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Di Anima (del 18/03/2007 @ 14:37:05, in Hildegarda di Bingen, linkato 445 volte)
“Oh tu, fragile creatura ... parla e scrivi ciò che vedi”

Ildegarda nacque nei pressi di Alzey (a circa 30 km da Magonza) da Matilde e Idelberto di Bermersheim. Era di famiglia nobile. Due particolarità si notarono subito nella bambina Ildegarda: era di intelligenza pronta ed acuta ma anche di salute fragile. La sua vita fu segnata da visioni celesti che cominciarono all’età di 5 anni come lei stessa raccontò:

“Nel mio quinto anno di vita vidi una luce così grande che la mia anima ne fu scossa però, per la mia tenera età, non potei parlarne...”.
All’età di otto anni fu affidata alla maestra Jutta, una giovane donna di famiglia nobile appena ritiratasi nel monastero benedettino di Disibodenberg. Il secondo maestro fu il monaco Volmar, assistente spirituale della clausura ed in seguito suo primo segretario. Giunta all’adolescenza Ildegarda decise liberamente di entrare nell’ordine, e ponendo così la sua vita al totale servizio di Dio.
Per trent’anni non si verificò niente di straordinario, mentre Jutta scopriva, piena di meraviglia che la sua allieva Ildegarda era diventata a sua volta maestra. E così quando ella morì le monache la elessero loro badessa. Seguirono cinque anni di ordinaria amministrazione poi a 42 anni la svolta decisiva. Sentì la voce di Dio che le diceva:

“Manifesta le meraviglie che apprendi ... Oh tu fragile creatura ... parla e scrivi ciò che vedi e senti...”.

Un particolare: più lei resisteva alla Voce, più aumentavano le sofferenze. Finalmente, dietro consiglio di Volmar, cominciò a scrivere. E anche le forze ritornarono. Il primo frutto fu l’opera “Scivias” (Conosci le vie). In 35 visioni c’è tutta la storia della salvezza. È un invito pressante a
“conoscere le vie, a prestare attenzione, a guardare, scrutare, discernere le vie divine, i percorsi, rettilinei o contorti, le circostanze belle o brutte nelle quali Dio ci viene incontro. Tutte le vie portano ad un’unica meta, pertanto in ogni circostanza si può desiderare Dio e conoscerlo”.

La sua fama intanto cresceva sempre di più, fino ad arrivare alle orecchie del papa Eugenio III che nel 1147 aveva convocato un sinodo generale della Chiesa a Treviri. Il papa inviò una delegazione ad incontrare e interrogare Ildegarda. Il test fu superato brillantemente e gli “esaminatori” ritornarono contenti. Al sinodo intervenne anche Bernardo (San) il famoso abate di Chiaravalle, che chiese al papa di non permettere che una luce così luminosa fosse coperta dal silenzio. Eugenio la incoraggiò a scrivere. Uno dei frutti della sua fama (e santità) fu il grande numero di ragazze nobili che bussavano alla porta del suo monastero. Anche per questo, non senza difficoltà, riuscì a fondarne un altro vicino a Bingen.

Possiamo dire che Ildegarda era una monaca atipica. Non era tutta casa (monastero) e chiesa; non era una donna segregata dal mondo tutta incentrata su Dio. Viveva profondamente delle vicende del suo tempo. La sua fama infatti arrivò fino a... Federico Barbarossa (sì l’imperatore che ebbe molto da fare anche in Italia). Ildegarda ebbe buoni rapporti con lui fin dal 1154. Questo però non le impedì in seguito di prendere posizione decisa contro di lui a favore del papa legittimo Alessandro III e contro quelli illegittimi “eletti” da lui. Ildegarda gli scrisse contro parole di fuoco: “Colui che è dice: la ribellione Io la distruggo... Guai, guai alle male azioni dei sacrileghi che mi disprezzano”. L’imperatore non rispose, non si vendicò, ma interruppe il legame. (Alla “distruzione” del Barbarossa contribuì anche la sconfitta che subì a Legnano nel 1176 per opera di una coalizione di città del nord Italia).

