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Di Anima (del 27/03/2010 @ 20:19:09, in Inconscio e Psiche, linkato 546 volte)
Ieri ho trascorso un buon pomeriggio nel piccolo cinema del paese vedendo "Mine vaganti", il nuovo film del regista Ozpeteck, che ho già amato in "Le fate ignoranti" e in "Cuore sacro".
Questa che mi accingo a scrivere non è una recensione: per questo abbiamo la nostra brava Daniela.
La mia idea è solo quella di comunicarvi le suggestioni che ne ho ricavato in chiave psicologica, come in qualche modo ho già fatto per "ALICE IN THE WONDERLAND". Infatti potete notare che le mie considerazioni sono raccolte in un tag diverso, "Inconscio e Psiche". Devo ammettere che i trailers mi avevano disorientata: tutto sembrava ridursi a un tratteggio in chiave caricaturale della figura del gay in un Meridione ostile e a suo modo arcaio, che appariva più una rimebranza del regista che un Sud reale. Questo tuttavia è solo uno dei molti strati di cui il film è fatto e, fortunatamente, neppure uno dei più interessanti. In fondo le scene in cui lo stereotipo gay- drug queen è giocato come carta comica pervadono un pò tutta la pellicola e aggiungono un tocco di ilarità, sembrando però voler suggerire che il regista ha attinto ad una buona dose di autoironia.
Come spettatrice, invece, ho intuito fortemente il tratteggio di una costellazione familiare alla maniera del buon vecchio Hellinger: in principio fu il peccato, il non detto, il tabù, il segreto celato, alle radici di questo corposo albero geneaologico che durante il film si dipana dinanzi ai nostri occhi attenti. Una donna, una bella donna, ama riamata il fratello del suo futuro marito e da lui viene accompagnata all'altare in un tacito accordo che mira a non violare convenzioni ed aspettative.
Verrebbe da dire che in una Lecce dei primi del 900 ci sarebbe da aspettarselo, eppure sono convinta che ogni epoca ha le sue vittime, sacrificate sull'altare del perbenismo e del conformismo.
Il segreto è taciuto, l'immagine è preservata, ma a che costo? La Sposa non è felice e verrà logorata da un amore impossibile che le toglierà ogni dolcezza. E di che male si ammala? Ironia della sorte, di diabete, lei, a cui viene negata e che si nega ogni vera tenerezza. Il tabù familiare nasce da lì, l'anima si scinde: tutti coloro che verranno dopo saranno compromessi e, a loro modo, schizofrenici, cioè spezzati. Il primo figlio, un maschio, Vincenzo, incarnerà l'involucro vuoto: è un individuo privo di anima, e servirà uno scossone (un infarto) perchè il suo cuore si rompa e possa finalmente essere fecondato. E' lui il figlio e l'erede psicologico del marito fisico, quello che la Sposa ospita senza desiderarlo ogni notte nel suo letto. Il secondo figlio è una femmina, Luciana, una donna che nella svagatezza e nella bizzaria nasconde tracce della sua anima frammentata, ridotta in troppi pezzi da un'educazione repressiva e maschilista. La leggera follia le serve ancora adesso che è più che donna fatta per nascondere, celare e concedersi quello che in qualche modo solo ai fools viene concesso: di aggirare le regole. Servirà la generazione successiva perchè la malattia familiare possa essere guarita: i nipoti nascono per sanare ciò che gli antenati hanno guastato, la diversità fiorisce laddove esiste una lacuna da colmare. Il male di questa famiglia è il conformismo, e i due nipoti della Sposa serviranno per curarlo. Senza sapere, senza volerlo, essi incarneranno la crisi e la sua possibilità di soluzione. Non sono dunque necessariamente vittime, ma attori di uno psicodramma che deve trovare una sua conclusione consapevole. La guarigione è in questo, nella paziente ricostruzione dell'intero mosaico, di ciò che è stato, di ciò che è rimasto nascosto: della fuitina bacchettata di zia Luciana, svampita e ubriacona; dell'amante del padre/padrone Vincenzo, grossolana e ruvida, che la moglie Stefania senza molta sorpresa scopre in ospedale in attegiamento intimo con lui (ma tutto si copre per salvare le apparenze); dell'operaio licenziato che si rivela l'amante del fratello maggiore, Antonio; della natura complessa del fratello più piccolo, Tommaso, scrittore sensibile, che si scopre in grado di amare un uomo e una donna, con sfumature emotive diverse. Al di sopra di tutti, la Sposa/ Nonna, che spinge come una levatrice, alla maniera di Socrate, affinchè chi viene dopo di lei possa partorire la sua Anima, finalmente integra e restituita ai suoi desideri, al di sopra delle aspettattive e delle proiezioni, degli egoismi e delle insensibilità, del bene e del male (reali o percepiti?). Lei ha creato l'incongruenza, la distorsione spazio- temporale, lei usarà tutta la sua vita per guarirla, insegnando ai nipoti come ritrovare la strada perduta, l'amore smarrito, la propria verità. Alla fine, quando ognuno sarà chiarito, almeno a se stesso, lei potrà concedersi la morte tanto agognata, che sarà perfetto atto di psicomagia, come solo il maestro Jodorowsky avrebbe potuto dettare: un dolcissimo naufragare, finalmente senza controllo, ma in totale e consapevole abbandono, nel mare dell'essere integro e vero che, così a lungo, era stata capace di negarsi.

