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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Animus (del 10/10/2006 @ 13:03:19, in Poesia erotica femminile, linkato 485 volte)

L’erotismo finalmente sganciato dal peso di retaggi storici e culturali, l’erotismo che diventa mezzo di conoscenza e non esibizionismo o “voglia di trasgredire”, come è stato interpretato per chissà quanti secoli e come tale condannato. L’erotismo che diventa flusso necessario – di più, forse, indispensabile – per la comprensione intima, per il contatto profondo.

E la donna al centro di questa “rivoluzione”, di questo “riappropriarsi” di qualcosa di essenziale che mancava. Non che mancasse davvero, ovviamente. Semplicemente, per secoli è stato taciuto, soppresso, evitato… non è stato vissuto alla luce del sole. Così si è perso qualcosa di inestimabile valore: si è smarrita la bellezza della sensualità, dell’attrazione dei corpi, del “chimismo” psico-fisico, definendolo come qualcosa di “meno importante” nell’approccio della conoscenza reciproca.

Voglio proporvi quattro testi tratti da una sorprendente antologia di poesia erotica femminile, Gatti come angeli, pubblicata da Edizioni Medusa.

Nella loro introduzione, Loredana Magazzini e Andrea Sirotti tra l’altro scrivono: “L’erotismo, che è il linguaggio in cui si esprime la sessualità e il desiderio d’amore, è un linguaggio che percepiamo universale, perché nel gioco dei ruoli e delle seduzioni, dei doni e degli scambi amorosi, vengono agite in modo ludico e gioioso le dinamiche relazionali non sempre armoniose o indolori. E’ un linguaggio simbolico in cui è permesso all’uno di penetrare nei territori dell’altro salvaguardando la propria identità, che ne esce anzi rafforzata attraverso la realizzazione del desiderio. Nelle poesie qui presentate, la dialettica erotica è giocata spesso sul senso del confine (luoghi, corpi, ricordi) marcando una distanza di fondo che fa percepire come l’erotismo per le donne di oggi sia il luogo da cui sembra possibile dire “noi”, restando “io”. E’ allora proprio da questa membrana sottile, che ci permette di vedere e toccare il corpo dell’altro, percependone al contempo le debolezze, incongruenze e paure, che distingue corpi e confini, piaceri e affetti, e che fu in passato prerogativa del sentire maschile, le autrici confermano come siano proprio le donne, oggi, a essere più caute nel rapporto d’amore, più vigili e disilluse, più capaci di ironia, percependo che una maggiore “razionalità”, sotto le più diverse forme dell’ironia, autoironia o comicità, applicata alla stessa sessualità, possa renderla più sana e piacevole. Quello che balza subito agli occhi è il modo in cui la poesia delle donne occidentali oggi parla apertamente di erotismo e desiderio, spalancando le porte delle case, e autorizzando il lettore a farsi confidente e complice della loro ricerca di gioia e di libertà.

Nella sua postfazione, invece, Rita Monticelli cita la Woolf di “Una stanza tutta per sé”: “E tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn, la quale si trova, assai scandalosamente benché giustamente, nell’abbazia di Westminster, perché fu lei a guadagnarci il diritto di pensare ciò che ci pare.

 

Lisa Glatt

Quando vado in bianco

Quando vado in bianco

troppo a lungo

le mie poesie

come me

non vengono

e ci vuole un certo

quantitativo di nudo, morte, cipolle,

o malattie

per indurmi a

una poesia

e giovedì sera

un uomo del tutto improbabile

ha fatto proprio questo; mi ha indotto

a uscire dal bar dei poeti per entrare

nel suo salotto, a uscire dalla

mia gonna e dagli stivali neri per entrare

nelle sue lenzuola, nel lavabo e nei suoi Levis e ora

è già domenica sera

e non ha ancora chiamato.

Entro lunedì lo odierò

ed esaurirò la vena

e se nessuno muore o s’ammala

le poesie finiranno

ma oggi

ne ho già scritte quattro.

Woow, che uomo!

 

 

Jane Hirshfield

Di gravità e angeli

E all’improvviso di nuovo,

voglio la strada lunga della tua coscia

sotto la mano, la coscia che ho tante volte percorso,

la coscia sapida di sale e liscia di seme speso,

e voglio il sapore di te, che cola a dissetarmi

sotto la lingua (il luogo della voglia incalzante,

la mia lingua) e voglio

tutti gli ineffabili, soffici, posti cedevoli,

la pancia e il collo e il posto da cui spunterebbero le ali

se fossimo angeli,

e noi lo siamo, e voglio di te tutte le parti capaci di sollevarsi

le spalle e l’uccello e la lingua e il fiato e

il tuo inaspettato

aprirti

tutto fonte, tutto desiderio, e tutto che comincia

ogni volta per la prima volta, la prima,

finchè mi chiedo come mai

sappiamo persino quale parte siamo,

sappiamo persino la terra che ci solleva, rauca,

e ci porta fuori da noi stessi,

come il suono sorgente d’un’alba d’estate

quando tutto quanto ci unisce.

 

 

Carol Ann Duffy

La sposa di Pigmalione

Frigida ero, come la neve, l’avorio.

Pensai Non mi toccherà,

lo fece.

 

Mi baciò le labbra di pietra.

Stavo immobile

come morta.

Persistè.

Passò col pollice sui miei occhi di marmo.

 

Pronunciò

rozze parole dolci, disse cosa avrebbe fatto e come.

Parole terribili

Le mie orecchie erano sculture.

Sorde come pietre, come conchiglie.

Sentivo il mare.

Lo feci annegare.

Lo sentii gridare.

 

Mi portò regali, sassolini levigati,

campanelline.

Non battei ciglio,

Non aprii bocca.

Mi portò perle, collane e anelli

li chiamava gingilli da bimba.

Mi brancicò con mani appiccicose.

Non mi ritrassi.

Bella statuina, muta!

 

Mi ficcò le dita nella carne,

strizzò, pigiò.

Non mi ammaccò.

Cercava i segni,

cuoricini viola,

stelle d’inchiostro, livide spie.

Le unghie erano artigli.

Non un frego, un graffio, uno sfregio.

Mi puntellò coi cuscini,

e mi redarguì tutta la notte.

Era ghiaccio il mio cuore, era vetro.

Era ghiaia la sua voce, strideva.

Diceva nero poi bianco.

 

Così cambiai tattica,

mi riscaldai come cera di candela,

ricambiai i baci,

fui morbida, malleabile,

cominciai a mugolare,

mi feci calda, sfrenata,

mi dimenai, spasimai, smaniai,

implorai un figlio suo,

e nell’orgasmo

urlai come invasata –

tutta scena.

 

Da allora non l’ho più visto.

Semplice, no?

 

 

Suniti Namjoshi

In quel tempio

Là in quel tempio

un dio dormiva

e una dea danzava,

e in un altro

una dea dormiva e un dio

danzava.

Osare dirlo? E’ forse possibile –

che sia tutto uguale?

Quello sguardo

senza passioni, assorto,

la curva svasata

e sontuosa del fianco

e rotondi

i seni spavaldi,

che già da prima

adoravo. Quando facciamo l’amore

tu e io

siamo sacre e secolari.

