Eccoci ai nuovi libretti della collana editoriale “Animus et Anima”: sei raccolte monografiche per sei diversi giovani autori, accomunati dalla passione per la scrittura e dalla volontà di voler realizzare un “prodotto libro” curato in tutti i particolari. Gli autori (quattro conferme e due “new entry” rispetto alla stampa precedente) sono: Eduardo Cuoco, Milena Esposito, Fulvio Fapanni, Vanda Guaraglia, Maria Luisa Pesce e Francesco Sicilia. Anche per questa nuova edizione il Maestro Antonio Pesce (www.antoniopesce.it) ha appositamente realizzato i disegni per le copertine, mentre la grafica è stata curata da Gerardo De Filippis e WEM – Multimedia Research Laboratory (www.maknef.com). Siete invitati a scoprire la poetica di ogni autore, siete invitati a condividerne il percorso artistico.
Eduardo Cuoco – Attimi (2006-2008) Ho conosciuto la gente del fiume Mi ha detto che tra i rami del pino si cela un segreto
Milena Esposito – La Venere Impulsiva con Latona maledetta, ora ti osservo in lento risveglio che è solo nostro ed è uno solo
Fulvio Fapanni – Il demone dietro la porta Busso al rosso della sera con le mani piene di lividi e nuovi giorni da contare.
Vanda Guaraglia – La voce di Psiche faranno di questa mia storia una favola ma non diranno il tormento di un cuore ingabbiato che palpitava
Maria Luisa Pesce – Arcano della Magia C’era un tempo in cui il nome era un potere, il potere un segreto da custodire, una gemma da preservare.
Francesco Sicilia – animamante lingua su lingua a farsi molto avanti trama di voglie aperte ed occhi chiusi nella saliva a mescolar sostanze
Caratteristiche tecniche: Formato 12x21 cm 24 pagine interne Copertina in cartoncino rigido Prezzo: euro 5 cadauno
di Jim Sheridan con Tobey Maguire, Jake Gyllenhaal e Natalie Portman Drammatico, USA 2009.
Sam (Tobey Maguire), ufficiale americano, parte per una missione in Afghanistan lasciando a casa la moglie Grace (Natalie Portman) e le sue due bambine. Il suo elicottero viene abbattuto e Sam viene dichiarato morto. Toccherà a suo fratello Tommy (Jake Gyllenhall), appena uscito di prigione, prendersi cura della sua famiglia. L'antonimia, già molto sfruttata, tra il fratello buono e il fratello cattivo, inserita in una trama di questo tipo, fa facilmente pensare ad un triangolo amoroso. Ma questa idea, ormai scontata e anche abbastanza ruffiana, non appartiene in nessun modo a questo toccantissimo film, eccezionale percorso circolare di un uomo che dall'avere tutto passa per la perdita di ogni cosa, perdita anche di se stesso, per poi ritornare alla sua normalità che però non riconoscerà o non accetterà più. Sam, infatti, in Afghanistan, sarà costretto ad uccidere a sprangate un suo compagno per poter sopravvivere e tentare di tornare dalla sua famiglia. Nel frattempo le sue bambine e sua moglie hanno ritrovato un certo equilibrio grazie allo zio Tommy che, dopo anni dissipati tra alcool e prigione durante i quali ha sempre patito il confronto con il fratello "eroe", si ritroverà per la prima volta a far parte di qualcosa, ad essere utile per qualcuno e a desiderare la normalità. Jake Gyllenhaal ha forse poche battute ma il film si riempie di lui grazie al suo ammirevole talento espressivo capace di dipingere con un solo sguardo un'eccezionale varietà di sentimenti. Il punto di snodo del film è il ritorno di Sam dopo la prigionia. Da questo momento la magistrale interpretazione di Maguire oscurerà completamente gli altri due protagonisti. Sam, straziato e abbagliato dai suoi tormenti, incarna l'orrore della guerra, una guerra che troppo spesso, nei film, viene rappresentata solo con spettacolari inquadrature panoramiche sui bombardamenti e sulle trincee. Jim Sheridan, invece, parla della guerra attraverso un "uomo della guerra", un uomo preparato, addestrato a fare la guerra. Ma la domanda è: c'è veramente qualcuno pronto per la guerra? O meglio, pronto per tornare da una guerra? La risposta che