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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Animus (del 25/02/2010 @ 22:23:26, in Cultura e società, linkato 161 volte)
E’ stupefacente un libro come “Crea il lavoro che ami” di Rick Jarow. Per molti motivi, ma forse soprattutto perché è stupefacente – ad esempio – l’affermazione: “Siamo stati condizionati a credere che l’immaginazione sia meno importante e valida della concettualizzazione. Non c’è niente di più lontano dalla realtà.”
Io continuo a chiedermi cosa ci sia di logico nel continuare ad auto-deprimerci con la convinzione che viviamo “in crisi economica” mentre contemporaneamente attraversiamo l’epoca storica di gran lunga più ricca, da un punto di vista materiale. Talmente che con ogni probabilità non ce ne saranno di più ricche, siamo quasi giunti al punto-limite. Eppure “siamo in crisi”e perciò dobbiamo ancor di più immolarci all’altare dell’iper-produzione. Non conta altro, in questa visione tipicamente occidentale, men che meno conta qualsiasi attività creativa che non si traduca in arricchimento quantificabile all’esterno.
Ancora Jarow: “Inibire la capacità individuale di creare immagini è essenziale per inculcare il paradigma della produttività. Perché il fantasticare – il sognare ad occhi aperti, fare lunghe e lente passeggiate e roba del genere – spreca tempo prezioso e “produttivo”. Invece di essere educati alle possibilità e agli usi dell’immaginazione, veniamo incoraggiati a farla defluire attraverso il sifone della televisione.”
Ecco il punto centrale, credo: cos’è davvero produttivo, cos’è più gratificante? Otto ore al giorno dedicate a un lavoro che magari odiamo ma che ci serve per acquistare quei beni che riteniamo irrinunciabili perché così ci ha insegnato la televisione, oppure una passeggiata grazie alla quale ricontattiamo la nostra essenza interiore? E che dire dell’arte? Quanto tempo ed energie investite per far sgorgare poche parole, poche pennellate, pochi suoni? Sono energie sprecate o comunque “inferiori” a quelle investite nel lavoro per il sostentamento materiale?
Poniamocele, queste domande, facciamolo perché siamo ormai arrivati al punto di credere che la vita di chi ha la Ferrari sotto casa sia più degna, bella, in ogni caso “più” della vita di chi non ce l’ha. Personalmente credo che tutte le Ferrari di questo mondo messe insieme non valgano nemmeno un frammento delle consapevolezze acquisite da un maestro spirituale. E voi, cosa credete?
Che l’arte ci aiuti a volgere lo sguardo verso ciò che abbiamo nel cuore, disinteressandoci sempre di più a cosa abbiamo in tasca.
 
Di Animus (del 07/10/2009 @ 20:25:20, in Cultura e società, linkato 434 volte)

Solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare, solo quando il linguaggio scompare si comincia a vedere.” Sono le parole che aprono lo splendido Il grande silenzio” di Philip Groning, un documentario che qualche anno fa è stato anche un caso cinematografico perché è anomalo che un documentario al di fuori di qualsiasi idea di film alla quale siamo abituati abbia un grande riscontro nelle sale. Nel nostro “immaginario occidentale”, però, fa scalpore ciò che è anomalo ma riesce ad avere un certo successo commerciale, ma risarebbe da chiedersi quanto sia stata apprezzata l’opera in sé, quanto sia stato afferrato il messaggio che il regista ha cercato di trasmettere.
Di certo parlare di silenzio nella nostra società, oggi, vuol dire davvero parlare di una goccia d’acqua in un oceano; per di più una goccia che sembra letteralmente svanire, in una tendenza sempre più marcata al suono, all’invadenza, al rumore. Alla presenza. Ma forse è proprio questo il malinteso di fondo nel quale siamo caduti: credere che essere presenti implichi necessariamente l’invadenza. Anche l’arte, in alcune sue manifestazioni, ci dice che le cose non stanno così. Si può essere amanti che avanzano per riuscire a sedurre la persona amata, oppure si può attendere, si può ascoltare, cogliendo le vibrazioni che attraversano l’aria.
Se ci fate caso, ogni opera d’arte fa anche una scelta nell’uno o nell’altro senso, ovviamente assecondando la decisione dell’autore. Ci sono opere che arrivano ad alta velocità (altra fissazione/nevrosi tipica della società contemporanea…) con il preciso scopo di colpire, di invadere ogni spazio disponibile; altre, al contrario, attendono il fruitore, ed è l’attesa di ciò che è consapevole della propria forza al di là della capacità di invadenza.
Estia (Vesta per i romani) era la dea del focolare e del tempio. Poco rappresentata e quindi “poco visibile”, era in realtà una presenza costante e assoluta, simbolizzata dal cerchio e dal fuoco. Il centro, quindi; e la presenza silenziosa al centro.
La parola ha ovviamente un potere immenso, primo tra tutti quello di innescare la creazione (ciò che viene nominato, esiste), ma se so va oltre il nominare, si innesca un processo che invece ben presto si può rivelare superfluo o addirittura dannoso.
Come scrive Barbara Coffani in un bellissimo saggio (che potete trovare su www.ilcerchiodellaluna.it), dedicato alle dee del silenzio, “la parola può solo rendere manifesto, il silenzio invece può rendere manifesto oppure nascondere.” E’ un potere in più, quindi, quello del silenzio, non una mancanza, come di solito siamo abituati a credere.
Facendo riferimento all’approccio all’arte, in un’epoca di ininterrotto bombardamento di stimolazioni (anche) artistiche, il rischio concreto è quello di ritrovarsi incapaci di decifrare, vittime di un ottundimento che livella tutto, davanti ai nostri occhi. Così ciò che ha particolare valore e ciò che è mediocre finiscono con l’equivalersi; di più, il mediocre si eleva perché non abbiamo gli strumenti adatti per riconoscerlo come tale. In una situazione così confusionaria, quale antidoto può essere migliore del silenzio? Rallentiamo fino a fermarci, se necessario, e ascoltiamo. In silenzio.
L’essenziale arriverà a noi senza turbarci, rispettandoci. E finalmente vedremo.

 
Di Animus (del 29/01/2009 @ 11:12:37, in Cultura e società, linkato 504 volte)
Ho visto recentemente in dvd il film “Lady in the water” del giovane regista indiano Shyamalan, una bellissima favola moderna in cui una creatura dell’acqua si ritrova proiettata nel mondo incredulo di noi umani, in un grande condominio. Comicia così: “Un tempo gli uomini e gli esseri dell’acqua erano in contatto. Loro ci consigliavano, ci parlavano del futuro: gli uomini ascoltavano e le profezie si avveravano. Ma gli uomini non ascoltarono bene come avrebbero dovuto. Il bisogno di possedere tutto li spinse a conquistare terre sempre più lontane dal mare. Il mondo magico degli esseri che vivono nell’oceano e il mondo degli uomini si separarono. Col passare dei secoli, gli esseri dell’acqua non tentarono più di ispirare le nostre azioni. Il mondo degli uomini divenne sempre più violento, le guerre si susseguirono alle guerre poiché non c’era più una guida di saggezza. Ora gli esseri dell’acqua stanno tentando di nuovo di entrare in contatto con noi. Alcuni dei loro preziosi giovani sono stati inviati nel mondo degli uomini, trasportati nel cuore della notte, dove gli uomini vivono. Basta che l’uomo posi gli occhi su di loro e il suo risveglio sarà possibile.

