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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Sul numero 72 della bellissima rivista “Ellin Selae”, la “dichiarazione d’apertura” è: “L’identità maschile contemporanea poggia su quattro copertoni e sulla rete telefonica. Il prototipo attuale di “individuo qualunque” viaggia su auto sempre più grandi (come i Suv), con in tasca telefonini sempre più piccoli. Togliete l’auto e i telefonini agli uomini di quest’epoca e verranno colti da crisi di panico di fronte a questo vasto vasto mondo, come i bimbi quando perdono la mamma al supermercato. O, meglio, come naufraghi alla deriva…”. Vorrei che questa fosse anche la dichiarazione d’apertura del primo articolo che scrivo in questo spazio. Parole che parlino della necessità di un’inversione di tendenza, se è vero, come anch’io credo, che in un mondo dalle spinte tecnologiche sempre più… spinte, i mezzi per decifrare le forze emotive, spirituali, inconsce, che ci circondano e ci riempiono, sembrano allontanarsi sempre più. Sto scrivendo queste parole utilizzando un computer, e a voi arrivano grazie alla rete internet, e perciò qui non si tratta certo di fare “i puristi” rispetto agli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. Il punto è un altro: c’è, credo, sempre più difficoltà a distinguere tra strumento e mezzo. Quelli che utilizziamo sono strumenti, ma c’è una distanza abissale tra essi e i mezzi che ci consentono di toccare, decifrare, attraversare le forze di cui ho scritto prima. L’arte è uno di questi mezzi. Uno dei pochi, pochissimi. E’ un mezzo, e non uno strumento, per una miriade di motivi, ma qui mi preme evidenziarne uno: non offre l’illusoria sensazione di riempire un vuoto, non procede nel fragore dell’ “accumulazione” o della “distrazione”. Tutt’altro. Grazie all’arte, affiora ciò che è nascosto ma che non può essere dimenticato né tanto meno ignorato. Percorrere la strada dell’oblio conduce prima o poi alla sempre più sgradevole sensazione di essere naufraghi alla deriva… C’è deriva perché non c’è solida terra sotto i piedi, ma non è affatto detto che questa solida terra sia humus sereno e luminoso. Attraversiamo ciò che è necessario attraversare, e spesso l’oscurità e il dolore prendono il sopravvento, in una fatalità solo apparentemente tragica. Perché l’arte, dunque? E, nel nostro caso, perché la parola scritta? Perché l’attraversamento è necessario, per acquistare una consapevolezza maggiore. Ed è quindi anche grazie all’arte che l’ignoto diventa familiare, l’astratta lontananza si fa concreta vicinanza, l’enigma finalmente si svela. Non sempre accade, e raramente la risposta che giunge ha un sapore definitivo, però ogni risposta è comunque terra solida sotto i piedi. E’ quando traccio il segno che il chiarimento diventa possibilità reale: il segno è occhi attenti che descrivono, ed è la descrizione a tracciare “la” direzione tra le infinite possibili. Che si scriva di una foglia che cade in autunno o del destino dell’umanità, la parola traccia il percorso e lo rende finalmente visibile. Mi piace pensare all’inchiostro come a qualcosa che si trova sotto il mare bianco e anonimo della pagina, e alla punta della penna come ad una calamita che lo fa affiorare. Grazie a questo affioramento non c’è più deriva; può esserci immenso, tangibile dolore, ma nulla più nutre il senso di dispersione. Tracciare è decidere, finalmente. Ciò che è stato, che è, che potrebbe essere.
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