si legge negli occhi di Sam è NO. Sam tornerà nel suo mondo con il peso inconfessabile dell'uccisione del suo compagno nel cuore, e con l'oppressione delle torture subite nei suoi occhi allucinati che, anche a casa, continueranno a vedere nemici dappertutto, fino alla sua ossessione di una relazione tra la moglie e suo fratello. Dal canto suo, Tommy si ritroverà a fronteggiare tanti sentimenti contrastanti: sicuramente la gioia per il ritorno del fratello che però per lui significa anche dover rinunciare all'idea di una famiglia, al suo nuovo ruolo di uomo dignitoso e non più isolato. In più dovrà gestire l'ossessione del fratello e la sua inaspettata violenza nei confronti della moglie. In questa parte il film raggiunge un'intensità struggente che ci trascinerà nel buio più terribile dell'animo umano. Un film sulla guerra, sì, ma soprattutto un film sulle fragilità umane, sulla precarietà del nostro "avere" e del nostro "essere". Cosa abbiamo? Cosa siamo? Forse solo ciò che la vita ci permette di essere. A noi spetta solo il compito di rimanere a galla. E a simboleggiare l'uomo che tenta di non soccombere, ci sarà l'abbraccio finale tra Sam e Grace, un abbraccio incerto e confuso nel quale si scioglierà sussurrata la confessione dell'omicidio. Nuova partenza o ormai capolinea della resistenza umana?
Sto leggendo un bel libro sull’esoterismo, pubblicato da una piccola casa editrice che si interessa di particolari argomenti “di nicchia”. L’opera in sé è tutt’altro che deludente, ma è deludente (e molto) il modo in cui viene presentata: copertina anonima, traduzione con molte pecche, lavoro grafico superficiale. Domenica scorsa, sull’inserto culturale de “Il Sole 24 Ore”, ho letto un interessantissimo articolo di Domenico Scarpa, “A far bei libri ci si guadagna”. E’ un pressante e logico invito alle case editrici a investire nella cura di ciò che pubblicano sotto tutti i punti di vista. E’ un invito logico perché dimostra che è una cura che col tempo ripaga anche da un punto di vista economico. Non è vero che i lettori accolgono senza batter ciglio qualsiasi cosa, e, inoltre, è compito dell’editore (se amante del proprio lavoro, naturalmente) tracciare e coltivare una strada ben precisa, sintetizzata al meglio dalle parole di Scarpa: “Il pubblico va convinto, individuo per individuo, che con la bellezza difficile si può godere, e parecchio. Bisogna insegnare a godere in modo più competente, ma lo si deve fare senza salire in cattedra. Fra elitarismo e sciatteria esiste una terza strada: essere intransigenti sulla qualità e seducenti nel comunicare.” Proprio così: di bellezza profonda e difficile si può godere molto, moltissimo, volendo. Sono in uscita i sei nuovi libretti della collana editoriale “Animus et Anima”, sei nuovi libretti dal contenuto piacevole e prezioso che vogliono essere anche belli dal punto di vista grafico e redazionale. Vogliono ribadire che contenuto e forma s’intrecciano, al punto che la forma fa parte del contenuto. Stiamo pubblicando senza fretta alcuna, valutiamo da ogni punto di vista anche il più piccolo particolare, perché il prodotto finale rispecchi al meglio lo spirito di fondo del progetto: la bellezza che si sprigiona dalla cura. Siamo convinti che un contenuto presentato con amore e passione rafforzi – e di molto – la propria efficacia comunicativa. C’è una differenza sostanziale tra un libro confezionato con attenzione e un altro che si presenta in modo scialbo. Solo nel primo caso l’editore può affermare di aver curato l’autore e il lettore. “Animus et Anima” vuole essere contributo costante nel tempo a nutrire questo flusso benefico, costruttivo di un modo di intendere l’editoria che guarda alla qualità, non alla quantità. Gibran affermava: “Viviamo solo per scoprire nuova bellezza. Tutto il resto è una forma d'attesa.” E’ una direzione ben precisa verso la quale possiamo muoverci, se vogliamo. Sta a noi scegliere, come sempre.
