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Di Anima (del 07/06/2006 @ 16:53:33, in Marion Zimmer Bradley, linkato 430 volte)
Ritengo giusto inaugurare questa sezione postando una bellissima introduzione che la Bradley stessa scrisse per una raccolta di suoi racconti, "The best of Marion Zimmer Bradley" (1990, Longanesi). Sono rimasta affascinata, come sempre da questa donna così solitaria e ispirata, nel leggere queste note autobiografiche, così ironiche a volte, che lasciano trapelare il vissuto di una donna, direi anzi di una scrittrice, che ha dovuto molto vegliare perchè la sua sacra fiamma non si spegnesse. Marion è morta nel 1999, ma rimane il mio baluardo e la mia ispirazione.

Ho già raccontato questa storia, come accadde che, tornando in treno da Watertown, New York, a casa mia nella Rensselaer Country, dovessi aspettare una coincidenza a Utica. Fu in quell’occasione che, praticamente per la prima volta in vita mia, decisi di investire parte dei miei guadagni estivi nell’acquisto di una scatola di cioccolatini e di una rivista di mio gusto. Non mi ero mai trovata davanti ad un’edicola con in tasca denaro mio e proprio allora mi tornò alla mente il ricordo vivo dei numeri di Weird Tales che una volta avevo ripescato in soffitta e che mia madre, timorosa che le loro sgargianti e truculente copertine mi dessero gli incubi, si era affrettata a far sparire. Decisi lì per lì di comprare una copia di quella rivista, ma l’edicolante non l’aveva mai sentita nominare e perciò, dopo aver studiato a lungo la sua merce, acquistai un numero di Starlin Stories dov’era pubblicato The Dark World di un certo Kuttner, il cui nome completo- ma questo l’avrei appreso più tardi- era Catherine Moore Kuttner. Riguardando una vita lunga e ricca di eventi, posso dire in tutta onestà che nessuna esperienza mi ha mai ridato l’emozione e l’entusiasmo di quel viaggio nel crepuscol, immersa nello splendido mitico romanzo di un uomo che trasforma i mondi. Posso paragonarlo soltanto al fascino del mio primo “viaggio” con l’Lsd, o alla prima volta in cui mi avventurai nel British Museum, di cui tanto avevo letto, oppure con la mia prima Turandot al Lincoln Center, o con il momento in cui mi ersi sulla sommità del Santuario di Delfi per ammirare la sottostante antica Sacra Via. Quand’ebbi finito il romanzo di Kuttner, lessi un paio di racconti e infine giunsi alla posta dei lettori nelle ultime pagine. Un fremito d’emozione: c’erano altre persone a cui piacevano i racconti di quel genere e che avevano voglia di parlarne… pubblicavano persino riviste amatoriali per discuterne. Alla fine di quel viaggio non soltanto sapevo di voler diventare scrittrice, ma sapevo anche che volevo scrivere fantascienza. Nella tarda estate battei a macchina una prima stesura di un romanzo abbozzato l’anno prima e lo sottoposi a Starling Stories; fu cortesemente respinto (Quel racconto è oggi celebre come “La spada di Aldones”, NdR). Più tardi avrebbero acquisito diversi miei racconti. Iniziai anche a scrivere per le riviste professionali e amatoriali e in quell’estate ebbe inizio la mia attività di appassionata fantascientista. Dopo un’infanzia terribilmente solitaria, da topina di biblioteca, tra ragazzi interessati solamente al lancio di palle di ogni forma e dimensione e ragazze il cui unico scopo nella vita era di indossare gonnelline microscopiche e saltellare vociando a favore dei lanciatori di palle (attività che, a parere mio, rimane a tutt’ggi ancora più cretina che lanciare palle) avevo scoperto persone a me congeniali, che avrebbero voluto e potuto parlar con me come se anch’io fossi stata una persona e non una ragazzina. Tre anni dopo, sempre appassionata fantascientista, mi sposai (era in certe zone, ed è ancora, l’unico modo a disposizione di una ragazza per defilarsi da una situazione familiare sgradevole) e per quattordici anni, in cittadine e paesetti del Texas, seguendo le fortuna della linea ferroviaria per la quale il mio rpimo marito lavorava come telegrafista, supplii con l’attività amatoriale all’esistenza texana tutta pallone e chiesa. Ancora oggi la posta è il momento culminante della mia giornata e una cassetta postale vuota mi mette di malumore o mi deprime. Pubblicai a più non posso su riviste amatoriali, consumai intere risme di carta in corrispondenza (lo faccio ancora) e cercai di scrivere per le riviste