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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Animus (del 12/10/2006 @ 14:44:39, in Poesia erotica femminile, linkato 1330 volte)
Quattro voci sorprendenti tratte dalla raccolta Gatti come angeli. Dopo averne letto i segni tracciati, ascoltiamoli nell'interpretazione della bravissima Adriana Novello. Lasciatevi andare al timbro della sua voce, ai toni, alle pause. Lasciatevi andare alla Bellezza che si manifesta così...
 
Di Animus (del 12/10/2006 @ 14:34:45, in Poesia erotica femminile, linkato 553 volte)
Di Lisa Glatt.
 
Di Animus (del 12/10/2006 @ 14:33:28, in Poesia erotica femminile, linkato 528 volte)
Di Jane Hirshfield.
 
Di Animus (del 12/10/2006 @ 14:31:54, in Poesia erotica femminile, linkato 493 volte)
Di Carol Ann Duffy.
 
Di Animus (del 12/10/2006 @ 14:25:51, in Poesia erotica femminile, linkato 484 volte)
Di Suniti Namjoshi.
 
Di Animus (del 10/10/2006 @ 13:03:19, in Poesia erotica femminile, linkato 485 volte)

L’erotismo finalmente sganciato dal peso di retaggi storici e culturali, l’erotismo che diventa mezzo di conoscenza e non esibizionismo o “voglia di trasgredire”, come è stato interpretato per chissà quanti secoli e come tale condannato. L’erotismo che diventa flusso necessario – di più, forse, indispensabile – per la comprensione intima, per il contatto profondo.

E la donna al centro di questa “rivoluzione”, di questo “riappropriarsi” di qualcosa di essenziale che mancava. Non che mancasse davvero, ovviamente. Semplicemente, per secoli è stato taciuto, soppresso, evitato… non è stato vissuto alla luce del sole. Così si è perso qualcosa di inestimabile valore: si è smarrita la bellezza della sensualità, dell’attrazione dei corpi, del “chimismo” psico-fisico, definendolo come qualcosa di “meno importante” nell’approccio della conoscenza reciproca.

Voglio proporvi quattro testi tratti da una sorprendente antologia di poesia erotica femminile, Gatti come angeli, pubblicata da Edizioni Medusa.

Nella loro introduzione, Loredana Magazzini e Andrea Sirotti tra l’altro scrivono: “L’erotismo, che è il linguaggio in cui si esprime la sessualità e il desiderio d’amore, è un linguaggio che percepiamo universale, perché nel gioco dei ruoli e delle seduzioni, dei doni e degli scambi amorosi, vengono agite in modo ludico e gioioso le dinamiche relazionali non sempre armoniose o indolori. E’ un linguaggio simbolico in cui è permesso all’uno di penetrare nei territori dell’altro salvaguardando la propria identità, che ne esce anzi rafforzata attraverso la realizzazione del desiderio. Nelle poesie qui presentate, la dialettica erotica è giocata spesso sul senso del confine (luoghi, corpi, ricordi) marcando una distanza di fondo che fa percepire come l’erotismo per le donne di oggi sia il luogo da cui sembra possibile dire “noi”, restando “io”. E’ allora proprio da questa membrana sottile, che ci permette di vedere e toccare il corpo dell’altro, percependone al contempo le debolezze, incongruenze e paure, che distingue corpi e confini, piaceri e affetti, e che fu in passato prerogativa del sentire maschile, le autrici confermano come siano proprio le donne, oggi, a essere più caute nel rapporto d’amore, più vigili e disilluse, più capaci di ironia, percependo che una maggiore “razionalità”, sotto le più diverse forme dell’ironia, autoironia o comicità, applicata alla stessa sessualità, possa renderla più sana e piacevole. Quello che balza subito agli occhi è il modo in cui la poesia delle donne occidentali oggi parla apertamente di erotismo e desiderio, spalancando le porte delle case, e autorizzando il lettore a farsi confidente e complice della loro ricerca di gioia e di libertà.

Nella sua postfazione, invece, Rita Monticelli cita la Woolf di “Una stanza tutta per sé”: “E tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn, la quale si trova, assai scandalosamente benché giustamente, nell’abbazia di Westminster, perché fu lei a guadagnarci il diritto di pensare ciò che ci pare.