Inizia il movimento

nelle membra della dea.

In equilibrio sotto il piede

il mondo ruota.

 

(tratte da Gatti come angeli – L’eros nella poesia femminile di lingua inglese, Edizioni Medusa, 2006)

 

Tra ironia, leggerezza, audacia, “sacralità”, le donne tratteggiano la strada del desiderio con una ricchezza mille volte superiore a quella degli uomini. Ce ne sarebbero mille altri, di motivi, ma basterebbe questo per spiegare l’assoluta necessità di ascoltarle.

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Di Anima (del 05/10/2006 @ 22:36:13, in Anais Nin, linkato 1751 volte)

Confesso che trovo particolarmente bella certa letteratura erotica femminile, che riesce con sensualità tipicamente nostra a raccogliere con efficacia il verso e la sensazione. Direi che è ora di riappropriarsi di questa energia, del colore che ne deriva, della forza che ridà tinta alla nostra esistenza. Per generazioni le donne hanno vissuto questa loro magnifica prerogativa come via preferenziale all'arte, alla cultura, al sacro addirittura. So che sto per sconcertarvi, ma non se ne meraviglierebbe una dakini tibetana, una yogina o una sacerdotessa tantrica. La sensualità è stata negata come via per accedere la sacro, la sensualità è una via per accedere al sacro. Molte mistiche cristiane avevano estasi che erano dialoghi amorosi e molto passionali con il loro Sposo Divino. Ma la sensualità è anche una via che porta alla Bellezza. Cosa diceva Saffo? "Un esercito di cavalieri, dicono alcuni, altri di fanti, altri di navi, sia sulla terra nera la cosa più bella: io dico, ciò che si ama." Io dico che aveva ragione e la conserva ancora oggi. Ma c'è stata un' altra scrittrice che ha avuto da dire sull'argomento, e che ha scritto di letteratura erotica per vivere, quando non poteva vivere di niente altro. Tuttavia non ha tradito la sua anima, e ha scritto come credeva di ciò che sentiva, regalandoci pagine di arte. Dalle parole di Anais Nin (prefazione a "Il delta di Venere")...

Aprile, 1940

Un collezionista di libri ha offerto a Henry Miller cento dollari al mese per scrivere racconti erotici. Sembra una punizione dantesca condannare Henry a fare pornografia per un dollaro la pagina. Si è ribellato perché in quel momento non' era proprio in una vena rabelaisiana. Perché scrivere su ordinazione era un'occupazione castrante, perché scrivere con un voyeur che spiava dal buco della serratura toglieva ogni spontaneità e ogni piacere alle sue avventure amorose.

Dicembre, 1940

Henry mi ha parlato del collezionista. A volte pranzavano insieme. Una volta gli aveva comprato un suo manoscritto e poi gli aveva proposto di scrivere qualcosa per uno dei suoi vecchi e ricchi clienti. Non poteva dire molto del suo cliente eccetto che era interessato a racconti erotici. Henry incominciò allegramente, scherzosamente. Inventò storie piccanti sulle quali ridevamo insieme. Si accinse a questo compito come a un esperimento, e sulle prime gli sembrò facile. Ma dopo un po' ne ebbe abbastanza. Non voleva usare in nessun modo il materiale destinato al suo lavoro vero, per cui era condannato a forzare le sue invenzioni e i suoi umori. Non ricevette neanche una parola di incoraggiamento dal suo strano patrono. Era naturale che non volesse rivelare la sua identità, ma Henry incominciò a tormentare il collezionista. Esisteva davvero quel patrono? Oppure quelle pagine erano destinate al collezionista stesso, per rallegrare la sua vita melanconica? Che i due fossero la stessa persona? Henry e io discutemmo a lungo sull'argomento, perplessi e divertiti. A questo punto il collezionista annunciò che il suo cliente sarebbe venuto a New York e che Henry l'avrebbe conosciuto. Ma, in un modo o nell'altro, l'incontro non ebbe mai luogo. Il collezionista si prodigava in descrizioni particolareggiate sulla spedizione via aerea del manoscritto, sul costo dell'operazione, tutta una serie di dettagli intesi a rendere realístiche le informazioni fornite sul famoso cliente. Un giorno volle una copia di Primavera nera con una dedica."Ma mi pareva mi avesse detto che il suo cliente aveva già tutti i miei libri, in edizioni firmate!» disse Henry."Sì, ma ha perso la sua copia di Primavera nera.""A chi devo dedicarla?" chiese Henry ingenuamente."Be', semplicemente a `un caro amico', con la sua firma. "Qualche settimana dopo, Henry aveva bisogno di una copia di Primavera nera e non riusciva a trovarne neanche una. Decise allora di chiedere in prestito quella del collezionista. Andò nel suo ufficio. La segretaria lo invitò ad aspettare, e Henry incominciò a esaminare i libri negli scaffali. Vide una copia di Primavera nera. La estrasse. Era quella che aveva dedicato al "Caro amico". Quando entrò il collezionista, Henry glielo disse, ridendo. Con lo stesso buon umore il collezionista gli spiegò: "Ah, sì. Il vecchio era così impaziente che ho dovuto spedirgli la mia copia personale mentre aspettavo questa firmata da lei, con l'intenzione poi di scambiarle quando il mio cliente verrà a New York."Quando ci incontrammo, Henry mi disse: "Sono più confuso che mai."Quando Henry gli chiese qual era la reazione del cliente al suo lavoro, il collezionista rispose: "Oh, gli piace tutto. È tutto meraviglioso. Ma preferisce le parti narrative, il racconto, senza analisi o filosofia."Quando Henry si trovò ad avere bisogno di soldi per le sue spese di viaggio, mi propose di scrivere qualcosa durante la sua assenza. Io non volevo dare niente di genuino, per cui decisi di creare un misto di storie che avevo sentito e di invenzioni, fingendo che fossero tratte dal diario di una donna. Non incontrai mai il collezionista. Avrebbe letto le mie pagine e mi avrebbe fatto sapere cosa ne pensava. Oggi ho ricevuto una telefonata. Una voce ha detto: "Va bene. Ma lasci perdere la poesia e le descrizioni di tutto quello che non è sesso. Si concentri sul sesso."Così incominciai a scrivere ironicamente, divenendo così improbabile, bizzarra ed esagerata, che pensai che il vecchio si sarebbe accorto che stavo facendo una caricatura della sessualità. Ma non ci fu nessuna protesta. Passavo i giorni in biblioteca a studiare il Kama Sutra, ascoltavo le avventure più spinte degli amici."Meno poesia," diceva la voce al telefono. "Sia specifica. "Ma c'era davvero qualcuno capace di trarre piacere dalla lettura di una descrizione clinica? Il vecchio non sapeva dunque che le parole fanno entrare nella carne colori e suoni? Tutte le mattine, dopo colazione, mi sedevo a scrivere la mia dose di pornografia. Una mattina battei a macchina: "C'era un avventuriero ungherese..." Gli diedi molti vantaggi: bellezza, eleganza, grazia, fascino, il talento di un attore, la conoscenza di molte lingue, un genio per l'intrigo, un genio per trarsi dagli impicci, e un genio per sottrarsi alla costanza e alle responsabilità. Un'altra telefonata: "Il vecchio è contento. Si concentri sul sesso. Lasci perdere la poesia." E questo diede origine a un'epidemia di "diari" erotici. Tutti si annotavano le loro esperienze sessuali. Inventate, udite, ripescate da Krafft-Ebing e da testi medici. Avevamo conversazioni comiche. Uno raccontava una storia e gli altri dovevano decidere se era vera o falsa. O plausibile. Questo era plausibile? Robert Duncan si propose come sperimentatore, per provare le nostre invenzioni, per confermare o negare le nostre fantasie. Avevamo tutti bisogno di soldi, così mettemmo insieme le nostre storie. Ero sicura che il vecchio non sapeva niente delle beatitudini, delle estasi, dei riverberi abbaglianti degli incontri sessuali. Estirpare la poesia, era il suo messaggio. Un sesso clinico, privato di tutto il calore dell'amore, dell'orchestrazione di tutti i sensi: tatto, udito, vista, gusto; di tutte le componenti euforiche: musica di sottofondo, umori, atmosfere, variazioni, lo costringeva a ricorrere ad afrodisiaci letterari. Avremmo potuto infiascare segreti migliori da raccontargli, ma eran segreti a cui sarebbe stato sordo. Però un giorno, quando avesse raggiunto la saturazione, gli avrei detto come ci aveva fatto perdere quasi ogni interesse nella passione con la sua mania dei gesti vuoti di emozioni, gli avrei raccontato come lo stramaledicevamo perché ci aveva quasi indotto a prendere i voti di castità, perché quello che lui voleva farci escludere era proprio il nostro afrodisiaco: la poesia. Ricevetti cento dollari per i miei racconti erotici. Gonzalo aveva bisogno di soldi per il dentista, Helba aveva bisogno di uno specchio per i suoi balli, e Henry di denaro per il suo viaggio. Gonzalo mi raccontò la storia del Basco e Bijou, e io la scrissi per il collezionista.

