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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Molte fonti spirituali citano la Bellezza, l’Arte, la magnificenza di alcuni paesaggi naturali come strumenti per elevare il proprio stato vitale; non solo, ma anche la propria consapevolezza.
Secondo la Scuola Esoterica di Quarta Via, l’uomo si nutre attraverso tre tipi di alimenti: il cibo, l’aria, le impressioni. Quanto più si scelga con cura per ciascuno di questi elementi, tanto più è possibile incrementare la qualità e la quantità del nostro benessere fisico, mentale, spirituale.
Scegliere cibi compatibili con il nostro metabolismo, meglio ancora che compensino eventuali mancanze o incrementino eventuali potenzialità; respirare profondamente, nella modalità che l’HataYoga definisce respirazione completa, andando ad allargare progressivamente in primo luogo il ventre, in secondo luogo i polmoni, facilitando così un’estensione completa dell’apparato respiratorio; selezionare con cura le impressioni di cui ci circondiamo: le emozioni di cui ci nutriamo, la gradevolezza estetica degli oggetti che acquistiamo per i nostri spazi privati, i libri che leggiamo, i film che andiamo a vedere, i programmi che guardiamo in tv.
Ammettetelo, sembra un progetto sfiancante.
La vita moderna, sovraccitata sopra ogni dire, è frenetica. Eppure questa è la sfida: innalzare il livello di attenzione oltre la normale soglia di presenza. Rimanere consapevoli, presenti, sforzarsi di tramutare il caos in ordine, in bellezza, in armonia. Circondarsi letteralmente di bellezza.
Elogiata Bellezza!
Di cui, forse, abbiamo smarrito il codice.
Gurdjieff, nei suoi viaggi riportati nel libro “Incontri con uomini straordinari” , parla, seppure in toni talora criptici, di monumenti del passato, vestigia dell’antichità, incrociati, talvolta intenzionalmente cercati, edificati secondo antichi codici estetici che miravano a colpire diversi apparati presenti nell’essere umano: i centri istintivo, motorio, emozionale, mentale. In tal modo, chiunque si fosse accostato alla loro sacra presenza, avrebbe potuto ricavarne un messaggio attinente al suo particolare tipo fisico. Un emotivo sarebbe stato colpito dal linguaggio simbolico, un mentale da quello razionale- scientifico e via discorrendo.
Temo che una tale perfezione comunicativa attualmente ci sfugga.
Talora la pubblicità sfiora un livello molto superficiale di questa antica conoscenza, quando, rivestendo più un ruolo di persuasore che di comunicatore, usa determinati stereotipi per colpire diversi tipi di target. Se vi sembra naturale che donne ammalianti e bolidi potenti facciano colpo su tipi psicologici dominati da un forte centro istintivo, che immagini dai contorni morbidi e sfumati, con richiami infantili, catturino tipi più emozionali, pensate a cosa riuscissero a fare certi antichi saggi che, volendo, combinavano quattro differenti tipi di comunicazione nella stessa opera d’arte.
Parliamo di livelli che sfuggono completamente al nostro attuale livello di consapevolezza.
“Naturalmente, i modelli di universo più completi, creati dalle scuole del passato, miravano a combinare formulazioni di ciò che desideravano esprimere in molti linguaggi, in modo da riferirsi a molte o a tutte le funzioni contemporaneamente e così compensavano parzialmente la contraddizione tra i diversi lati della natura umana a cui abbiamo già fatto riferimento. Per esempio, nella cattedrale di Chartres, la lingua della poesia, delle posture, degli aromi, dell’arte e dell’architettura erano combinate con successo e qualcosa di simile sembra essere stato fatto con successo nelle rappresentazioni drammatiche dei Misteri Eleusini. Ancora, in certi casi, per esempio nella Grande Piramide, la lingua dell’architettura sembra essere stata usata non solo per il simbolismo della sua forma, ma al fine di creare in una persona che attraversava l’edificio in un certo modo, una ben precisa serie di impressioni emozionali e di shock che avevano un significato definito in se stessi e che erano calcolati per rivelare la vera natura delle persone ad essi esposte.” (Rodney Collin, “Influenze celesti”, Officina 99- Napoli)
“L’arte non è un sostituto del ricordo di sé, ma l’anima ha bisogno di qualcosa con cui nutrire la sua essenza. Socrate disse: “Tutti gli uomini sono in uno stato di gestazione fisica e spirituale e hanno bisogno di circondarsi di bellezza per poter nutrire la loro nascita.” (Robert Earl Burton, “Il ricordo di sé”, (Ubaldini Editore- Roma)
Infine, per concludere questa prima parte del nostro discorso, ecco alcuni celebri versi di Alfred de Musset:
“Ma la Bellezza è tutto. Platone stesso l’ha detto:
la Bellezza, su questa terra, è la cosa suprema.