Ieri ho trascorso un buon pomeriggio nel piccolo cinema del paese vedendo "Mine vaganti", il nuovo film del regista Ozpeteck, che ho già amato in "Le fate ignoranti" e in "Cuore sacro". Questa che mi accingo a scrivere non è una recensione: per questo abbiamo la nostra brava Daniela. La mia idea è solo quella di comunicarvi le suggestioni che ne ho ricavato in chiave psicologica, come in qualche modo ho già fatto per "ALICE IN THE WONDERLAND". Infatti potete notare che le mie considerazioni sono raccolte in un tag diverso, "Inconscio e Psiche". Devo ammettere che i trailers mi avevano disorientata: tutto sembrava ridursi a un tratteggio in chiave caricaturale della figura del gay in un Meridione ostile e a suo modo arcaio, che appariva più una rimebranza del regista che un Sud reale. Questo tuttavia è solo uno dei molti strati di cui il film è fatto e, fortunatamente, neppure uno dei più interessanti. In fondo le scene in cui lo stereotipo gay- drug queen è giocato come carta comica pervadono un pò tutta la pellicola e aggiungono un tocco di ilarità, sembrando però voler suggerire che il regista ha attinto ad una buona dose di autoironia. Come spettatrice, invece, ho intuito fortemente il tratteggio di una costellazione familiare alla maniera del buon vecchio Hellinger: in principio fu il peccato, il non detto, il tabù, il segreto celato, alle radici di questo corposo albero geneaologico che durante il film si dipana dinanzi ai nostri occhi attenti. Una donna, una bella donna, ama riamata il fratello del suo futuro marito e da lui viene accompagnata all'altare in un tacito accordo che mira a non violare convenzioni ed aspettative. Verrebbe da dire che in una Lecce dei primi del 900 ci sarebbe da aspettarselo, eppure sono convinta che ogni epoca ha le sue vittime, sacrificate sull'altare del perbenismo e del conformismo. Il segreto è taciuto, l'immagine è preservata, ma a che costo? La Sposa non è felice e verrà logorata da un amore impossibile che le toglierà ogni dolcezza. E di che male si ammala? Ironia della sorte, di diabete, lei, a cui viene negata e che si nega ogni vera tenerezza. Il tabù familiare nasce da lì, l'anima si scinde: tutti coloro che verranno dopo saranno compromessi e, a loro modo, schizofrenici, cioè spezzati. Il primo figlio, un maschio, Vincenzo, incarnerà l'involucro vuoto: è un individuo privo di anima, e servirà uno scossone (un infarto) perchè il suo cuore si rompa e possa finalmente essere fecondato. E' lui il figlio e l'erede psicologico del marito fisico, quello che la Sposa ospita senza desiderarlo ogni notte nel suo letto. Il secondo figlio è una femmina, Luciana, una donna che nella svagatezza e nella bizzaria nasconde tracce della sua anima frammentata, ridotta in troppi pezzi da un'educazione repressiva e maschilista. La leggera follia le serve ancora adesso che è più che donna fatta per nascondere, celare e concedersi quello che in qualche modo solo ai fools viene concesso: di aggirare le regole. Servirà la generazione successiva perchè la malattia familiare possa essere guarita: i nipoti nascono per sanare ciò che gli antenati hanno guastato, la diversità fiorisce laddove esiste una lacuna da colmare. Il male di questa famiglia è il conformismo, e i due nipoti della Sposa serviranno per curarlo. Senza sapere, senza volerlo, essi incarneranno la crisi e la sua possibilità di soluzione. Non sono dunque necessariamente vittime, ma attori di uno psicodramma che deve trovare una sua conclusione consapevole. La guarigione è in questo, nella paziente ricostruzione dell'intero mosaico, di ciò che è stato, di ciò che è rimasto nascosto: della fuitina bacchettata di zia Luciana, svampita e ubriacona; dell'amante del padre/padrone Vincenzo, grossolana e ruvida, che la moglie Stefania senza molta sorpresa scopre in ospedale in attegiamento