Febbraio, 1941

La bolletta del telefono non era stata pagata. La rete di difficoltà economiche mi si stava chiudendo intorno. Tutti quelli intorno a me irresponsabili, incuranti del naufragio. Scrissi trenta pagine di racconti erotici. Mi risvegliai alla consapevolezza di essere senza un centesimo e telefonai al collezionista. Aveva saputo qualcosa dal suo ricco cliente sull'ultimo manoscritto che gli avevo spedito? No, non ancora, ma avrebbe ritirato quello che avevo appena finito e me lo avrebbe pagato. Henry doveva andare da un dottore. Gonzalo aveva bisogno di occhiali. Robert entrò con B. e mi chiese i soldi per andare al cinema. La fuliggine della vasistas cadde sui miei fogli di carta e sul mio lavoro. Arrivò Robert e si portò via il mio pacco di carta da macchina. Il vecchio non si stancava mai della pornografia? Non sarebbe dunque successo un miracolo? Incominciai a immaginare che dicesse: "Datemi tutto quello che scrive, lo voglio tutto, mi piace tutto. Le manderò un bel regalo, un bell'assegno per tutto quello che ha scritto." La mia macchina da scrivere era rotta. Con un centinaio di dollari in tasca ritrovai il mio ottimismo. Dissi a Henry: "Il collezionista dice che gli piacciono le donne semplici, senza pretese intellettuali, poi però mi invita a cena." Avevo l'impressione che il vaso di Pandora contenesse i misteri della sensualità femminile, così diversa da quella maschile e per la quale il linguaggio dell'uomo era inadeguato. Il linguaggio del sesso doveva ancora essere inventato. Il linguaggio dei sensi doveva ancora essere esplorato. D.H. Lawrence incominciò a dare un linguaggio all'istinto, cercò di sottrarsi al clinico, allo scientifico, che cattura solo quello che sente il corpo.

Ottobre, 1941

Quando arrivò, Henry fece molte osservazioni contraddittorie. Che poteva vivere con niente, che si sentiva così bene che poteva persino cercarsi un lavoro, che la sua integrità gli impediva di scrivere sceneggiature a Hollywood. Alla fine gli dissi: "E cosa mi dici sullo scrivere pornografia per denaro?" Henry rise, ammise il paradosso, le contraddizioni, rise e liquidò l'argomento.La Francia ha una tradizione di letteratura erotica, scritta in uno stile raffinato, elegante. Quando incominciai a scrivere per il collezionista, pensavo che anche qui ci fosse una tradizione analoga, ma non ne ho trovato traccia. Non ho visto che sciatteria, messa insieme da pennivendoli di seconda classe. Pare che nessuno scrittore vero abbia mai scritto racconti pornografici. Raccontai a George Barker cosa e come stavano scrivendo Caresse Crosby, Robert, Virginia Admiral e altri. Lo divertì molto l'idea di me come "madama" di questa casa di malaffare letteraria, snob, dalla quale era esclusa la volgarità. Ridendo, gli dissi: "Fornisco fogli e carta carbone, consegno i manoscritti anonimamente, proteggo l'anonimità di tutti." George Barker intuì che una cosa simile era molto più spiritosa che elemosinare, chiedere in prestito, o scroccare cene agli amici. Raccolsi i poeti intorno a me e tutti insieme scrivemmo della bellissima pornografia. Condannati come eravamo a insistere solo sulla sensualità, ci furono esplosioni violente di poesia. Scrivere pornografia divenne una strada verso la santità invece che verso la dissolutezza. Harvey Breit, Robert Duncan, George Barker, Caresse Crosby, tutti quanti insieme a concentrare la nostra abilità in un tour de force, rifornendo il vecchio di una tale abbondanza di gioie perverse, che ora ne implorava altre. Gli omosessuali scrivevano come fossero state donne. I timidi si lanciavano in descrizioni di orge. I frigidi in appagamenti parossisticí. I più poetici indulgevano nella bestialità, e i più puri nelle perversioni. Eravamo ossessionati dalle favole meravigliose che non potevamo raccontare. Ci sedevamo in cerchio, cercavamo di immaginare questo vecchio, ci confessavamo il nostro odio per lui, che detestavamo perché non ci permetteva di operare una fusione tra sessualità e sentimento, sensualità ed emozione. Dicembre, 1941 George Barker era terribilmente povero. Voleva scrivere vere altra pornografia. Ne scrisse cinquantacinque pagine. Il collezionista le giudicò troppo surreali. Io le amavo moltissimo. Le sue scene d'amore erano arruffate e fantastiche. Amore fra trapezi. Si bevve i primi guadagni e io non potei prestargli altro che fogli e carta carbone. George Barker, che scriveva pornografia per bere, proprio come Utrillo dipingeva quadri in cambio di una bottiglia di vino. Incominciai a pensare al vecchio che tutti odiavamo. Decisi di scrivergli, di rivolgermi a lui direttamente, per de scrivergli i nostri sentimenti."Caro collezionista, noi la odiamo. II sesso perde ogni potere quando diventa esplicito, meccanico, ripetuto, quando diventa un'ossessione meccanicistica. Diventa una noia. Lei ci ha insegnato più di chiunque altro quanto sia sbagliato non mescolarlo all'emozione, all'appetito, al desiderio, alla lussuria, al caso, ai capricci, ai legami personali, a relazioni più profonde che ne cambiano il colore, il sapore, i ritmi, l'intensità."Lei non sa cosa si perde con il suo esame al microscopio dell'attività sessuale, con l'esclusione degli aspetti che sono il carburante che la infiamma. Componenti intellettuali, fantasiose, romantiche, emotive. Questo è quel che conferisce al sesso la sua struttura sorprendente, le sue trasformazioni sottili, i suoi elementi afrodisiaci. Lei sta rimpicciolendo il mondo delle sue sensazioni. Lo sta facendo appassire, morir di fame, ne sta prosciugando il sangue."Se lei nutrisse la sua vita sessuale con tutte le emozioni e le avventure che l'amore inietta nella sessualità, sarebbe l'uomo più potente del mondo. La fonte del potere sessuale è la curiosità, la passione. Lei sta lì a guardare questa fiammella morire d'asfissia. Il sesso non prospera nella monotonia. Senza sentimento, invenzioni, stati d'animo, non ci sono sorprese a letto. Il sesso deve essere innaffiato di lacrime, di risate, di parole, di promesse, di scenate, di gelosia, di tutte le spezie della paura, di viaggi all'estero, di facce nuove, di romanzi, di racconti, di sogni, di fantasia, di musica, di danza, di oppio, di vino."Quanto perde con questo periscopio sulla punta del pisello, quando invece potrebbe godersi un harem di meraviglie tutte diverse e mai ripetute! Non due peli uguali. Ma lei non ci permetterà di sprecar parole sui peli; neanche due odori, ma se ci dilunghiamo su questo argomento, lei si mette a gridare: Lasciate perdere la poesia. Neanche due pelli con lo stesso incarnato, e mai la stessa luce, la stessa temperatura, le stesse ombre, mai gli stessi gesti; perché un amante, quando è infiammato d'amore vero, può esprimere i toni più sottili di secoli di arte amatoria. Quante sfumature, quanti cambiamenti d'età, variazioni di maturità e innocenza, perversità e arte..."Siamo rimasti seduti per ore a chiederci che aspetto lei abbia. Se ha reso i sensi indifferenti alla seta, alla luce, al colore, all'odore, al carattere, al temperamento, a questo punto dev'essere completamente avvizzito. Ci sono tanti sensi minori, che si buttano come tanti affluenti nel fiume del sesso, arricchendolo. Solo il battito unito del sesso e del cuore può creare l'estasi."