 

Lisa Glatt

Quando vado in bianco

Quando vado in bianco

troppo a lungo

le mie poesie

come me

non vengono

e ci vuole un certo

quantitativo di nudo, morte, cipolle,

o malattie

per indurmi a

una poesia

e giovedì sera

un uomo del tutto improbabile

ha fatto proprio questo; mi ha indotto

a uscire dal bar dei poeti per entrare

nel suo salotto, a uscire dalla

mia gonna e dagli stivali neri per entrare

nelle sue lenzuola, nel lavabo e nei suoi Levis e ora

è già domenica sera

e non ha ancora chiamato.

Entro lunedì lo odierò

ed esaurirò la vena

e se nessuno muore o s’ammala

le poesie finiranno

ma oggi

ne ho già scritte quattro.

Woow, che uomo!

 

 

Jane Hirshfield

Di gravità e angeli

E all’improvviso di nuovo,

voglio la strada lunga della tua coscia

sotto la mano, la coscia che ho tante volte percorso,

la coscia sapida di sale e liscia di seme speso,

e voglio il sapore di te, che cola a dissetarmi

sotto la lingua (il luogo della voglia incalzante,

la mia lingua) e voglio

tutti gli ineffabili, soffici, posti cedevoli,

la pancia e il collo e il posto da cui spunterebbero le ali

se fossimo angeli,

e noi lo siamo, e voglio di te tutte le parti capaci di sollevarsi

le spalle e l’uccello e la lingua e il fiato e

il tuo inaspettato

aprirti

tutto fonte, tutto desiderio, e tutto che comincia

ogni volta per la prima volta, la prima,

finchè mi chiedo come mai

sappiamo persino quale parte siamo,

sappiamo persino la terra che ci solleva, rauca,

e ci porta fuori da noi stessi,

come il suono sorgente d’un’alba d’estate

quando tutto quanto ci unisce.

 

 

Carol Ann Duffy

La sposa di Pigmalione

Frigida ero, come la neve, l’avorio.

Pensai Non mi toccherà,

lo fece.

 

Mi baciò le labbra di pietra.

Stavo immobile

come morta.

Persistè.

Passò col pollice sui miei occhi di marmo.

 

Pronunciò

rozze parole dolci, disse cosa avrebbe fatto e come.

Parole terribili

Le mie orecchie erano sculture.

Sorde come pietre, come conchiglie.

Sentivo il mare.

Lo feci annegare.

Lo sentii gridare.

 

Mi portò regali, sassolini levigati,

campanelline.

Non battei ciglio,

Non aprii bocca.

Mi portò perle, collane e anelli

li chiamava gingilli da bimba.

Mi brancicò con mani appiccicose.

Non mi ritrassi.

Bella statuina, muta!

 

Mi ficcò le dita nella carne,

strizzò, pigiò.

Non mi ammaccò.

Cercava i segni,

cuoricini viola,

stelle d’inchiostro, livide spie.

Le unghie erano artigli.

Non un frego, un graffio, uno sfregio.

Mi puntellò coi cuscini,

e mi redarguì tutta la notte.

Era ghiaccio il mio cuore, era vetro.

Era ghiaia la sua voce, strideva.

Diceva nero poi bianco.

 

Così cambiai tattica,

mi riscaldai come cera di candela,

ricambiai i baci,

fui morbida, malleabile,

cominciai a mugolare,

mi feci calda, sfrenata,

mi dimenai, spasimai, smaniai,

implorai un figlio suo,

e nell’orgasmo

urlai come invasata –

tutta scena.

 

Da allora non l’ho più visto.

Semplice, no?

 

 

Suniti Namjoshi

In quel tempio

Là in quel tempio

un dio dormiva

e una dea danzava,

e in un altro

una dea dormiva e un dio

danzava.

Osare dirlo? E’ forse possibile –

che sia tutto uguale?

Quello sguardo

senza passioni, assorto,

la curva svasata

e sontuosa del fianco

e rotondi

i seni spavaldi,

che già da prima

adoravo. Quando facciamo l’amore

tu e io

siamo sacre e secolari.

Inizia il movimento

nelle membra della dea.

In equilibrio sotto il piede

il mondo ruota.

 

(tratte da Gatti come angeli – L’eros nella poesia femminile di lingua inglese, Edizioni Medusa, 2006)

 

Tra ironia, leggerezza, audacia, “sacralità”, le donne tratteggiano la strada del desiderio con una ricchezza mille volte superiore a quella degli uomini. Ce ne sarebbero mille altri, di motivi, ma basterebbe questo per spiegare l’assoluta necessità di ascoltarle.

 
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