Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Vorrei segnalare l’uscita, ormai del 29 settembre scorso, di “Unusual”, il nuovo album di Giuni Russo, in cui la straordinaria voce dell’artista rivive affiancata da artisti italiani e internazionali che “vestono” di nuovo brani originali, scelti dal suo indimenticabile repertorio.
Duettano con lei personaggi del calibro di Caparezza, Battiato, Lene Lovich, e ci sono camei straordinari per ironia come quello realizzato da Vladimir Luxuria, mentre in “La sposa” la voce di Giuni si innalza accanto al coro incredibile delle “sue”Carmelitane scalze”.
Sorelle per lei perché Giuni, quasi presentendo il male che l’avrebbe fulminata, ode il richiamo del misticismo, ed in particolare di Santa Teresa d’Avila, di cui mette in musica più d’una poesia.
“Moro perché non moro” e “Nada te turbe” sono esempi altissimi dell’unione della voce di Giuni al misticismo ispirato di Teresa, madre dell’orazione mentale.
Diceva Teresa: “L’orazione mentale non è molto pensare, ma molto amare”.
Altri grandi esempi della ricerca spirituale compiuta da Giuni sono “La sposa”, conosciuto anche come “Inno alla Sapienza”, e “La sua figura”, dedicata al grande mistico della notte oscura, Giovanni della Croce, peraltro mentore e consigliere di Santa Teresa.
Giuni affronta con grande forza interiore il male che la divora, senza mai nulla rivelare soprattutto ai mezzi di comunicazione e stampa. Non vuole destare pietismo. Eppure, nei concerti di quegli anni, nel quasi profetico “Morirò d’amore” cantato con divina ispirazione sul palco di Sanremo, da lei irradia un’energia che nulla ha di umano, un’energia che può venire solo da un cuore trafitto da amore divino, alimentata da centri superiori, e la sua voce che già di suo era sconvolgente per la capacità che aveva di ricoprire ben quattro ottave, diventa ora sovraumana, angelica.
È una Giuni non più umana, lei che era stata così difficile, così ribelle, così dura a volte, nota per un carattere tuttaltro che facile, permalosa, aggressiva, ma di una grande forza interiore, che si rivela nel suo grande amore di tutta la vita, la poetessa Maria Antonietta Sisini, che con lei scrive i testi delle canzoni e divide una vita non sempre facile fino in fondo, e si compie nell’amore non più umano che trasuda da ogni sua stilla.
Non è facile far finta di niente quando Giuni canta.
Folgorata dal primo cd che ho ascoltato di lei, una raccolta che racchiudeva la celeberrima “Lettera al governatore della Libia” di Battiato e Giusto Pio, o ancora l’ironica e assolutamente innovatrice per l’epoca “Una vipera sarò”, l’avvolgente “Mediterranea” e altre canzoni incredibili, non ho potuto fare a meno di scovare e acquistare tutto quello che trovavo su di lei.
Giuni sapeva essere ironica e irriverente, colta e raffinata, mistica e raccolta, spiazzante e impudente.
Poteva cantare canzoni fin troppo innovative, vicine allo sperimentalismo e all’elettronica, sapeva fare pop e poteva con grande naturalezza cantare lirica e melodica classica.
Dall’amore fin troppo umano di “Anima pagana” è arrivata al transumano “Morirò d’amore”, brano omonimo di un cd che dà letteralmente i brividi.
Diceva Osho: “Se volete conoscere l’amore di Dio, dovete prima bere fino in fondo quello degli uomini”.
Sembra che lei l’abbia fatto. Del brano “Una rosa è una rosa” disse: “Auguro a tutti di provare quello che io provo ogni mattina al mio risveglio nel trovarmi accanto un amore così grande”.
Come non amare lei?
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Ancora un passo nell’universo erotico femminile vissuto attraverso la poesia.
Le Cento quartine (1996) di
Patrizia
Valduga sono versi estremamente espliciti e anche
estremamente ironici, nel loro descrivere nel “tempo reale” il dialogo notturno tra un uomo e una donna che si confrontano nei tempi e nei modi di un incontro tra corpi, pensieri e anima. Nulla viene celato, in un bisogno pressante di “dirsi” e ascoltare l’altro così ben descritto dalla quartina numero 8. Il “parlare”, quindi, è al centro anche di questa poesia, nella quale l’intima descrizione è affidata al dialogo diretto.