intimo con lui (ma tutto si copre per salvare le apparenze); dell'operaio licenziato che si rivela l'amante del fratello maggiore, Antonio; della natura complessa del fratello più piccolo, Tommaso, scrittore sensibile, che si scopre in grado di amare un uomo e una donna, con sfumature emotive diverse. Al di sopra di tutti, la Sposa/ Nonna, che spinge come una levatrice, alla maniera di Socrate, affinchè chi viene dopo di lei possa partorire la sua Anima, finalmente integra e restituita ai suoi desideri, al di sopra delle aspettattive e delle proiezioni, degli egoismi e delle insensibilità, del bene e del male (reali o percepiti?). Lei ha creato l'incongruenza, la distorsione spazio- temporale, lei usarà tutta la sua vita per guarirla, insegnando ai nipoti come ritrovare la strada perduta, l'amore smarrito, la propria verità. Alla fine, quando ognuno sarà chiarito, almeno a se stesso, lei potrà concedersi la morte tanto agognata, che sarà perfetto atto di psicomagia, come solo il maestro Jodorowsky avrebbe potuto dettare: un dolcissimo naufragare, finalmente senza controllo, ma in totale e consapevole abbandono, nel mare dell'essere integro e vero che, così a lungo, era stata capace di negarsi.
Sottotitolo del film? "L'unica cosa più complicata dell'amore è la famiglia".
di Paolo Virzì con Isabella Ragonese, Sabrina Ferilli, Valerio Mastrandrea, Elio Germano, Micaela Ramazzotti Commedia, Italia 2008
Marta (Isabella Ragonese) è una giovane siciliana di adozione romana da poco laureata in Filosofia con lode e pubblicazione della tesi. Il film comincia con le esplosive note dei Beach Boys su un mondo 'ballerino' immaginato dagli occhi di Marta, metafora di tutti i sogni e dell'entusiasmo di questa promettente ragazza che sta per affacciarsi nel mondo del lavoro. Dopo vari colloqui con conseguenti e inevitabili porte chiuse in faccia, Marta, per sbarcare il lunario, o magari anche solo per illudersi di avere un ruolo nella società, accetta di fare da baby-sitter a Lara, figlia di una ragazza madre, Sonia, stupendamente interpretata da Micaela Ramazzotti, che le concede una stanza nella sua casa e la introduce nel call center della Multiple, azienda venditrice di un depuratore d'acqua. Da questo momento Virzì si scatena nel dipingere di mille umilianti colori la grottesca tela del mondo del precariato e dei call center. La Multiple appare immediatamente come un mostro impietoso che ingoia i giovani assieme a tutte le loro belle speranze di carriera e di successo. Perchè la logica di questo effimero successo è basata esclusivamente sul profitto e non sulla meritocrazia o sulla qualità del lavoro. Le tante telefonate delle impiegate della Multiple che si ascoltano durante il film sono di un cinismo imbarazzante per lo spettatore, che riconosce subito la terribile logica dello sfruttamento dei giovani. Quattrocento euro al mese per le telefoniste più l'ambitissimo titolo di "Migliore del mese" per chi ha fissato più appuntamenti (con tanto di premio: una stupenda medaglietta argentata o addirittura un inutile e ingombrante elettrodomestico). A capo di queste ragazze tristi e stordite la team-leader, una splendida Sabrina Ferilli perfettamente calata nella parte, meravigliosa macchietta di quelli che oggi si definiscono "manager" o "capi-gruppo" e che invece sono solo manipolatori di persone fragili e bisognose di lavorare. Ma anche loro non avranno scampo e verranno ingoiati da un sistema malato che non conta nessun vincente. Memorabile nella sua tragicità la coreografia, stile sigla dei villaggi vacanze, che ogni mattina le ragazze devono eseguire prima di mettersi al lavoro, per caricarsi di energia, al paradossale e sconcertante grido: "Noi siamo persone speciali perchè facciamo un lavoro speciale!". La non produttività viene punita con il licenziameno immediato, un'uscita