Separazione, frammentazione. Se esiste un peccato originale, forse è questo. Un tempo eravamo  immersi nel Cosmo che ci circonda e ci riempie, consapevoli di essere parte intimamente connessa con il Tutto. Poi, ci siamo sempre più allontanati da questa visione per abbracciare quella opposta della conquista, del possesso, della contrapposizione, spezzando sempre più legami e coltivando dolori sempre più diffusi. Siamo giunti a considerarli inevitabili, dato che abbiamo smarrito la strada originaria. Siamo giunti a credere inevitabili le guerre, la paura del diverso, la difesa di ciò che consideriamo nostro. I muri innalzati hanno sostituito il contatto, ci siamo fidati solo di ciò che era in qualche modo tangibile, misurabile velocemente. E’ stato il tempo del razionalismo scientifico, che ci ha permesso di comunicare in tempo reale con l’altra parte del mondo senza però offrirci strumenti capaci di “percepire” il cuore di chi ci vive accanto. Ma non è compito della scienza “misurare” il cuore né offrire una visione universale. E’ compito, questo, del mito, dell’astrologia, dell’arte, dell’”impalpabile” così spesso deriso o addirittura condannato dal tangibile, dal misurabile. Sembrerebbe perciò quasi uno sberleffo, in un certo senso, lo sviluppo recente – sempre più sorprendente – della fisica quantistica e della biologia molecolare, che ci aprono a una realtà molto diversa da come l’abbiamo intesa fino ad oggi. Forse stiamo davvero, finalmente, ricominciando ad “ascoltare bene”, dopo l’abbaglio della convinzione di poter spiegare tutto rifacendoci a qualcosa di tanto, troppo parziale. E l’ascolto ci porta a percepire la saggezza di una voce che ci travalica e contemporaneamente ci avvolge.

 
Di Animus (del 22/04/2008 @ 18:02:13, in Cultura e società, linkato 679 volte)
La cultura televisiva è ormai dominante. Una certa cultura televisiva. Quella che bandisce ogni interazione autentica. Non sto certo parlando della possibilità di scegliere con il telecomando questo o quel programma né della possibilità di rispondere alla domanda A del quiz “intelligente” con le opzioni B, C o D. L’approccio al mezzo televisivo è illuminante sul nostro approccio, in generale, ai mezzi di informazione. Vi siete accorti del fatto che già oggi viviamo di informazione più che di qualsiasi altra cosa, e che in futuro sarà una tendenza sempre più marcata? Con uno scenario di mass media sempre più invadenti, “dolcemente aggressivi”, convincenti, quale spazio c’è per una cultura fondata sulla capacità critica e analitica individuale? Certo, è un discorso che non può procedere per assoluti (ogni individualità è comunque frutto di un’infinità di stimoli e insegnamenti che arrivano dall’esterno), ma mi chiedo cosa accade quando le influenze si fanno talmente forti da diventare dominanti. Cosa accade quando la verità ha un unico volto? Questa tendenza ci apre a scenari politici, sociali, economici, ben noti a tutti, ma qui interessa fare un discorso più squisitamente culturale, e quindi vorrei porre in evidenza il pericolo di un appiattimento che disinnesca – lentamente ma inesorabilmente – la capacità individuale di sviluppare chiavi di lettura non accomodanti, non assecondanti aprioristicamente ciò che arriva. E’ una questione di approccio, insomma, e spesso sembra non ci rendiamo conto dell’enorme differenza tra un accostamento passivo e uno invece attivo. E’ una differenza sostanziale. Se le capacità critiche vengono sempre più offuscate da una pseudocultura fatta di veline-soap-cronacanera-nataliinindia-varimetrisoprailcielo e chi più ne ha più ne metta, in una corsa alla mediocrità che è tale soprattutto perché funzionale ad un consumismo che vuole equiparare l’approccio alla cultura a quello di qualsiasi prodotto materiale (acquista-consuma il più velocemente possibile-scarta-acquista...), forse è il caso che si faccia sentire maggiormente anche chi, con rigore e passione, coltiva qualcosa che va oltre i calendari illustrati e una scrittura dimenticata due giorni dopo aver chiuso il libro. Anche da questo punto di vista, internet rappresenta una concreta speranza alternativa all’andazzo generale. C’è spazio davvero per tutto, perciò anche per il rigore di chi prova a dire che è molto più importante far nostre – magari attraverso gli strumenti offerti dall’arte – le chiavi di accesso alla nostra anima per “capirci” e capire, piuttosto che concentrarci sull’arricchimento materiale. E’ uno stile di vita, è un modo di essere come lo è quello di chi accumula ricchezze materiali. Qui non interessa stabilire un “meglio” o un “peggio”, ma affermare che – forse – se non si sceglie, se non si critica, si è davvero più o meno in balìa di chi fa la voce più grossa, suadente perché non abbiamo gli strumenti culturali per leggere tra le righe. E non è il conto in banca ad offrirceli, questi strumenti.
 
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