In una sua recensione, Luciano Gramigna scrisse: “Il discorso poetico è tenuto dalla donna, ma l'uomo vi entra, lo rompe di continuo, con l'ausilio tipografico delle virgolette. Prima ancora dei corpi, sono le frasi ad attorcigliarsi l'una con l'altra: gli atti carnali equivalgono agli atti di parola; e viceversa. ...é un
linguaggio osceno, corpolalico - che non comunica il godimento ma lo produce, fa il godimento della coppia. E' esso stesso, per usare una bella immagine della Valduga, "il desiderio che non trova pace / e va
peregrinando sul tuo corpo". E' una lingua in cui l' espressione è l'azione vera e propria.”
Vi propongo quindici delle cento quartine, anche se a mio parere è opera, questa, da leggere dal primo all’ultimo verso, per ricavarne un necessario “sentire ininterrotto”. Cosa ne pensate di questo
sorprendente dialogo che non si tira indietro?
1.
Come sei bello quando sei eccitato!
Come hai gli occhi più neri… così neri:
due nere notti che stanno in agguato
sopra i miei sensi, sopra i miei pensieri.
4.
“La porta del piacere… eccola, è qui.”
Quella del tuo, sicuramente, sì.
“Chi ti apre il cervello? dimmi, chi?”
Chi lo sa aprire… Piano… sì, così…
8.
Ora lo sai: ho bisogno di parole.
Devi imparare a amarmi a modo mio.
E’ la mente malata che lo vuole:
parla, ti prego! parla, Cristoddio!
15.
In questa stanza che non ha più uscita,
come stormisce il sangue, e al suo stormire
è il mio turno di vivere… di vita…
Io so che sai che cosa voglio dire.
16.
So solo quello che mi basta a stento
per non sprecare i battiti del cuore,
perché sapere, sappilo, è un tormento:
è sempre chi più sa che ha più dolore.”
32.
“Che ti pare così, di’ un po’, ti piace?”
Mi pare che mi squarci, dico. “Orpo!
E’ il desiderio che non trova pace
E va peregrinando sul tuo corpo.”
34.
“Vuoi il cazzo? vuoi la lingua? vuoi le dita?
o vuoi un sessantanove laterale?
Sei la mia sola garanzia di vita,
sei la mia malattia quasi mortale.
39.
“E se ti dessi un po’ da fare, eh?
Ma devo proprio dirti tutto quanto?
L’orgasmo, credi che venga da sé?
Che te lo mandi lo Spirito Santo?”
64.
Non desidero quello che possiedo.
Non fidarti di me! “E chi si fida?”
Senti il mio cuore… Scoppierà? “Non credo.”
Oh, tienimi con te, fammi da guida!
65.
Dove sei stato tutti questi anni?
Non hai sentito che gridavo aiuto?
sotto i miei falsi amori e falsi affanni
donna incompiuta, o… uomo incompiuto?
71.
Perché anche il piacere è come un peso
e la mente che è qui mi va anche via?
Su, spiegamelo tu. “Per chi mi hai preso?
per un docente di filosofia?”
77.
Una sera ti dico: Mi hai scocciata!
e mi spoglio… Sta’ lì. Non mi toccare…
Mi siedo; apro le gambe, spudorata…
Voglio riuscire a farti un po’ incazzare.
84.
Il terzo cielo? “E’ il cielo degli amanti.
Vediamo se mi fanno ancora effetto
le piccole pareti palpitanti…
Stringi le cosce, tienimelo stretto.”
85.
“Quanto vale una notte come questa?
E’ già tanto se copro le mie spese.
“Finisce che ti viene il mal di testa
a furia di fantasticare offese…”
91.
Allagata di me, perduta ancora,
disciolta assieme a te in sangue di cuore,
più dentro, più in profondo affondo ancora
e vengo ancora… al rallentatore…
(da:
Patrizia
Valduga, Cento quartine e altre storie d’amore, Giulio Einaudi Editore, 1997)