Ildegarda intraprese anche quattro grandi viaggi di predicazione pur essendo non più giovane e malaticcia. Predicò, tra le città tedesche, anche a Treviri e a Colonia. Questo era possibile perché godeva di una grandissima autorità spirituale che le permetteva di parlare con decisione e talvolta con durezza e senza paura. È rimasta famosa (infatti fu tramandata) la predica di Treviri nella Pentecoste 1160:

“Io povera creatura, a cui mancano salute, vigore, forza e istruzione, ho udito nella luce misteriosa del vero volto le seguenti parole per il clero di Treviri: i doctores e i magistri non vogliono più dar fiato alla tromba della giustizia, perciò è scomparsa in loro l’aurora delle buone opere...”.

Anche a Colonia fu molto dura con il clero:

“Per la vostra disgustosa ricchezza ed avidità, nonché per altre vanità non istruite i vostri fedeli”.

Fu altrettanto decisa contro gli eretici detti Catari.
La sua fama era grande, l’attività incessante e le malattie tante. Tuttavia Ildegarda aveva l’intelligenza (e la santità) di fare anche della auto ironia: “Perché non insuperbisca Dio mi ha costretta a letto”.

Varie furono le sue opere. Ho già detto della prima “Scivias”. La seconda fu il “Libro dei meriti della vita” in cui tratta del grande tema dell’armonia tra legge di Dio e volontà dell’uomo. Nell’opera “Libro delle opere divine” riprende l’immagine dell’uomo posto in una struttura complessa di rapporti fra microcosmo e macrocosmo. Scrisse anche opere nel campo medico-scientifico che hanno recentemente destato interesse tra gli studiosi.

È interessante notare come le sue visioni sono originali, contenenti straordinarie figurazioni intellettuali e immaginifiche, sviluppate sulla base dell’immaginario collettivo del Medio Evo: vi sono presenti elementi naturalistici e astrologici ereditati dall’antichità pre-cristiana. Dio parlava ad Ildegarda, come già ai profeti dell’Antico Testamento, dall’interno della sua cultura.

All’uomo d’oggi Ildegarda dice di non fare di se stesso un idolo, sacrificando ad esso tutto. La sua grande battaglia fu contro l’autonomia umana idolatrata, contro l’uomo centrato su di sé e pieno di sé, contro l’uomo che parla con empietà proclamando: “Non voglio ubbidire né a Dio né a qualsiasi uomo”.
E qui c’è anche un messaggio ecologico per l’uomo moderno. È di bruciante attualità. Tante volte ci si lamenta dell’inquinamento delle acque e dell’aria delle nostre grandi città. La qualità della vita sembra sempre più in pericolo, dovuto ad uno sviluppo selvaggio (non sostenibile) sprezzante dell’ambiente. Una volta rovinato esso si ritorce contro l’uomo stesso (pensiamo all’effetto serra e simili).

Per Ildegarda è quest’uomo senza rispetto né per Dio né per l’ambiente che causa il lamento terribile di tutta la creazione:

“E udii – ha scritto la santa – come gli elementi si volsero a quell’uomo con un urlo selvaggio. E gridavano: «Non riusciamo più a correre e a portare a termine la nostra corsa come disposto dal Maestro. Perché gli uomini con le loro cattive azioni ci rivoltano sottosopra come in una macina. Puzziamo già come peste e ci struggiamo per fame di giustizia»”.

È un invito pressante al rispetto della natura. A tutti raccomanda di rispettarla e ascoltarla, perché è Dio stesso che ci parla attraverso di essa. Anche la natura infatti può essere una delle vie per conoscere il suo Amore e arrivare a Lui. Questo il messaggio di Ildegarda. Accogliamolo.
 
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