istantanea dagli uffici con tanto di scorta. Nessun diritto, nessun contratto da far rispettare, solo una desolante periferia romana dove persino gli autobus ti passano accanto, senza fermarsi, come se non esistessi. Unico personaggio di matrice positiva, il sindacalista Giorgio (un approssimativo Valerio Mastrandrea), volenteroso ma alquanto inconcludente. Forse perchè davvero non c'è possibilità di cambiare quest'Italia allo sbando, forse perchè il singolo davvero non può farcela a risollevare un intero sistema che non funziona. E i giovani trentenni di oggi, figli della generazione dell'ormai inesistente 'posto fisso', sono bollati con troppa semplicità come bamboccioni da una vecchia guardia assolutamente inconsapevole (o no?) delle imbarazzanti situazioni lavorative attuali. E non è mancanza di volontà, e non è incapacità di crescere da parte dei giovani, è che non ce n'è davvero per nessuno. In questo amaro film di Virzì, Lucio 2, venditore della Multiple (un efficacissimo e drammatico Elio Germano) rappresenta proprio la voglia di arrivare, di farcela, di essere il numero uno, ma sarà destinato a soccombere agli inevitabili cali di produzione che, però, non gli saranno perdonati. Non sei produttivo, sei un perdente, sei fuori. E la sua disperata corsa in auto si fa un pò simbolo di tutta la paura e la confusione dei poveri figli di questa società malconcia che troppo tardi si accorgono di essere stati ingannati e di aver coltivato ingenui sogni di carta in una miserabile realtà che non accetta l'umanità ma solo il guadagno spietato, senza guardare in faccia a nessuno. Virzì ha tratteggiato personaggi meravigliosi, tutti soli, tutti spaventati, tutti confusi, tutti inevitabilmente perdenti. E l'abbraccio finale di Marta con una signora sconosciuta commuove, commuove fino alle lacrime perchè nessuno, proprio nessuno, neanche lo spettatore, riesce a capire dove andare a cercare uno spiraglio, dove ritrovare una piccola e rassicurante speranza. Un film presentato con leggerezza. E che invece pesa, sullo stomaco e nel cuore.
Quanto ha a che fare l'Alice burtoniana con i personaggi che affollano il nostro inconscio? Tutto direi. Il Sottomondo, come più propriamente dovrebbe chiamarsi, è il sogno di Alice e per tutto il film la fanciulla ormai diciannovenne non farà altro che ribadirlo. Difatti quando all'inizio della storia le verrà ripetutamente obiettato che lei non è la vera Alice, più di una volta ribatterà che questo è impossibile, visto che quello è il "suo" sogno. Decifrare i personaggi di Underworld è come calarsi in un manuale di oniromanzia. Tutti sono attori del nostro inconscio, parti di noi che recitano nel teatro delle ombre che si svolge di notte. Tutti concorrono al lavoro costante di decifrazione di noi stessi. Brucaliffo dirà all'inizio della storia che la fanciulla non è difatti Alice, per poi affermare alla fine del film che finalmente, ecco, ora è lei. Cosa ha fatto Alice dunque per diventare se stessa? Si è individuata. Ha percorso un cammino di recupero di sue parti che erano andate smarrite: la follia, l'audacia, il coraggio, le sei cose che sono impossibili da fare. Memorabili i due personaggi delle Regine/Sorelle avversarie irriducibili, entrambe al limite della follia: la regina rossa che rappresenta perfettamente il nostro complesso infantile, l'Es, il tutto e subito, ma anche le gelosie non controllate, le ire fulminanti. L'Io bambino insomma: ecco spiegato quindi il capo esageratamente grosso, rispetto al corpo sproporzionato. Dall'altra parte la Regina Bianca, così dark, l'Io controllato, il SuperIo direi, difatti amata dai genitori più che l'altra sorella, conformata ai suoi voti ma con un lato oscuro spiccato nel quale sono finite tutte le cose non accettabili, l'ira, la violenza, la rabbia, che riemergono in pulsioni di