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Di Daniela (del 25/05/2010 @ 21:45:50, in Cinema & Visioni, linkato 113 volte)
di Jim Sheridan con Tobey Maguire, Jake Gyllenhaal e Natalie Portman Drammatico, USA 2009.

Sam (Tobey Maguire), ufficiale americano, parte per una missione in Afghanistan lasciando a casa la moglie Grace (Natalie Portman) e le sue due bambine. Il suo elicottero viene abbattuto e Sam viene dichiarato morto.
Toccherà a suo fratello Tommy (Jake Gyllenhall), appena uscito di prigione, prendersi cura della sua famiglia.
L'antonimia, già molto sfruttata, tra il fratello buono e il fratello cattivo, inserita in una trama di questo tipo, fa facilmente pensare ad un triangolo amoroso. Ma questa idea, ormai scontata e anche abbastanza ruffiana, non appartiene in nessun modo a questo toccantissimo film, eccezionale percorso circolare di un uomo che dall'avere tutto passa per la perdita di ogni cosa, perdita anche di se stesso, per poi ritornare alla sua normalità che però non riconoscerà o non accetterà più.
Sam, infatti, in Afghanistan, sarà costretto ad uccidere a sprangate un suo compagno per poter sopravvivere e tentare di tornare dalla sua famiglia. Nel frattempo le sue bambine e sua moglie hanno ritrovato un certo equilibrio grazie allo zio Tommy che, dopo anni dissipati tra alcool e prigione durante i quali ha sempre patito il confronto con il fratello "eroe", si ritroverà per la prima volta a far parte di qualcosa, ad essere utile per qualcuno e a desiderare la normalità. Jake Gyllenhaal ha forse poche battute ma il film si riempie di lui grazie al suo ammirevole talento espressivo capace di dipingere con un solo sguardo un'eccezionale varietà di sentimenti.
Il punto di snodo del film è il ritorno di Sam dopo la prigionia.
Da questo momento la magistrale interpretazione di Maguire oscurerà completamente gli altri due protagonisti. Sam, straziato e abbagliato dai suoi tormenti, incarna l'orrore della guerra, una guerra che troppo spesso, nei film, viene rappresentata solo con spettacolari inquadrature panoramiche sui bombardamenti e sulle trincee. Jim Sheridan, invece, parla della guerra attraverso un "uomo della guerra", un uomo preparato, addestrato a fare la guerra.
Ma la domanda è: c'è veramente qualcuno pronto per la guerra? O meglio, pronto per tornare da una guerra?
La risposta che si legge negli occhi di Sam è NO.
Sam tornerà nel suo mondo con il peso inconfessabile dell'uccisione del suo compagno nel cuore, e con l'oppressione delle torture subite nei suoi occhi allucinati che, anche a casa, continueranno a vedere nemici dappertutto, fino alla sua ossessione di una relazione tra la moglie e suo fratello.
Dal canto suo, Tommy si ritroverà a fronteggiare tanti sentimenti contrastanti: sicuramente la gioia per il ritorno del fratello che però per lui significa anche dover rinunciare all'idea di una famiglia, al suo nuovo ruolo di uomo dignitoso e non più isolato. In più dovrà gestire l'ossessione del fratello e la sua inaspettata violenza nei confronti della moglie.
In questa parte il film raggiunge un'intensità struggente che ci trascinerà nel buio più terribile dell'animo umano. Un film sulla guerra, sì, ma soprattutto un film sulle fragilità umane, sulla precarietà del nostro "avere" e del nostro "essere". Cosa abbiamo? Cosa siamo? Forse solo ciò che la vita ci permette di essere. A noi spetta solo il compito di rimanere a galla.
E a simboleggiare l'uomo che tenta di non soccombere, ci sarà l'abbraccio finale tra Sam e Grace, un abbraccio incerto e confuso nel quale si scioglierà sussurrata la confessione dell'omicidio.
Nuova partenza o ormai capolinea della resistenza umana?
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