È per mostrarcela che è fatto il giorno.
Nulla è bello se non il vero, dice un verso illustre;
ma senza tema d’eresia, io gli rispondo:
nulla è vero se non il bello; nulla è vero senza Bellezza.”
Quando un certo concetto di bellezza viene immerso nella quotidianità… Vorrei proporvi altre pagine di Hillman che considero molto stimolanti. Leggo le sue parole come un continuo invito ad accogliere la tangibilità di una certa idea di bellezza. Voi cosa ne pensate?
Il curioso rifiuto di ammettere la bellezza nel discorso psicologico avviene anche se ciascuno di noi sa che niente colpisce l’anima, niente le dà tanto entusiasmo, quanto i momenti di bellezza – nella natura, in un volto, un canto, una rappresentazione, o un sogno. E sentiamo che questi momenti sono terapeutici nel senso più vero: ci rendono consapevoli dell’anima e ci portano a prenderci cura del suo valore. Siamo stati toccati dalla bellezza. Eppure la terapia non parla mai di questo fatto nelle sue teorie, e l’aspetto estetico non ha alcun ruolo nella pratica terapeutica, nella teoria evolutiva, nella traslazione, nei concetti di trattamento riuscito o fallito e nella fine della terapia. Abbiamo forse paura del suo potere?... …A partire da questo fatto nel campo che più mi è proprio, io sosterrò che oggi l’inconscio più significativo, quel fattore che è più importante nell’opera della nostra cultura psico-logica, potrebbe essere definito come “bellezza”: perché è questo ciò che è ignorato, omesso, assente. Il represso non è dunque quello che generalmente crediamo: la violenza, la misoginia, la sessualità, l’infanzia, le emozioni e i sentimenti, o anche lo spirito, che riceve ciò che gli spetta nella pratica della meditazione. Tutti questi temi sono comuni nella conversazione quotidiana. No, il rimosso è oggi la bellezza. La natura adesso è in dialisi, si spegne lentamente, tenuta in vita soltanto dalla tecnologia avanzata. Che cosa può muoverci così in profondità quanto richiede la profondità del bisogno ecologico? Non bastano il senso del dovere, la meraviglia, il rispetto, il senso di colpa, e la paura dell’estinzione. Soltanto l’amore può tenere in vita il paziente – un desiderio per il mondo che dà quella vitalità, quell’interesse appassionato su cui poggiano tutti gli altri sforzi. Noi vogliamo il mondo perchè è bello, i suoi suoni, i suoi odori, la composizione delle sue strutture, la presenza sensibile del mondo come corpo. In breve, sotto la crisi ecologica giace la ben più profonda crisi dell’amore, il fatto che il nostro amore ha abbandonato il mondo; e che il mondo sia privo di amore risulta direttamente dalla repressione della bellezza, della sua bellezza e della nostra sensibilità alla bellezza. Perché l’amore torni al mondo è prima necessario che vi torni la bellezza, altrimenti ameremmo il mondo solo per dovere morale: pulirlo, conservarne la natura, sfruttarlo di meno. Se l’amore dipende dalla bellezza allora la bellezza viene prima, una priorità che si accorda con la filosofia pagana più che con quella cristiana. La bellezza prima dell’amore si accorda anche con quell’esperienza fin troppo umana di sentirsi spinti verso l’amore dal fascino della bellezza. Un secondo importante interesse, che sollecita una pratica della bellezza, è di carattere economico. Questo può sorprendere, perché generalmente la bellezza è considerata qualcosa di accessorio, un lusso, estranea allo scopo dell’economia. Se, ad esempio, c’è da costruire una piazza, i progettisti definiscono prima di tutto la questione del traffico, poi l’accessibilità per le compere e per gli altri usi commerciali; come ultima cosa viene l’ “immagine” della piazza: una scultura commissionata, una fontana, un piccolo gruppo di alberi e alcune aiuole, alcune luci speciali. L’artista è l’ultimo ad essere convocato e il primo a essere eliminato, quando il progetto comincia a superare lo stanziamento. L’abbellimento costa troppo. E’ antieconomico. Invece contrariamente a questo consueto modo di vedere, la bruttezza costa di più. Qual è l’economia della bruttezza? Quanto costano in termini di benessere fisico e di equilibrio psicologico un design trascurato, coloranti da quattro soldi, suoni, strutture e spazi privi di senso? Passare una giornata in un ufficio sotto un’accecante