POSTSCRIPTUM

Nel periodo in cui stavamo tutti scrivendo pornografia a un dollaro la pagina, mi accorsi che per secoli avevamo avuto solo un modello per questo genere letterario: quello maschile. Ero già consapevole della differenza nel modo di trattare l'esperienza sessuale da parte dell'uomo e da parte della donna. Sapevo che c'era una grande disparità tra la chiarezza di Henry Miller e le mie ambiguità, tra la sua visione umoristica, rabelaisiana del sesso e la mia descrizione poetica delle relazioni sessuali nelle porzioni inedite del Diario. Come scrissi nel terzo volume del Diario, avevo l'impressione che il vaso di Pandora contenesse i misteri della sensualità femminile, così diversa da quella maschile, e per la quale il linguaggio dell'uomo era inadeguato. Le donne, mi pareva, erano più portate a fondere il sesso con l'emozione, con l'amore, e a scegliere un uomo piuttosto che stare con molti. Questo per me divenne evidente mentre scrivevo i romanzi e il Diario, e lo vidi ancor più chiaramente quando incominciai a insegnare. Ma, nonostante l'atteggiamento delle donne nei confronti del sesso fosse piuttosto diverso da quello degli uomini, noi donne non avevamo ancora imparato a scrivere sull'argomento. In questa collezione di racconti erotici, scrivevo per divertire, sotto pressione da parte di un clientè che mi chiedeva di "lasciar perdere la poesia". E così mi pareva che il mio stile fosse un prodotto della lettura dei lavori maschili. Per questa ragione, per un lungo periodo ebbi la sensazione di esser venuta meno al mio io femminile. E misi da parte i racconti erotici. Rileggendoli ora, che son passati molti anni, vedo che la mia voce non era stata messa completamente a tacere. In molti passaggi avevo usato intuitivamente un linguaggio femminile, considerando l'esperienza sessuale dal punto di vista di una donna. Alla fine decisi di permettere la pubblicazione dei racconti perché mostrano i primi sforzi di una donna in un mondo che è stato di esclusivo dominio maschile. Se la versione non purgata del Diario verrà mai pubblicata, questo punto di vista femminile verrà stabilito con maggiore chiarezza. Farà vedere come le donne (e io, nel Diario) non abbiano mai separato il sesso dal sentimento, dall'amore per l'uomo come essere totale.

Los Angeles, settembre 1976

Anais Nin

E' un testo lungo, e mi scuso di averlo postato nella sua interezza, tuttavia è talmente bello e illuminante che ho preferito lasciarlo così, completo in se stesso, piuttosto che tagliarlo o sceglierne dei brani. Mi riprometto nei prossimi interventi, insieme ad Animus, di inserire alcuni componimenti erotici, e magari di realizzarne delle versioni audio, grazie al contributo della nostra amica Adriana Novello. La poesia, come nei tempi antichi, assume un fascino del tutto diverso quando viene recitata. Direi addirittura che rivela la sua natura più profonda...schiude i sensi....

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Di Anima (del 27/09/2006 @ 15:48:44, in Pablo Neruda, linkato 1087 volte)

Di Pablo Neruda, una poesia carica di potenza che colpisce al cuore per il modo sinuoso in cui si sviscera e per l'intensità delle immagini che introduce.

Ah, quanto tempo
si è
potuto vivere,
terra,
senza autunno!
Ah, che naiade
oppressiva
la primavera
con i suoi scandalosi
capezzoli
che mostra in tutti
gli alberi del mondo,
e quindi
l'estate,
grano,
grano,
intermittenti
grilli,
cicale,
sudore sfrenato.
Poi,
l'aria
reca di mattina
un vapore di pianeta.
Da altra stella
cadono gocce d'argento.
Si respira
il cambiamento
delle frontiere,
dell'umidità del vento
dal vento alle radici.
Qualcosa di sordo, profondo,
lavora sottoterra
stivando sogni.
L'energia si raggomitola,
la catena
delle fecondazioni
arrotola
i suoi anelli.
Modesto è l'autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.

Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera.
Accendere tutto
quel che è nato
per essere acceso.
Spegnere il mondo , invece,
facendolo scivolare via
come se fosse un cerchio
di cose gialle,
fino a fondere odori,
luce, radici,
e a far salire il vino all'uva,
coniare con pazienza
l'irregolare moneta
della cima dell'albero
e spargerla dopo
per disinteressate
strade deserte,
è compito di mani
virili.

Per questo,
autunno,
compagno vasaio,
costruttore di pianeti,
elettricista,
conservatore del grano,
ti dò la mia mano da uomo
a uomo
e ti chiedo di invitarmi
a uscire a cavallo
per lavorare insieme a te.
Ho sempre voluto
essere l'apprendista
dell'autunno
essere il piccolo parente
del laborioso
meccanico delle cime,
galoppare per la terra
distribuendo
oro,
oro inutile.
Ma, domani,
autunno,
ti aiuterò a ripartire
foglie d'oro
ai poveri della strada.

