invece proporvi una condivisione di risposte a questa domanda legate al nostro “fare” poesia. Chi ne traccia i segni ma anche chi ne legge; perché anche leggere versi è, per me, un “fare poesia”, in un certo senso.
Al di là di definizioni legate a regole grammaticali ormai non più accettate, oggi la distanza tra prosa e poesia appare sempre più ridotta, nella maggior parte dei casi, tanto che ormai spesso si parla di prosa poetica. In ogni caso, sarebbe molto interessante, in questo spazio comune a tutti noi, porre l’accento su cosa per noi è importante, nel corso di questo “fare”. Cosa fa da sottofondo alla pulsione che guida, poi, verso la tracciatura del segno? Ciò che è esplicito non è forse frutto di qualcosa che è implicito? Se anche la vostra risposta a questa domanda è affermativa, mi piacerebbe che condividessimo l’essenza di questo qualcosa che è implicito, e che forse è anche comune a tutti noi, magari in misura variabile nei suoi vari aspetti.
Forse potremmo scoprire, potremmo accorgerci di una bellezza che fa da sottofondo…
Vorrei partissimo dallo spunto offerto dal saggio del 1970 “La poesia di Sylvia Plath”, scritto da John Frederick Nims:
“Quanti poeti ci sono tra i giovani dai capelli lunghi delle università della nostra amata patria? 50.000? 200.000? Certo più che in qualsiasi altro momento della storia del mondo. Essere un poeta va di moda tra i giovani: ne prendono l’aspetto e sbattono sulla carta i sacri pensieri che nessuno dei “vecchi” ha mai pensato prima, e se ne vanno in giro a gruppo travestiti da poeti; non conformisti proprio come migliaia di loro simili, e come se la godono! Peccato che non lavorino molto. Spontaneità, pensano, ecco quello che ci vuole. Dillo com’è, come ti viene da dentro. Ma Sylvia Plath in un breve discorso introduttivo per un disco ha seccamente rifiutato questo tipo di pigrizia: “Penso che la mia poesia sia frutto diretto delle esperienze dei miei sensi e delle mie emozioni, ma devo dire che non posso provare simpatia per quelle “grida del cuore” che non prendono forma che dalla droga o dalla violenza o da qualsiasi altra cosa sia. Credo che si dovrebbe saper controllare,manipolare le esperienze anche le più terribili, come la follia, come la tortura… e che si dovrebbe saperle manipolare con una mente lucida che dia loro forma…”. “Controllare”, “manipolare”, “dar forma”, “lucida”, “mente”, ai nostri fini queste sono le parole chiave. Il che non vuol dire che la poesia non venga mai con facilità (anche se accade raramente), ma viene solo lungo percorsi laboriosamente preparati prima, di solito per anni.”
Trentasei anni dopo molte cose sono cambiate, a cominciare dalla lunghezza dei capelli delle nuove generazioni, ma ovviamente l’importanza dello spunto riguarda ben altro, per noi: come “arriva” la poesia?