luce diretta, su cattive sedie, vittime del costante monotono ronzio del computer, posando gli occhi su una moquette logora e macchiata, tra piante artificiali, compiendo movimenti unidirezionali, premendo un pulsante, reprimendo i gesti del corpo, per poi, alla fine della giornata tuffarsi nel sistema del traffico o dei mezzi pubblici, in un fast food e in un’abitazione di serie. Che costo ha tutto questo? Quanto costa in termini di assenteismo? In termini di ossessione sessuale, di abbandono della scuola, di iperalimentazione e di attenzione frammentaria? Qual è il costo di tutti i rimedi farmaceutici, di quella gigantesca industria dell’evasione che è il turismo, dello spreco consumistico, della dipendenza dalla chimica, della violenza nello sport, e di quel colonialismo mascherato che è il turismo? Forse che le cause dei maggiori problemi sociali, politici ed economici del nostro tempo non potrebbero essere ricercate anche nella repressione della bellezza?... Ma un momento: non abbiamo ancora detto che cos’è la bellezza… la definizione cade nella consueta disputa soggetto/oggetto. Il soggettivista – Hume per esempio – dice che la bellezza è nell’occhio di chi osserva… Gli oggettivisti sostengono che la bellezza non è nell’occhio di chi guarda; o se anche è così, ciò è soltanto a causa delle proprietà formali dell’opera d’arte presenti lì nell’oggetto… Proviamo invece a immaginare che la bellezza sia data permanentemente, inerente al mondo nei suoi dati, sempre lì in mostra, un’esposizione che evoca una risposta estetica. Questo splendore intrinseco si accende con maggiore luminosità e maggiore intensità in certi eventi, particolarmente in quegli eventi che lo splendore cercano di coglierlo e di rifletterlo, come le opere d’arte. Se volessimo usare un linguaggio mitologico per questo splendore intrinseco, parleremmo di Afrodite, la dorata, colei che sorride, il cui sorriso rende il mondo piacevole e amabile. Ma Afrodite era ben più che una gioia estetica: era una necessità epistemologica, perché senza di lei tutti gli altri Dèi sarebbero rimasti nascosti… Grazie a lei, il divino poteva esser visto e udito, odorato, gustato e toccato. Lei rendeva manifesto il pensiero divino. E noi rispondiamo alla sua radiosa presenza nelle cose, con parole come “divino, ultraterreno, meraviglioso, splendido, superbo, sorprendente, celestiale, delizioso” – parole che attestano l’identificazione divina di ogni cosa ordinaria, sia essa la morbidezza di una stoffa, la cascata dei capelli di una donna, o il gusto di un vino. …La vera radice della parola “estetica”, ”aistbesis” in greco, significa “percezione sensoriale”. “Aisthesis” risale agli omerici “aiou” e “aisthou”, che significano sia “percepisco” che “resto senza fiato”, “mi sforzo di respirare” e “aisthomai”, “aisthanomai”, “inspiro”. Questo non suggerisce forse, perché la bellezza possa comparire, che noi dobbiamo rimanere immobili, fermare le percezioni vaganti dell’occhio, l’abituale spinta in avanti del corpo, le incessanti associazioni della mente?... Fermando il movimento in avanti della mente, del corpo e dello spirito, l‘anima può diventare recettiva, come nei quadri dell’ Annunciazione, dove Maria viene sorpresa da un angelo, turbata, sospesa… Un’ultima riflessione: quel restare senza fiato… ha la sua origine nel torace, che nella Kundalini Yoga è il luogo del chakra, del cuore. Lì, quegli improvvisi e inaspettati andare e venire dei sentimenti sono immaginati dalla fuggevole gazzella, che è intravista solo raramente,nei suoi movimenti rapidi e sorprendenti e nella sua assoluta e congelata immobilità,quando se ne sta in osservazione e in ascolto, con tutti i sensi acuiti. Se questo chakra non viene alla vita, e il cuore non si apre e la gazzella non si desta, noi rimaniamo sordi e ciechi, repressivi nonostante le migliori intenzioni, semplicemente perché l’ordine che percepisce la bellezza, che resta senza fiato nella risposta estetica, non è stato risvegliato. La gazzella si nasconde nei fitti boschetti dell’anima o dorme nell’innocenza. Così, al di là di tutto il resto che ho detto – e ho detto troppo, troppo in fretta e troppo sommariamente – lasciate che il cuore si risvegli, che si risvegli il pensiero del cuore, così da catturare la gazzella.