Autunno, buon cavaliere,
galoppiamo,
prima che ci sorprenda
il nero inverno.
E' duro
il nostro lungo lavoro.
Andiamo
a preparare la terra
e a insegnarle
a essere madre,
a riparare le sementi
che nel suo ventre
dormiranno protette
da due cavalieri rossi
che girano per il mondo:
l'apprendista dell'autunno
e l'autunno.

Così dalle radici
oscure e nascoste
potranno uscire danzando
la fragranza
e il velo verde della primavera.

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Di Animus (del 16/09/2006 @ 12:46:10, in Oriana Fallaci, linkato 489 volte)
... con la parte finale di Lettera a un bambino mai nato, libro che trovo splendido per la sua capacità di farci vedere tutto il dramma a cui è chiamata una donna: dare o no la vita. Dramma che spesso vorremmo “alleggerire” imponendo leggi superiori, umane o divine che siano. Dimenticando che una scelta così intima non può che essere tale. (...) Sopra di me c'è un soffitto bianco e accanto a me, dentro un bicchiere, ci sei tu. Non volevano che ti vedessi ma li ho convinti affermando che era mio diritto e ti hanno posato lì: con una smorfia di disapprovazione. Ti guardo, finalmente. E mi sento beffata perchè non hai proprio nulla in comune con il bambino della fotografia. Non sei un bambino: sei un uovo. Un uovo grigio che galleggia in un alcool rosa e dentro il quale non si scorge nulla. Finisti assai prima che se ne accorgessero: non arrivasti mai ad avere le unghie e la pelle e le infinite ricchezze che io ti regalavo. Creatura della mia fantasia, riuscisti appena a realizzare il desiderio di due mani e due piedi, qualcosa che assomigliava ad un corpo, l'abbozzo di un volto con un nasino e due microscopici occhi. In fondo amai un pesciolino. E per amore di un pesciolino mi inventai un calvario in seguito a cui rischio di finire anch'io. E' inaccettabile. Ma perchè non ti ho fatto togliere prima? Perchè ho perso tanto tempo prezioso lasciando che tu mi avvelenassi? Sto male, sembrano tutti allarmati. Mi hanno infilato aghi nel braccio destro e nel polso sinistro, dagli aghi partono tubi sottili che salgono come serpenti fino ai boccioni. L'infermiera s'aggira con passi d'ovatta. Ogni tanto entra il dottore con un altro dottore e si scambiano frasi che non capisco ma che suonano come minacce. Darei molto perchè arrivassero la mia amica o tuo padre, meglio ancora i miei genitori: m'era parso di udirne le voci. Invece non viene nessuno fuorchè quei due col camice bianco: uno è lo stesso che mi condannò? Un momento fa s'è arrabbiato. Ha detto: "Raddoppiate la dose!". La dose di che? Della pena? L'ho già scontata, devo ricominciare? Poi ha detto: "Svelti, non capite che se ne va?". Chi se ne va? Un ago, una persona, la vita? La vita non può andarsene se non si vuole: qui non muore nessuno. Nemmeno te, perchè sei giù morto. Morto senza sapere cosa significa essere vivo: senza sapere cosa sono i colori, i sapori, gli odori, i suoni, i sentimenti, il pensiero. Mi dispiace: per te e per me. Mi umilia. Perchè a cosa serve volare come un gabbiano dentro l'azzurro se non si generano altri gabbiani che ne genereranno altri ancora ed ancora per volare dentro l'azzurro? A cosa serve giocare come bambini se non si generano altri bambini che ne genereranno altri ancora ed ancora per giocare e divertirsi? Dovevi resistere. Dovevi combattere, vincere. Hai ceduto troppo presto, ti sei rassegnato troppo alla svelta: non eri fatto per la vita. Chi si spaventa per un paio di fiabe, per due o tre avvertimenti? Eri simile a tuo padre: lui trova comodo riposarsi in Dio, tu trovasti comodo riposarti non nascendo. Chi di noi due ha tradito? Non io. Sono molto stanca, non sento più le gambe, a intervalli mi si annebbiano gli occhi e il silenzio m'avvolge come un ronzio di vespe. Eppure non cedo, io, guarda. Tengo duro, io, guarda. Siamo talmente differenti. Non devo addormentarmi. Devo stare sveglia e pensare. Se penso, forse, resisto. Da quando stai in quel bicchiere? Da ore, da giorni, da anni? Magari sono giorni e a me sembrano anni: non posso lasciarti ancora in un bicchiere. Bisogna che ti sistemi in un posto più dignitoso: ma dove? Forse ai piedi della magnolia. Il fatto è che la magnolia è lontana: si trova nel tempo in cui anch'io ero piccina. Il presente non ha magnolie. nemmeno la mia casa. Dovrei portarti a casa. Al mattino, però. Ora è notte: il soffitto bianco sta diventando nero. E fa freddo. Meglio che infili il cappotto per scendere giù. Via, andiamo: ti porto. Vorrei tenerti fra le braccia, bambino. Ma sei così minuscolo: non posso tenerti tra le braccia. Posso appoggiarti sulla palma di una mano ed è tutto. Purchè un colpo di vento non ti rubi. Ecco una cosa che non capisco: può rubarti un colpo di vento e tuttavia pesi tanto, barcollo. Dammi la mano, ti prego: così. Bravo. Ecco, ora sei tu che mi conduci, mi guidi. Ma allora non sei un uovo, non sei un pesciolino: sei un bambino! Mi arrivi già al ginocchio. No, al cuore. No, alla spalla. No, al di sopra della spalla. Non sei un bambino, sei un uomo! Un uomo con dita forti e gentili. Ne ho bisogno ormai: sono vecchia. Non riesco nemmeno a scendere i gradini se non mi sorreggi. Ricordi quando andavamo su e giù per questa scala, attenti a non cadere, stretti l'uno all'altra in un abbraccio di complicità? Ricordi quando ti insegnavo ad andarci da solo, camminavi da poco, e contavamo i gradini ridendo? Ricordi come imparavi aggrappandoti ad ogni sporgenza, ansimando, mentre io ti seguivo con le mani tese? E il giorno in cui ci litigammo perchè non ascoltavi le mie raccomandazioni? Dopo mi dispiacque. Volevo chiederti scusa ma non mi riusciva. Ti cercavo di sotto le ciglia e anche tu mi cercavi di sotto le ciglia finchè ti fiorì sulle labbra un sorriso e compresi che avevo compreso. Poi cosa accadde? Il mio pensiero si appanna, le mie palpebre sembrano piombo. E' il sonno o la fine? Non devo cedere al sonno, alla fine. Aiutami a restare sveglia, rispondimi: fu difficile usare le ali? Ti spararono in molti? Gli sparasti a tua volta? Ti oppressero nel formicaio? Cedesti alle delusioni e alle rabbie oppure rimanesti dritto come un albero forte? Scopristi se c'è la felicità, la libertà, la bontà, l'amore? Spero che i miei consigli ti siano serviti. Spero che tu non abbia mai urlato l'atroce bestemmia "perchè sono nato?". Spero che tu abbia concluso che ne valeva la pena: a costo di soffrire, a costo di morire. Sono così orgogliosa d'averti tirato fuori dal nulla a costo di soffrire, a costo di morire. Fa davvero freddo e il soffitto bianco ora è proprio nero. Ma siamo arrivati, ecco la magnolia. Cogli un fiore. Io non ci sono mai riuscita, tu ci riuscirai. Alzati sulla punta dei piedi, allunga un braccio. Così. Dove sei? Eri qui, mi sorreggevi, eri grande, eri un uomo. E ora non ci sei più. C'è solo un bicchiere di alcool dentro cui galleggia qualcosa che non volle diventare un uomo, una donna, che non aiutai a diventare un uomo, una donna. Perchè avrei dovuto, mi chiedi, perchè avresti dovuto? Ma perchè la vita esiste, bambino! Mi passa il freddo a dire che la vita esiste, mi passa il sonno, mi sento io la vita. Guarda, s'accende una luce. Si odono voci. Qualcuno corre, grida, si dispera. Ma altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di futuri bambini: la vita non ha bisogno nè di te nè di me. Tu sei morto. Forse muoio anch'io. Ma non conta. Perchè la vita non muore.
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Di Animus (del 12/09/2006 @ 18:06:04, in Adriana Novello legge Francesco Sicilia, linkato 558 volte)
Una nuova interpretazione di Adriana Novello, che "raccoglie" tutta la sua intensità in pochi versi tratteggiati.
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Di Anima (del 21/08/2006 @ 15:48:50, in Adriana Novello legge Maria Luisa Pesce, linkato 669 volte)

