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Di Anima (del 16/07/2006 @ 11:03:48, in Sul Mito, linkato 579 volte)
Credo che il mito pur essendo totalmente falso e pomposo in genere sia necessario alla crescita dell'essere umano poiché da la spinta ad essere positivi e crea dei modelli. Basti pensare la mito più moderno come i mondiali di calcio dove tutti si uniscono in una festa senza fine per celebrare un trionfo. Di per se non importa che il mito prenda spunto da fatti veri o leggendari, ciò che conta che trasmetta un senso di fratellanza tra le persone e che le unisca in un unico intento il resto lasciamolo agli ingenui che credono, coloro che vedono con i propri occhi sanno che sono favole ma non per questo smettono di giocare con loro... potrei dire lo stesso delle religioni haimé
Fulvio Fapanni
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La questione del mito si pone a un livello più profondo del credere o non credere a delle favole dell'infanzia.

Il problema non è la verosimiglianza del racconto, la corrispondenza fra significante e significato.

E credo, la questione si pone in ugual modo nel discorso sulle religioni, perchè il simbolismo che si manifesta in queste ultime come nelle storie, nei miti, nelle favole, va al di là del semplice: ciò che vedo= ciò che è reale.

Questa è la differenza fra segno e simbolo.

Segno: a un significante si associa uno e un solo significato (semaforo rosso= stop)

Simbolo: ad un significante si associano molteplici significati (croce: simbolo di morte e resurrezione, di inizio e di fine, di vita e di ritorno, e ogni cultura potrebbe in proposito dire la propria…)

Il problema non è il simbolo, ma ciò che ad esso attribuisce la nostra mente profonda, il nostro sé giovane.

Alcuni ricercatori del profondo hanno voluto individuare strutture comuni del nostro inconscio , un terreno di immagini, energie, visioni a cui attingono le radici del nostro sé individuale, spiegando così il riproporsi di miti simili in luoghi anche molto distanti della terra.

Penso a Jung con la sua teoria degli archetipi, penso a Levi Strass e allo strutturalismo.

Confesso che questa è una teoria alla quale sono propensa a credere.

Penso, come Edward Bach, che la parte di noi che comunica con l’anima universale è quella emozionale, il nostro sé giovane appunto, e che quest’ultimo, come un bambino ( il nostro bambino divino?), apprenda molto di più attraverso vecchie fole di streghe e folletti che in altro modo.

Crescendo, irrigidiamo le nostre strutture e diventiamo adulti lontani dalle forme tondeggianti e i colori morbidi dell’infanzia.

Poi, passiamo tutta la vita alla ricerca del nostro bambino interiore e della nostra Anima smarrita.

Il simbolo ha un potere che alla mente analitica sfugge.

E il simbolo è alla base della parte migliore della nostra civiltà: tutto il patrimonio epico-narrativo, i racconti del nostro passato, l’arte, grossa parte del nostro pensiero filosofico.

La mente immagina, l’uomo crea.

Il nostro lato razionale ha solo il compito di manifestare nella realtà ciò che la nostra mente profonda partorisce.

Sono sempre più incline a credere che dobbiamo sbarazzarci di tutte queste zavorre razionali, rendendo la mente ciò che è, e ritornando alla matrice.

In “Matrix”, il primo dei tre film che compongono la celebre trilogia, Neo chiede chi c’è dall’altra parte dello specchio, ma si sente rispondere:”Sei tu che ti trovi al di là….

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Di Anima (del 15/07/2006 @ 12:30:58, in Sul Mito, linkato 536 volte)

“È una scelta istintiva quella di fare così le mie canzoni, ma penso sia motivata dalla mia grande fiducia nelle forze del mito. Penso al fascino che esercita la fiaba sui bambini, in tutti i tempi. Ecco, io non credo che il pubblico debba aver letto Guénon per capire le mie canzoni. È sufficiente che si risvegli quel senso dall’allarme, che è poi la disponibilità di ciascuno di noi al mito.