(James Hillman, dal libro “Politica della bellezza”)
Perché cercare in un Dio che è oltre noi la bellezza che è intorno a noi e dentro noi?
Il saggio di Hillman che tanto mi è piaciuto e che è diventato poetica fondante di questo progetto asserisce esattamente il contrario:
la Bellezza
non è un bene teleologico al quale tutti tendiamo come meta ultima, bensì la natura reale delle cose, l’immanente, il presente, che ci sfugge per l’atrofia dei nostri mezzi di percezione, primo fra tutti il cuore.
Gli Dei sono immagini del cuore, e benché io creda in ciò che credo, e che qui non mi dilungo a spiegare, tutti i mondi sono una realtà connessa attraversati da luce che i nostri occhi chiusi alla nascita non afferrano.
Non bisogna andare oltre il corpo e addirittura oltre l’anima, e la bellezza fisica non è il canone di proporzioni che qualcuno vorrebbe insegnarci.
La bellezza è nel corpo e del corpo, ma in un contesto che da millenni ci insegna a demonizzare il corpo e le sue forme, non mi meraviglia che questo possa sembrare un concetto plebeo.
Esistono vie sensuali che abbiamo imparato a dimenticare ed esistono vie ascetiche che abbiamo imparato a conoscere e a riconoscere come giuste, predilette, preferenziali.
Potrei citare infinite vie di conoscenza attraverso il percorso dei sensi, che Agostino rinnegò.
Non sono la prima sostenitrice di questo filosofo.
E tuttavia questi percorsi di certo non spiacevano a Socrate, che da uomo libero che fu nella vita come nella morte disse sempre ciò che credeva e visse con la libertà che ritenne giusta per sé.
Siamo troppo abituati a proiettare nella mente, ahimè, modestissima frazione della nostra coscienza, processi di simpatia (e mi rifaccio qui all’etimo) che appartengono al corpo.
E al cuore.
Nel cuore è la realtà ultima di tutte le cose, nel cuore è la rete che ci collega tutti, e quando questa realtà si connette a ciò che esiste da sempre, alla Bellezza ultima di tutte le cose, non esiste separazione fra esistenza ed essenza, che appunto coincidono.
Prediligo le forme estatiche di conoscenza, percorro una via dei sensi e dell’apertura del cuore che probabilmente è peculiarmente una via femminile, ma non solo.
Per me Afrodite è sempre stata nel mondo e del mondo, e se questo ci sfugge, è perché ce ne siamo disamorati.
E se Afrodite richiede un pegno, quello certamente è l’amore.
Quando ho letto il commento postato dalla gentile Rosaria, ho pensato che era troppo bello per non essere inserito in homepage.
Le sue sono considerazioni sulla bellezza, credo in risposta alla mail di presentazione in cui parlavamo di Afrodite Urania e Pandemia e della necessità del ritorno della Bellezza nel mondo e di una giusta disposizione dell’animo umano alla sua accoglienza.
In particolare ho apprezzato il brano che descrive la luminosa Mahalakshmi e tutta la sua radiosa beltà che è del cuore come del viso, dimostrazione ancora una volta,( ma ce n’é bisogno?) che la luce interiore è anche luce esteriore: il Bene, il Bello, il Vero.
Grazie, Rosaria.
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Per un mio messaggio sulla “bellezza” cito anche il Fedro di Platone.
[…] L'anima se ne sta smarrita per la stranezza della sua condizione e, non sapendo che fare, smania e su di se non trova sonno di notte né di giorno, ma corre, anela là dove spera di poter rimirare colui che possiede la bellezza. E appena l'ha riguardato, invasa dall'onda del desiderio amoroso, le si sciolgono i canali ostruiti: essa prende respiro, si riposa delle trafitture e degli affanni, e di nuovo gode, per il momento almeno, questo soavissimo piacere. […] Perché, oltre a venerare colui che possiede la bellezza, ha scoperto in lui l'unico medico dei suoi dolorosi affanni. Questo patimento dell'anima, mio bell'amico a cui sto parlando, è ciò che gli uomini chiamano amore. (Platone, Fedro, Opere complete, pp. 250-252.)