Adriana Novello, collaboratrice di RadioAlzoZero, legge "Il complesso della sirena" di Maria Luisa Pesce.Il primo di una serie di file audio in cui sarà possibile ascoltare dalla viva voce di questa bravissima interprete le poesie dei nostri autori.

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Di Anima (del 13/08/2006 @ 15:29:13, in Michael Onfray, linkato 890 volte)

E visto che parliamo di Afrodite, che non è solo la dea della bellezza, e che non a caso si fregia del doppio appellativo di Urania e Pandemia, vorrei portare alla vostra attenzione un libro che non solo trovo bello, per l’appunto, ma individuo anche come l’anello mancante, la dimostrazione filosofica che mancava ad una diffusa quanto combattuta idea di laicità.

 

Credo nella laicità, in quel valore transculturale che individua i capisaldi della morale al di là dei costumi, delle tradizioni, delle religioni, dell’idea comune.

 

Credo che la filosofia come scienza del pensiero e valore della ricerca debba essere il fondamento ontologico della morale, che lo stato debba essere laico, che i crocifissi a scuola possano essere messi o non messi, ma senza mai dimenticare che la scuola ha una funzione educativa che deve prescindere da queste beghe di quartiere per l’accaparramento del territorio.

 

L’obiettivo delle religioni è fare proseliti e sinceramente noi invece abbiamo bisogno di un po’ di sana arte maieutica che riesca a tirare fuori dall’uomo qualcosa di buono, qualcosa che abbia a che fare con la sua essenza, con la sua identità.

 

Si può essere estremamente spirituali ed estremamente laici, anzi, credo che le due cose non collidano affatto.

La spiritualità, a differenza della religione, è una ricerca personale, che prescinde dai dogmi e come può coltiva il dubbio, che non cerca necessariamente etichette ma si riconosce in un continuo interrogarsi che prescinde dai mille nomi di dio.

 

E per ritornare ad Afrodite, che ho citato all’inizio, ella viene ricordata come una splendida dea dell’amore.

Questo amore del corpo torturato, ripudiati, rinnegato, manipolato, sublimato.

Non so davvero cosa ci sia rimasto.

Ah si, la ribellione moderna dell’amore del corpo senza dignità.

 

Ecco perché mi è piaciuto il libro di Michel Onfray, “Teoria del corpo amoroso”, edito dalla Fazi Editore, perché attraverso tutte le sfumature della filosofia è giunto a dare nuova giocosità al corpo e al piacere, a renderlo dunque “laico”.

 

Ma vorrei riportare alcuni brani dello stesso Onfray:

“La prima tappa, critica, del mio percorso, implica una decostruzione dell’ideale ascetico: per fare ciò cercherò di farla finita con i principi della logica della rinuncia, che tradizionalmente mette in relazione desideri e mancanza, definisce la felicità come compiutezza e realizzazione di sé nell’altro, per l’altro e per mezzo dell’altro; eviterò di sottomettermi all’idea che la coppia fusionale rappresenti la formula ideale di questo ipotetico culmine ontologico; cesserò di contrapporre brutalmente anima e corpo, perché questo dualismo, che è diventato una temibile arma da guerra nelle mani degli amatori dell’odio di sé, organizza e legittima una morale moralizzatrice articolata sulla positività dello spirito e la negatività della carne; rinucerò a collegare fino a confonderli amore, procreazione, sessualità, monogamia, fedeltà e coabitazione; rifiuterò l’opzione ebraico- cristiana che mescola femminile, peccato, colpa, colpevolezza ed espiazione; criticherò la collusione fra monoteismo, misoginia e ordine fallocratico; condannerò le tecniche del disprezzo di sé messe in opera dalle ideologie pitagoriche, platoniche e cristiane; seppellirò la famiglia, questa cellula primitiva del politico che su di essa strutturalmente si basa. In tal modo si possono comprendere.e quindi mettere sotto accusa parecchi secoli di ebraismo- cristianesimo.”

 

E ancora:
“La mia proposta , che si colloca decisamente in antiche contrade e si batte contro i modello etico dominante, si riallaccia senza ambagi al progetto di tutte le scuole filosofiche ellenistiche. Rendere possibile la vita filosofica e,a questo scopo, volere apertamente la fine della vita mutilata, frammentata, esplosa, dispersa, costruita dalla nostra civiltà alienante, ancorata a i valori del denaro, della produzione del lavoro, del dominio.

La filosofia può dare un contributo a questo progetto radicale.

Meglio ancora: deve.

Anzitutto cessando di limitarsi, come fa da lungo tempo, a sollevare interrogativi, ripercorrere la storia dei problemi seguendo passivamente l’odissea delle interrogazioni, quando invece guadagnerebbe a porsi chiaramente come la disciplina delle soluzioni, delle risposte e delle proposte.

Per quanto mi riguarda, non mi accontento di una filosofia che dedica la sostanza del suo tempo e delle sue energie a sollecitare condizioni di possibilità, a esaminare le basi epistemiche su cui porre le domande.

Preferisco guardare, dall’altra estremità della catena delle riflessioni, alla somma delle affermazioni e delle risposte utili a condurre un’esistenza lanciata a tutta velocità fra i due nulla […]ho sempre preferito una piccola scoperta utile dal punto di vista esistenziale a una ricerca filosofica vasta ma inutile per la vita quotidiana.”

 

Il libro è una risposta tra l’altro divertente a tutte queste premesse.

Farò in modo di volta in volta di farvene gustare dei brani.