morte sopite ma non troppo. Ecco che nella prima sorella spicca il Rosso, la vita, il desiderio, il sangue che pulsa laddove in qualche modo le emozioni non vengono frenate, mentre la seconda predilige un bianco asettico, prossimo al grigiore dovuto all'assenza di vita, all'ossessione, al controllo conpulsivo, che relega la vita nell'ombra e fa dominare la ragione. Aspetti di noi, dunque? Chi il migliore, chi il peggiore? Archetipi anche. Assoluti e senza ombre. A questi aggiungiamo la follia del Cappellaio Matto il cui pensare scoordinato solo Alice riesce a fermare tenedogli la testa fra le mani o richiamandolo alla realtà. Eppure è il Cappellaio che fra tutti riconosce la fanciulla che era stata bambina in modo inequivocabile, poichè i matti, i fools, sono borderline, esseri di confine in contatto con l'Altrove. E il piccolo Brucaliffo sciamano di quel mondo fuma il suo insensato calumet vaticinando senza senso apparente fino a impartire ad Alice la sua lezione più importante, quella della Morte/Trasformazione. C'è tutto su questo campo di battaglia che è la grande scacchiera della nostra interioritò, dove la Regina Rossa non verrà uccisa, bensì relegata, così come dovrebbe essere con tutte le funzioni moleste della nostra psiche, perchè nulla va distrutto, ma, potendo, ogni complesso negativo andrebbe tradotto in una funzione utile al nostro sviluppo interiore. Jung docet.
E’ stupefacente un libro come “Crea il lavoro che ami” di Rick Jarow. Per molti motivi, ma forse soprattutto perché è stupefacente – ad esempio – l’affermazione: “Siamo stati condizionati a credere che l’immaginazione sia meno importante e valida della concettualizzazione. Non c’è niente di più lontano dalla realtà.” Io continuo a chiedermi cosa ci sia di logico nel continuare ad auto-deprimerci con la convinzione che viviamo “in crisi economica” mentre contemporaneamente attraversiamo l’epoca storica di gran lunga più ricca, da un punto di vista materiale. Talmente che con ogni probabilità non ce ne saranno di più ricche, siamo quasi giunti al punto-limite. Eppure “siamo in crisi”e perciò dobbiamo ancor di più immolarci all’altare dell’iper-produzione. Non conta altro, in questa visione tipicamente occidentale, men che meno conta qualsiasi attività creativa che non si traduca in arricchimento quantificabile all’esterno. Ancora Jarow: “Inibire la capacità individuale di creare immagini è essenziale per inculcare il paradigma della produttività. Perché il fantasticare – il sognare ad occhi aperti, fare lunghe e lente passeggiate e roba del genere – spreca tempo prezioso e “produttivo”. Invece di essere educati alle possibilità e agli usi dell’immaginazione, veniamo incoraggiati a farla defluire attraverso il sifone della televisione.” Ecco il punto centrale, credo: cos’è davvero produttivo, cos’è più gratificante? Otto ore al giorno dedicate a un lavoro che magari odiamo ma che ci serve per acquistare quei beni che riteniamo irrinunciabili perché così ci ha insegnato la televisione, oppure una passeggiata grazie alla quale ricontattiamo la nostra essenza interiore? E che dire dell’arte? Quanto tempo ed energie investite per far sgorgare poche parole, poche pennellate, pochi suoni? Sono energie sprecate o comunque “inferiori” a quelle investite nel lavoro per il sostentamento materiale? Poniamocele, queste domande, facciamolo perché siamo ormai arrivati al punto di credere che la vita di chi ha la Ferrari sotto casa sia più degna, bella, in ogni caso “più” della vita di chi non ce l’ha. Personalmente credo che tutte le Ferrari di questo mondo messe insieme non valgano nemmeno un frammento delle consapevolezze acquisite da un maestro spirituale. E voi, cosa credete? Che l’arte ci aiuti a volgere lo sguardo verso ciò che abbiamo nel cuore, disinteressandoci sempre di più a cosa abbiamo in tasca.