Sottotitolo del film? "L'unica cosa più complicata dell'amore è la famiglia".
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Di Daniela (del 23/03/2010 @ 09:32:39, in Cinema & Visioni, linkato 135 volte)
di Paolo Virzì con Isabella Ragonese, Sabrina Ferilli, Valerio Mastrandrea, Elio Germano, Micaela Ramazzotti Commedia, Italia 2008

Marta (Isabella Ragonese) è una giovane siciliana di adozione romana da poco laureata in Filosofia con lode e pubblicazione della tesi. Il film comincia con le esplosive note dei Beach Boys su un mondo 'ballerino' immaginato dagli occhi di Marta, metafora di tutti i sogni e dell'entusiasmo di questa promettente ragazza che sta per affacciarsi nel mondo del lavoro.
Dopo vari colloqui con conseguenti e inevitabili porte chiuse in faccia, Marta, per sbarcare il lunario, o magari anche solo per illudersi di avere un ruolo nella società, accetta di fare da baby-sitter a Lara, figlia di una ragazza madre, Sonia, stupendamente interpretata da Micaela Ramazzotti, che le concede una stanza nella sua casa e la introduce nel call center della Multiple, azienda venditrice di un depuratore d'acqua.
Da questo momento Virzì si scatena nel dipingere di mille umilianti colori la grottesca tela del mondo del precariato e dei call center. La Multiple appare immediatamente come un mostro impietoso che ingoia i giovani assieme a tutte le loro belle speranze di carriera e di successo. Perchè la logica di questo effimero successo è basata esclusivamente sul profitto e non sulla meritocrazia o sulla qualità del lavoro.
Le tante telefonate delle impiegate della Multiple che si ascoltano durante il film sono di un cinismo imbarazzante per lo spettatore, che riconosce subito la terribile logica dello sfruttamento dei giovani. Quattrocento euro al mese per le telefoniste più l'ambitissimo titolo di "Migliore del mese" per chi ha fissato più appuntamenti (con tanto di premio: una stupenda medaglietta argentata o addirittura un inutile e ingombrante elettrodomestico).
A capo di queste ragazze tristi e stordite la team-leader, una splendida Sabrina Ferilli perfettamente calata nella parte, meravigliosa macchietta di quelli che oggi si definiscono "manager" o "capi-gruppo" e che invece sono solo manipolatori di persone fragili e bisognose di lavorare. Ma anche loro non avranno scampo e verranno ingoiati da un sistema malato che non conta nessun vincente. Memorabile nella sua tragicità la coreografia, stile sigla dei villaggi vacanze, che ogni mattina le ragazze devono eseguire prima di mettersi al lavoro, per caricarsi di energia, al paradossale e sconcertante grido: "Noi siamo persone speciali perchè facciamo un lavoro speciale!".
La non produttività viene punita con il licenziameno immediato, un'uscita istantanea dagli uffici con tanto di scorta. Nessun diritto, nessun contratto da far rispettare, solo una desolante periferia romana dove persino gli autobus ti passano accanto, senza fermarsi, come se non esistessi.
Unico personaggio di matrice positiva, il sindacalista Giorgio (un approssimativo Valerio Mastrandrea), volenteroso ma alquanto inconcludente. Forse perchè davvero non c'è possibilità di cambiare quest'Italia allo sbando, forse perchè il singolo davvero non può farcela a risollevare un intero sistema che non funziona. E i giovani trentenni di oggi, figli della generazione dell'ormai inesistente 'posto fisso', sono bollati con troppa semplicità come bamboccioni da una vecchia guardia assolutamente inconsapevole (o no?) delle imbarazzanti situazioni lavorative attuali. E non è mancanza di volontà, e non è incapacità di crescere da parte dei giovani, è che non ce n'è davvero per nessuno. In questo amaro film di Virzì, Lucio 2, venditore della Multiple (un efficacissimo e drammatico Elio Germano) rappresenta proprio la voglia di arrivare, di farcela, di essere il numero uno, ma sarà destinato a soccombere agli inevitabili cali di produzione che, però, non gli saranno perdonati. Non sei produttivo, sei un perdente, sei fuori. E la sua disperata corsa in auto si fa un pò simbolo di tutta la paura e la confusione dei poveri figli di questa società malconcia che troppo tardi si accorgono di essere stati ingannati e di aver coltivato ingenui sogni di carta in una miserabile realtà che non accetta l'umanità ma solo il guadagno spietato, senza guardare in faccia a nessuno.