popolari che erano il mio grande amore. (Non potevo permettermi di comprare libri e non mi sarebbe mai ventuo in mente di scriverne io stessa, allora. Questo accadde in seguito.) La maggior parte di quei lavori texani riecheggia una monotona vita quotidiana fatta di cucina, lavaggio di pannolini e pulizia dei nostri piccoli appartamenti in affitto; e una vita interiore estremamente vivace basata sui libri e sulle persone che conoscevo soltanto attraverso le riviste amatoriali. I miei colpi di vita consistevano in un panino alla locale tavola calda (una vera serata mondana); non c’era altro da fare salvo che andare in chiesa o ascoltare le radiocronache di football, e in merito vanto un primato eccezionale: finora non ho mai assistito ad una partita di football. In compenso ero un’appassionata ascoltatrice delle trasmissioni radiofoniche liriche del Metropolitan e il mio primo uso del denaro, quando cominciai a guadagnarne, fu quello di comperare biglietti per le stagioni liriche di San Francisco; tuttora la mia massima soddisfazione è quella di visionar videocassette e ascoltate compact disc di vere opere. Bè, venne infine il giorno in cui vendetti il mio primo racconto lungo, “Uccelli di rapina” e poi iniziai a scrivere su Darkover. Più o meno in quel periodo, dopo un lungo intervallo occupato a compilare romanzi sotto pseudonimo per uno squallido editore , abbandonai il Texas e il mio primo marito. Non ho nulla di male da dire sul mio primo matrimonio: la solitudine forzata mi costrinse a far conto sulle mie risorse personali e mi lasciò il tempo per scrivere. Secondo Brad spendevo troppo in carta e francobolli, ma se preferivo, così diceva, avere quella roba invece che vestiti e cianfrusaglie alla moda, per lui andava bene; non aveva obiezioni. Inoltre, se mi accontentavo di vivere modestamente col suo stipendio invece di trovarmi un lavoro (preferivo non affidare la cura di mio figlio a qualcuno ancora meno qualificato di me, per esempio una donna ignorante) mi permetteva di farlo. Alla fine i polpettoni sfornati per lo squallido editore mi permisero di iscrivermi ad una scuola locale: ufficialmente per ottenere un diploma di insegnamento per mantenere la famiglia dopo che Brad avesse lasciato l’impiego alla ferrovia. Invece andai via dal Texas, mi trasferii a Berkley e mi risposai; dal mio secondo matrimonio ebbi altri due figli e una volta di più scoprii che scrivere era un modo per starmene a casa con i bambini pur lavorando. Non fu facile, certo. Non facevo che ripetere ai bambini che mamma non doveva essere interrotta quando stava alla macchina da scrivere e li corrompevo senza vergogna perché mi lasciassero in pace: adesso lo definirebbero lavaggio del cervello bello e buono. Dovetti anche imparare a vivere in società: Ricordo di aver temuto che con tutti quegli stimoli intellettuali- biblioteche, musica, concerti gratuiti e un marito innamorato che desiderava la mia compagnia invece di limitarsi ad usarmi come domestica, cuoca, lavandaia, avrei finito per perdere l’impulso a scrivere. Ancora oggi preferisco tenermi alla larga dalla gente, così da potermi ritrovare con la migliore compagnia del mondo: i personaggi che mi sbocciano dalla mente e dall’animo. (………) Non imito più la Kuttner. I miei entusiasmi vanno ai diritti degli omosessuali e delle donne: penso che la liberazione della donna e non l’esplorazione dello spazio sia il grande avvenimento del ventesimo secolo. Il primo rappresenta un grande mutamento nella coscienza dell’umanità, il secondo è soltanto prevedibile tecnologia, e la tecnologia mi annoia. Scrivo con un computer, ma preferisco la macchina da scrivere. E nell’intimo sono rimasta una fantascientista, perché sono ancora alla ricerca di una lettura che risvegli in me l’antica emozione di quelle riviste popolari. Per il meglio o per il peggio, altro non sono che una scrittrice e non mi perdo più in spiegazioni o scuse. Preferisco la fantascienza ad ogni tipo di lettura o scrittura: e alle persone che mi chiedono perché non legga o non scriva libri normali, rispondo che non riesco a vedere come il contenuto della narrativa normale-romanzi di spionaggio, corruzione politica, adulteri nei sobborghi, possa competere con la narrativa la cui unica raison d’ etre è di occuparsi del futuro della razza umana.

Marion Zimmer Bradley
 
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