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Di Anima (del 09/08/2006 @ 10:25:07, in Manlio Sgalambro, linkato 406 volte)

Da un'intervista a Manlio Sgalambro per "Il Tempo" un'acuta provocazione. La contaminazione è una necessità intellettuale o una forma di disperazione tipica di questa era? E la sua giustificazione sulla poliedricità del filosofo è davvero così convincente?

Sgalambro è nato a Lentini, la città di
Gorgia, nel 1924. Undici anni dopo accompagnerà il padre farmacista a Monaco
di Baviera, in pieno furore hitleriano. A ritroso, quel viaggio, nella terra
di Mann e Spengler, gli cambierà la vita e lui diventerà il più controverso
filosofo italiano. Pubblicherà "La morte del sole" e il "Trattato
dell'empietà", che apriranno squarci di nichilismo nel pensiero nazionale.
Poi sarà anche autore di testi teatrali e poetici, di libretti per opere
musicali. Ma questo avverrà quando inizierà una collaborazione con Franco
Battiato, e il filosofo sarà il suo paroliere. Poi, con l'avvento del nuovo
secolo, sempre a fianco del musicista di Ionia, scrive le sceneggiature di
due film, "Perduto amor" e "Musikanten". E forse ne scriverà anche un
terzo... Chi è l'artista? Una cellula del caos odierno che cerca
disperatamente di lasciare più tracce possibili; o non è più soddisfatto del
sapere che ha originato il suo processo creativo? «È un cambiamento che
bisogna interpretare. Penso che il fenomeno si rafforzerà ancora di più.
Vedremo filosofi che non si accontenteranno più delle loro cattedre e dei
loro libri e cercheranno un ponte di comunicazione che non sia più quello
tracciato dalle vie canoniche ma che possa essere inventato: il rapporto
diretto con il pubblico, la lettura dei propri brani. Ma tutto questo
perchè? Perchè, in questa era di contaminazione si crea un nuovo modo
d'essere. È un fenomeno legato a questo disamore per i campi separati, a
differenza delle epoche analitiche che non si sognerebbero mai di confondere
il teatro con la filosofia. Il sapere analitico e distinto è deprezzato da
questa epoca... che tende a mischiare tutto, come in una sorta di magia
oscura che la rende metaforica ed allegorica. Ma la nozione di futuro per
l'artista è cambiata: "Morirò io e moriranno anche le mie cose". Questo
sforzo di lasciare più impronte è l'unico modo per catturare la dimensione
in cui siamo: "non esisto all'infuori del presente". La sensazione è quella
che se non esisto nel presente non esisterò mai più. Per riassumere: questa
corsa verso terreni diversi è un segno di abbandono delle arti e dei saperi
distinti». Questa era ha provocato un azzeramento, un livellamento tra le
arti, dunque l'esigenza di cimentarsi in più campi diventa quasi un obbligo?
«Una volta si scriveva per fame di immortalità. Questa fame di permanere ci
porta oggi a questa selezione, non si acquieta più all'interno di una sola
disciplina. Ma ci spinge oltre, è lo spirito di questi tempi, è un periodo
di confusione delle arti e dei saperi e di confusione di chi li pratica.
Così avviene che si fanno romanzi, quadri, musiche, come per esempio nel
caso di Savinio. Ma tutto questo non ci dà la sensazione dell'uomo
universale del rinascimento, ma è la condizione dell'uomo disperato, il
quale vuole che le sue opere restino, l'impronta da lui data rimanga e
dunque opera come se volesse abbattere, lottare contro qualcosa (il tempo
probabilmente) che distruggerà tutto. Siamo intrisi profondamente di
caducità e questa caducità ha invaso ciò che facciamo, comprese le nostre
opere». E Sgalambro come si pone? Resta un filosofo che dà il suo servizio
alla musica, al teatro, al cinema, o si scopre improvvisamente autore di
canzoni, testi teatrali, sceneggiature? «Credo in effetti di continuare a
fare quello che facevo prima e cerco di occuparmi di queste cose alla stessa
maniera che è tipica del mio modo di vedere. L'unica differenza è quella che
invece di sviluppare concetti tento di sviluppare sensazioni. La riflessione
mi ha sempre convinto della grande musicalità di cui è pervasa la stessa
logica di Hegel, come del resto avveniva al giovane Marx, il quale scrivendo
al padre affermava: "Sto studiando la logica hegeliana e vi trovo una
qualche melodia rupestre". Ho una legittimazione di ciò che faccio. Poichè
io non sono un accademico, per me il luogo della filosofia è dove sono. Se
mi metto a far canzoni il luogo della filosofia è quello, e così se faccio
teatro. L'altro tipo di filosofo ha un luogo dove esercitare, tutte le
mattine entra in aula e diventa il "professore di filosofia"; molto
probabilmente la filosofia lo annoia fuori da quel luogo. Il filosofo nomade
al contrario è filosofo in ogni momento». Dunque è compito della filosofia
quello di plasmare la musica, il cinema, il teatro, o avviene il contrario?
«Il filosofo è condannato ad essere filosofo, non ha un luogo dove entrare e
dire: "ora sono filosofo"». E come ci si sente a scrivere sceneggiature? «La
sceneggiatura è scrittura pragmatica, che si finalizza nell'immagine, un
atto strumentale». E se il filosofo "nomade" improvvisamente si stancasse di
viaggiare e di spaziare? «Rimarrebbe il tacere, ma ci vuole molta forza per
arrivarci. Non il nobile "silenzio" che presuppone la riflessione, ma
proprio il tacere che ha in questo caso il sapore dell'espiazione di una
colpa».

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Di Animus (del 05/08/2006 @ 18:01:16, in Ispirazione poetica, linkato 559 volte)

Da un saggio del 1998 del poeta Dante Maffia, nuovi stimoli per “girare intorno e toccare” la questione dell’ispirazione. Perché parlarne anche in questo blog legato all’idea della bellezza? Leggete fino alla fine...

“Un tempo l’ispirazione designava l’azione della divinità incarnatasi nell’uomo per comunicare rivelazioni o visioni. I libri sacri pare che siano stati scritti,senza esclusione di religioni, in uno stato estatico; già nel mondo ellenistico Filone aveva discusso in tal senso l’argomento. Poi Origene interpretò il fenomeno come “illuminazione somma” e non più come “obnubilamento estatico della coscienza” e così si arrivò a riconoscere all’uomo una parte importante nel fare.”

(…)

“Giacomo Leopardi ha annotato: “Io non ho scritto in vita mia se non pochissime e brevi poesie. Nello scriverle non ho mai seguito altro che un’ispirazione (o frenesia), sopraggiungendo la quale in due minuti io formava il disegno e la distribuzione di tutto il componimento.” “

(…)

“Ma veramente esiste questa benedetta ispirazione? Veramente il poeta, nell’atto della creazione, è soltanto un tramite, uno strumento di cui la divinità si serve per esistere? E attraverso quali meccanismi la divinità sceglie questi strumenti? Nessun merito dunque per uomini geniali (Dante, Shakespeare, Goethe) che hanno consumato i loro anni alla “fioca lucerna poetando”? Non vale nulla essere colti, studiosi attenti, conoscitori di varie letterature, della storia, del pensiero filosofico, delle lingue? Se lo strumento di cui si serve la divinità è uno strumento prezioso, con qualità culturali eccelse, con un forte spirito critico, con una tempra etica elevata, non filtra meglio il messaggio del dio?”