“Che cosa possono le leggi dove regna soltanto il denaro? La giustizia non è altro che una pubblica merce…”. Il nuovo singolo di Battiato ci parla di un’Italia anestetizzata, addomesticata da una pseudo-cultura materialistica ormai dominante. Sarà vero o falso? E’ un’esagerazione? E’ un “lamento politico” mascherato da opera artistica? Come sempre capita, si dice e si dirà di tutto, ma sta di fatto che (anche) Battiato ci invita ad allargare lo sguardo, e lo fa con la forza genuina di un artista decisamente lontano dalle umane e piccole beghe politiche. Ci sono comportamenti che dovrebbero essere condannati sempre e comunque, non c’entra lo schieramento di appartenenza. Semplice a dirsi, ma nel “farsi” sembra proprio che in molti non si riesca a guardare oltre la persona in sé. Questo è grave, molto, perché all’origine di una sistematica confusione: non si riesce più a separare il simbolo dall’atto, e così una persona che agisce in un certo modo viene approvata o condannata a prescindere dagli atti compiuti. Di più: gli atti compiuti vengono addirittura ignorati. “Inneres auge”, il “terzo occhio”, l’occhio interiore che permette di vedere – oltre il piano dell’apparenza – l’aura delle persone. Battiato ci ricorda che le persone andrebbero viste oltre le luci sfavillanti, le giacche-e-cravatte-e-guardie-del-corpo e le fin troppe parole assolutamente vuote di significato che pronunciano. Ma forse, a ben pensarci, tutto questo non accade proprio perché inevitabile frutto di una certa cultura occidentale dominante? Una cultura nella quale ciò che più appare, ciò che più colpisce, in qualche modo viene considerato preferibile, “superiore”. “Con le palpebre chiuse s’intravede un chiarore che con il tempo – e ci vuole pazienza – si apre allo sguardo interiore.” Le palpebre chiuse, il restarsene in disparte per meglio comprendere… sì, sono davvero valori e modi di agire profondamente estranei alla cultura dominante. Ma quel chiarore arriva per tutti, prima o poi, fa parte della Storia. Quella che guarda oltre gli avvenimenti.
Solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare, solo quando il linguaggio scompare si comincia a vedere.” Sono le parole che aprono lo splendido “Il grande silenzio” di Philip Groning, un documentario che qualche anno fa è stato anche un caso cinematografico perché è anomalo che un documentario al di fuori di qualsiasi idea di film alla quale siamo abituati abbia un grande riscontro nelle sale. Nel nostro “immaginario occidentale”, però, fa scalpore ciò che è anomalo ma riesce ad avere un certo successo commerciale, ma risarebbe da chiedersi quanto sia stata apprezzata l’opera in sé, quanto sia stato afferrato il messaggio che il regista ha cercato di trasmettere. Di certo parlare di silenzio nella nostra società, oggi, vuol dire davvero parlare di una goccia d’acqua in un oceano; per di più una goccia che sembra letteralmente svanire, in una tendenza sempre più marcata al suono, all’invadenza, al rumore. Alla presenza. Ma forse è proprio questo il malinteso di fondo nel quale siamo caduti: credere che essere presenti implichi necessariamente l’invadenza. Anche l’arte, in alcune sue manifestazioni, ci dice che le cose non stanno così. Si può essere amanti che avanzano per riuscire a sedurre la persona amata, oppure si può attendere, si può ascoltare, cogliendo le vibrazioni che attraversano l’aria. Se ci fate caso, ogni opera d’arte fa anche una scelta nell’uno o nell’altro senso, ovviamente assecondando la decisione dell’autore. Ci sono opere che arrivano ad alta velocità (altra fissazione/nevrosi tipica della società contemporanea…) con il preciso scopo di colpire, di invadere ogni spazio disponibile; altre, al contrario, attendono il fruitore, ed è l’attesa di ciò che è consapevole della propria forza al di là della capacità di invadenza. Estia (Vesta per i romani) era la dea del focolare e del tempio. Poco rappresentata e quindi “poco visibile”, era in realtà una presenza costante e assoluta, simbolizzata dal cerchio e dal fuoco. Il centro, quindi; e la presenza silenziosa al centro. La parola ha ovviamente un potere immenso, primo tra tutti quello di innescare la creazione (ciò che viene nominato, esiste), ma se so va oltre il nominare, si innesca un processo che invece ben presto si può rivelare superfluo o addirittura dannoso. Come scrive Barbara Coffani in un bellissimo saggio (che potete trovare su www.ilcerchiodellaluna.it), dedicato alle dee del silenzio, “la parola può solo rendere manifesto, il silenzio invece può rendere manifesto oppure nascondere.” E’ un potere in più, quindi, quello del silenzio, non una mancanza, come di solito siamo abituati a credere. Facendo riferimento all’approccio all’arte, in un’epoca di ininterrotto bombardamento di stimolazioni (anche) artistiche, il rischio concreto è quello di ritrovarsi incapaci di decifrare, vittime di un ottundimento che livella tutto, davanti ai nostri occhi. Così ciò che ha particolare valore e ciò che è mediocre finiscono con l’equivalersi; di più, il mediocre si eleva perché non abbiamo gli strumenti adatti per riconoscerlo come tale. In una situazione così confusionaria, quale antidoto può essere migliore del silenzio? Rallentiamo fino a fermarci, se necessario, e ascoltiamo. In silenzio. L’essenziale arriverà a noi senza turbarci, rispettandoci. E finalmente vedremo.