Virzì ha tratteggiato personaggi meravigliosi, tutti soli, tutti spaventati, tutti confusi, tutti inevitabilmente perdenti.
E l'abbraccio finale di Marta con una signora sconosciuta commuove, commuove fino alle lacrime perchè nessuno, proprio nessuno, neanche lo spettatore, riesce a capire dove andare a cercare uno spiraglio, dove ritrovare una piccola e rassicurante speranza. Un film presentato con leggerezza. E che invece pesa, sullo stomaco e nel cuore.
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Di Anima (del 09/03/2010 @ 22:25:07, in Inconscio e Psiche, linkato 156 volte)

Quanto ha a che fare l'Alice burtoniana con i personaggi che affollano il nostro inconscio?
Tutto direi.
Il Sottomondo, come più propriamente dovrebbe chiamarsi, è il sogno di Alice e per tutto il film la fanciulla ormai diciannovenne non farà altro che ribadirlo.
Difatti quando all'inizio della storia le verrà ripetutamente obiettato che lei non è la vera Alice, più di una volta ribatterà che questo è impossibile, visto che quello è il "suo" sogno.
Decifrare i personaggi di Underworld è come calarsi in un manuale di oniromanzia.
Tutti sono attori del nostro inconscio, parti di noi che recitano nel teatro delle ombre che si svolge di notte.
Tutti concorrono al lavoro costante di decifrazione di noi stessi.
Brucaliffo dirà all'inizio della storia che la fanciulla non è difatti Alice, per poi affermare alla fine del film che finalmente, ecco, ora è lei.
Cosa ha fatto Alice dunque per diventare se stessa?
Si è individuata.
Ha percorso un cammino di recupero di sue parti che erano andate smarrite: la follia, l'audacia, il coraggio, le sei cose che sono impossibili da fare.
Memorabili i due personaggi delle Regine/Sorelle avversarie irriducibili, entrambe al limite della follia: la regina rossa che rappresenta perfettamente il nostro complesso infantile, l'Es, il tutto e subito, ma anche le gelosie non controllate, le ire fulminanti.
L'Io bambino insomma: ecco spiegato quindi il capo esageratamente grosso, rispetto al corpo sproporzionato.
Dall'altra parte la Regina Bianca, così dark, l'Io controllato, il SuperIo direi, difatti amata dai genitori più che l'altra sorella, conformata ai suoi voti ma con un lato oscuro spiccato nel quale sono finite tutte le cose non accettabili, l'ira, la violenza, la rabbia, che riemergono in pulsioni di morte sopite ma non troppo.
Ecco che nella prima sorella spicca il Rosso, la vita, il desiderio, il sangue che pulsa laddove in qualche modo le emozioni non vengono frenate, mentre la seconda predilige un bianco asettico, prossimo al grigiore dovuto all'assenza di vita, all'ossessione, al controllo conpulsivo, che relega la vita nell'ombra e fa dominare la ragione.
Aspetti di noi, dunque?
Chi il migliore, chi il peggiore?
Archetipi anche.
Assoluti e senza ombre.
A questi aggiungiamo la follia del Cappellaio Matto il cui pensare scoordinato solo Alice riesce a fermare tenedogli la testa fra le mani o richiamandolo alla realtà.
Eppure è il Cappellaio che fra tutti riconosce la fanciulla che era stata bambina in modo inequivocabile, poichè i matti, i fools, sono borderline, esseri di confine in contatto con l'Altrove.
E il piccolo Brucaliffo sciamano di quel mondo fuma il suo insensato calumet vaticinando senza senso apparente fino a impartire ad Alice la sua lezione più importante, quella della Morte/Trasformazione.
C'è tutto su questo campo di battaglia che è la grande scacchiera della nostra interioritò, dove la Regina Rossa non verrà uccisa, bensì relegata, così come dovrebbe essere con tutte le funzioni moleste della nostra psiche, perchè nulla va distrutto, ma, potendo, ogni complesso negativo andrebbe tradotto in una funzione utile al nostro sviluppo interiore.
Jung docet.


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