(…)

“Dunque, che cos’è l’ispirazione? Per carità, non domandatelo ai poeti che, romanticamente legati (anche quelli nati secoli prima del Romanticismo storico) alla scrittura, sono pronti a giurare che un sacro furore li attanaglia e quel che “ditta dentro” van “significando”; non domandatelo ai poeti, perché diventano tutti mistici nel momento in cui devono ricordare come nascono i loro versi; non domandatelo ai poeti perché essi pretendono di essere dei se parlano del loro lavoro e se qualcuno fa loro notare che così dicendo negano la loro umanità, il loro essere, la loro identità e la loro personalità, si adombrano.”

(…)

“I critici letterari, quando si è dovuto affrontare il problema dell’ispirazione hanno spesso mestato e intorbidato, rifugiandosi in formule che rispecchiano la loro tendenza, più che metodologica, ideologica. C’è chi ha persino sostenuto che la poesia si possa fare con i semplici strumenti della tecnica. Può darsi, ma anche i diamanti ormai si possono creare in laboratorio e le spigole possono allevarsi, ma altro, credo, è la bellezza di un diamante che si è lentamente formato da sé, e altro la bellezza e il sapore della spigola che solca i mari.”

(…)

“E’ difficile districare una matassa così diafana e quasi fatta di luce più che di fili; l’ispirazione è forse un gomitolo che non si srotola e non s’è mai arrotolato, c’è, preesiste. Scrive Garcia Lorca: “Il poeta che sta per creare una poesia (lo so per esperienza personale) ha la vaga sensazione di partecipare ad una battuta di caccia notturna in un bosco remotissimo. Un timore inesplicabile gli si agita in petto… Brezze delicate rinfrescano il cristallo dei suoi occhi. La luna, rotonda come un corno da caccia di metallo tenero, risuona nel silenzio degli ultimi rami. Cervi bianchi appaiono nelle radure dei tronchi. La notte intera si rifugia sotto uno schermo di rumore. Acque profonde e quiete scintillano fra i giunchi… Il poeta deve turarsi le orecchie come Ulisse di fronte alle Sirene, e deve scagliare le sue frecce contro le metafore vive e non contro quelle figurate o false che lo vanno accompagnando… Il poeta deve andare alla sua battuta di caccia limpido e sereno… Talora bisogna lanciare alte grida nella solitudine poetica per porre in fuga i cattivi spiriti faciloni che ci vogliono spingere alle lusinghe popolari prive di senso estetico, di ordine e di bellezza…”.”

(da “Che cos’è l’ispirazione” di Dante Maffia, tratto da “ Poeti italiani verso il nuovo millennio”, Edizioni Scettro del Re, Roma)

Eccoci, quindi, grazie alle osservazioni acute di Dante Maffia e alle parole di Garcia Lorca, di nuovo e ancora alla bellezza come essenza che va raggiunta. Le parole del grande poeta spagnolo appaiono, ai miei occhi, come un vero e proprio invito al viaggio. Che sia proprio questo, la “disposizione all’ispirazione”? La disposizione a voler intraprendere un viaggio, ancora una volta verso ciò che è essenziale.

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Di Anima (del 16/07/2006 @ 11:03:48, in Sul Mito, linkato 579 volte)
Credo che il mito pur essendo totalmente falso e pomposo in genere sia necessario alla crescita dell'essere umano poiché da la spinta ad essere positivi e crea dei modelli. Basti pensare la mito più moderno come i mondiali di calcio dove tutti si uniscono in una festa senza fine per celebrare un trionfo. Di per se non importa che il mito prenda spunto da fatti veri o leggendari, ciò che conta che trasmetta un senso di fratellanza tra le persone e che le unisca in un unico intento il resto lasciamolo agli ingenui che credono, coloro che vedono con i propri occhi sanno che sono favole ma non per questo smettono di giocare con loro... potrei dire lo stesso delle religioni haimé
Fulvio Fapanni
__________________________________________________________________________

La questione del mito si pone a un livello più profondo del credere o non credere a delle favole dell'infanzia.

Il problema non è la verosimiglianza del racconto, la corrispondenza fra significante e significato.

E credo, la questione si pone in ugual modo nel discorso sulle religioni, perchè il simbolismo che si manifesta in queste ultime come nelle storie, nei miti, nelle favole, va al di là del semplice: ciò che vedo= ciò che è reale.

Questa è la differenza fra segno e simbolo.

Segno: a un significante si associa uno e un solo significato (semaforo rosso= stop)

Simbolo: ad un significante si associano molteplici significati (croce: simbolo di morte e resurrezione, di inizio e di fine, di vita e di ritorno, e ogni cultura potrebbe in proposito dire la propria…)

Il problema non è il simbolo, ma ciò che ad esso attribuisce la nostra mente profonda, il nostro sé giovane.

Alcuni ricercatori del profondo hanno voluto individuare strutture comuni del nostro inconscio , un terreno di immagini, energie, visioni a cui attingono le radici del nostro sé individuale, spiegando così il riproporsi di miti simili in luoghi anche molto distanti della terra.

Penso a Jung con la sua teoria degli archetipi, penso a Levi Strass e allo strutturalismo.

Confesso che questa è una teoria alla quale sono propensa a credere.

Penso, come Edward Bach, che la parte di noi che comunica con l’anima universale è quella emozionale, il nostro sé giovane appunto, e che quest’ultimo, come un bambino ( il nostro bambino divino?), apprenda molto di più attraverso vecchie fole di streghe e folletti che in altro modo.

Crescendo, irrigidiamo le nostre strutture e diventiamo adulti lontani dalle forme tondeggianti e i colori morbidi dell’infanzia.

Poi, passiamo tutta la vita alla ricerca del nostro bambino interiore e della nostra Anima smarrita.

Il simbolo ha un potere che alla mente analitica sfugge.

E il simbolo è alla base della parte migliore della nostra civiltà: tutto il patrimonio epico-narrativo, i racconti del nostro passato, l’arte, grossa parte del nostro pensiero filosofico.

La mente immagina, l’uomo crea.

Il nostro lato razionale ha solo il compito di manifestare nella realtà ciò che la nostra mente profonda partorisce.

Sono sempre più incline a credere che dobbiamo sbarazzarci di tutte queste zavorre razionali, rendendo la mente ciò che è, e ritornando alla matrice.

In “Matrix”, il primo dei tre film che compongono la celebre trilogia, Neo chiede chi c’è dall’altra parte dello specchio, ma si sente rispondere:”Sei tu che ti trovi al di là….

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ottima recensione, i...
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d'accordo con Lella:...
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brutto e bello sono ...
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prosegue il testo in...
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Di cristiana

Titolo
Altre Americhe (4)
CHARADE/Babele (9)
CHARADE/Baol (8)
CHARADE/LoungeBar (6)
CHARADE/Lungoirno (4)


Titolo
Listening
Senza spina di Angelo Branduardi

Reading
Delfini di Banana Yoshimoto

Watching
Ponyo on the Cliff by the sea di Hayao Miyazachi.


Titolo



11/09/2010 @ 4.07.46
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