Ho visto recentemente in dvd il film “Lady in the water” del giovane regista indiano Shyamalan, una bellissima favola moderna in cui una creatura dell’acqua si ritrova proiettata nel mondo incredulo di noi umani, in un grande condominio. Comicia così: “Un tempo gli uomini e gli esseri dell’acqua erano in contatto. Loro ci consigliavano, ci parlavano del futuro: gli uomini ascoltavano e le profezie si avveravano. Ma gli uomini non ascoltarono bene come avrebbero dovuto. Il bisogno di possedere tutto li spinse a conquistare terre sempre più lontane dal mare. Il mondo magico degli esseri che vivono nell’oceano e il mondo degli uomini si separarono. Col passare dei secoli, gli esseri dell’acqua non tentarono più di ispirare le nostre azioni. Il mondo degli uomini divenne sempre più violento, le guerre si susseguirono alle guerre poiché non c’era più una guida di saggezza. Ora gli esseri dell’acqua stanno tentando di nuovo di entrare in contatto con noi. Alcuni dei loro preziosi giovani sono stati inviati nel mondo degli uomini, trasportati nel cuore della notte, dove gli uomini vivono. Basta che l’uomo posi gli occhi su di loro e il suo risveglio sarà possibile.”
Separazione, frammentazione. Se esiste un peccato originale, forse è questo. Un tempo eravamo immersi nel Cosmo che ci circonda e ci riempie, consapevoli di essere parte intimamente connessa con il Tutto. Poi, ci siamo sempre più allontanati da questa visione per abbracciare quella opposta della conquista, del possesso, della contrapposizione, spezzando sempre più legami e coltivando dolori sempre più diffusi. Siamo giunti a considerarli inevitabili, dato che abbiamo smarrito la strada originaria. Siamo giunti a credere inevitabili le guerre, la paura del diverso, la difesa di ciò che consideriamo nostro. I muri innalzati hanno sostituito il contatto, ci siamo fidati solo di ciò che era in qualche modo tangibile, misurabile velocemente. E’ stato il tempo del razionalismo scientifico, che ci ha permesso di comunicare in tempo reale con l’altra parte del mondo senza però offrirci strumenti capaci di “percepire” il cuore di chi ci vive accanto. Ma non è compito della scienza “misurare” il cuore né offrire una visione universale. E’ compito, questo, del mito, dell’astrologia, dell’arte, dell’”impalpabile” così spesso deriso o addirittura condannato dal tangibile, dal misurabile. Sembrerebbe perciò quasi uno sberleffo, in un certo senso, lo sviluppo recente – sempre più sorprendente – della fisica quantistica e della biologia molecolare, che ci aprono a una realtà molto diversa da come l’abbiamo intesa fino ad oggi. Forse stiamo davvero, finalmente, ricominciando ad “ascoltare bene”, dopo l’abbaglio della convinzione di poter spiegare tutto rifacendoci a qualcosa di tanto, troppo parziale. E l’ascolto ci porta a percepire la saggezza di una voce che ci travalica e contemporaneamente ci avvolge.