III° POTERE
Mahalakshmi in una rappresentazione tradizionale indiana:
La Saggezza e
la Forza non sono le sole manifestazioni della Madre suprema; vi è nella sua natura un mistero più sottile, senza il quale
la Saggezza e
la Forza sarebbero incomplete e la perfezione non perfetta. Al di sopra di esse, vi è il miracolo dell'eterna bellezza, segreto inafferrabile delle armonie, la magia imponente di un incanto irresistibile ed universale, di un'attrazione che attira e lega le cose, le forze e gli esseri, e li obbliga ad incontrarsi e ad unirsi acciocché un ananda nascosto possa agire da dietro il velo e fare di essi i suoi ritmi e le sue forme. Questo è il potere di Mahalakshmi e nessun aspetto della divina Shakti è più attraente per il cuore degli esseri incarnati.
Maheshwari può sembrare troppo calma, troppo grande e troppo distante da avvicinare e da contenere per la piccolezza della natura terrestre, Mahakali troppo rapida e terribile da sopportare per la loro debolezza: ma tutti si volgono con gioia ed ardore verso Mahalakshmi. Essa emana il sortilegio della dolcezza inebriante del Divino; essere vicino a Lei è felicità profonda, e sentirla nel proprio cuore fa dell'esistenza un'estasi meravigliosa; la grazia, l'incanto e la tenerezza emanano da Lei come la luce, dal sole, e ovunque fissa il suo sguardo meraviglioso o lascia cadere la bellezza del suo sorriso, l'anima è presa, cattivata ed immersa nelle profondità di una felicità insondabile.
Magnetico è il tocco delle sue mani; il loro delicato e occulto influsso purifica lo spirito, la vita e il corpo, e là ove essa preme i suoi piedi, scorrono i flutti miracolosi di un ananda che rapisce.
E tuttavia non è facile far fronte alle esigenze di questo Potere incantatore o di conservarne la presenza. L'armonia e la bellezza dei pensieri e dei sentimenti, l'armonia e la bellezza in ogni movimento esteriore, l'armonia e la bellezza della vita e di ciò che l'attornia, ecco quello che esige Mahalakshmi. Là ove c'è affinità con i ritmi della felicità segreta del mondo, la risposta al richiamo della bellezza, dell'armonia, dell'unità e del flusso gioioso di molte vite volte verso il Divino, in questa atmosfera acconsente a dimorare. Ma tutto ciò che è brutto, meschino e volgare, tutto ciò che è perverso, sordido e miserabile, tutto ciò che è brutale e grossolano, impedisce la sua venuta. Essa non si presenta dove l'amore e la bellezza non sono nati o non nascono che a malincuore; là ove sono mescolati a cose più basse, che li sfigurano, se ne allontana subito, o non si cura affatto di dare le sue ricchezze. Se, nei cuori degli uomini, si trova circondata d'egoismo, di odio, di gelosia, di malevolenza, d'invidia e di conflitto, se il tradimento, l'avidità e l'ingratitudine sono mescolati al contenuto del calice sacro, se la grossolanità della passione ed il desiderio impuro degradano la devozione, in simili cuori
la Dea graziosa e magnifica non si attarda. Un disgusto divino la prende e si ritira, non essendo l'insistenza il suo modo d'essere; oppure, velandosi la faccia, attende che il rifiuto e la sparizione di questo amaro, diabolico veleno le permetta di stabilire nuovamente il suo felice influsso. La privazione e la severità ascetica non le sono gradevoli, come neppure la soppressione delle emozioni più profonde del cuore e la repressione rigida degli elementi di bellezza dell'anima e della vita.
Giacché Essa pone sugli uomini il giogo del Divino mediante l'amore e la bellezza. Nelle sue creazioni supreme, cambia la vita in una ricca opera d'arte celeste, ed ogni esistenza in un poema di sacre delizie; le ricchezze del mondo sono radunate ed accordate per un ordine supremo, ed anche le cose più semplici e più ordinate divengono meravigliose, grazie alla sua intuizione dell'unità ed al soffio del suo spirito. Ammessa nel cuore, innalza la saggezza all'apice della meraviglia, rivela i segreti mistici dell'estasi che sorpassano ogni conoscenza, risponde alla devozione con l'ardente attrattiva del Divino, insegna all'energia ed alla forza il ritmo che mantiene armoniosa e misurata la potenza dei loro atti, e proietta sulla perfezione l'incanto che la fa durare per sempre.
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