Franco Battiato

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Gli dèi e le dee

Li amo come se esistessero e, allora, inevitabilmente, arriva un momento in cui qualcuno mi domanda “Fino a che punto credi davvero a questi dei e a queste dee pagane?” Io non ci credo affatto. Né più e né meno di quanto abbia creduto all’ego, al superego, al sé, al conscio, all’inconscio, al complesso di Edipo, di Elettra, di Cassandra, di Cenerentola o di Peter Pan, né più e né meno di quanto creda a tutte le nozioni inventate dalla psicologia per definire le dinamiche interiori: repressione, regressione, compensazione, ipercompensazione, scompenso, depressione, proiezione introiezione, retroflessione, fusione, transfert, controtransfert, attualizzazione del sé, complessi, archetipi, individuazione…. Neppure tutto questo esiste “realmente”, vero? Si tratta di concetti e di metafore utili che ci permettono di cogliere la vita interiore. Ho insegnato psicologia sociale per venticinque anni in un dipartimento di Comunicazioni; eravamo trentasei professori che si dedicavano a questa entità capricciosa e invisibile: la Comunicazione. Nessuno l’ha mai vista, non è presente nel “suo” dipartimento più di quanto lo sia in qualsiasi altro e tuttavia noi persistiamo, fiduciosi che ci sia qualcosa come la Comunicazione , e che questa realtà impalpabile voglia che ci si consacri a lei. Ma perché il concetto di comunicazione dovrebbe essere più credibile o utile dell’immagine di Hermes che gli antichi trattavano come se fosse la comunicazione personificata? I termini astratti come comunicazione, desiderio, potere, ragione, passione… e la maggior parte dei concetti che si ritrovano nei manuali di psicologia designano delle realtà invisibili che gli antichi greci si raffiguravano attribuendo loro una maiuscola e una personalità. Ne facevano delle divinità: invece di una teoria della comunicazione avevano Hermes, invece di una teoria della sessualità avevano Afrodite, invece di seminari sul potere organizzativo inventavano storie a proposito della gestione divina di Zeus, dove noi abbiamo una scuola d’ingegneria avevano dei discepoli di Apollo capaci di costruire dei ponti più solidi dei nostri. Non parlavano dei danni della droga , ma della follia che Dioniso manda a coloro che rifiutano di onorarlo. Non elaboravano una teoria psicologica sulla natura del legame che unisce la madre al bambino, ma mettevano in musica e in poesia i lamenti di Demetra separata dalla figlia. Il bisogno che sento di ritornare agli dèi e alle dee non ha nulla a che vedere con un nuovo esoterismo religioso. Da un lato perché si tratta di psicologia, e non di religione. Dall’altro perché è proprio l’esoterismo del lessico astratto e falsamente preciso della psicologia scientifica che mi convince che faremmo meglio a rivedere le immagini fondatrici, quelle che stanno dietro a concetti con i quali si tenta di comprendere se stessi. Ognuno di questi personaggi mitici ha il suo valore ed è la mia intenzione il considerare l’insieme delle immagini politeiste semplicemente come un altro catalogo di “modelli da seguire”. Certe persone, quando si presentano loro le qualità personificate dagli dèi e dalle dee, reagiscono come se questi archetipi fossero delle prescrizioni, come se si richiedesse loro di essere sensuali come Afrodite, intensi come Dioniso, intelligenti come Atena, astuti come Hermes… la psicologia archetipa si presenta invece come antidoto a una psicologia che ci chiede di essere al tempo stesso senza incrinature psicologiche e senza sintomi, secondo il modello dei santi che vengono immaginati senza peccati e un dio che ha rinnegato la propria ombra, il diavolo. Le divinità pagane mi attirano proprio perché ciascuna si presenta perfetta e incompleta, divina e diabolica al tempo stesso, folli e sagge alla maniera dell’inconscio. Dea, cantaci le imprese della Divinità, e che le tue Muse mi concedano la grazia pagana.

Introduzione alla “La grazia pagana” di Ginette Paris (Moretti eVitali, 2002)

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Di Animus (del 06/07/2006 @ 13:54:22, in Sulla Poesia, linkato 514 volte)

Persa la regola della costruzione grammaticale, oggi non c’è più una definizione di poesia universalmente accettata.

Cos’è poesia, dunque? Lungi da me l’intenzione di ricercare una definizione oggettiva. Vorrei invece proporvi una condivisione di risposte a questa domanda legate al nostro “fare” poesia. Chi ne traccia i segni ma anche chi ne legge; perché anche leggere versi è, per me, un “fare poesia”, in un certo senso.

Al di là di definizioni legate a regole grammaticali ormai non più accettate, oggi la distanza tra prosa e poesia appare sempre più ridotta, nella maggior parte dei casi, tanto che ormai spesso si parla di prosa poetica. In ogni caso, sarebbe molto interessante, in questo spazio comune a tutti noi, porre l’accento su cosa per noi è importante, nel corso di questo “fare”. Cosa fa da sottofondo alla pulsione che guida, poi, verso la tracciatura del segno? Ciò che è esplicito non è forse frutto di qualcosa che è implicito? Se anche la vostra risposta a questa domanda è affermativa, mi piacerebbe che condividessimo l’essenza di questo qualcosa che è implicito, e che forse è anche comune a tutti noi, magari in misura variabile nei suoi vari aspetti.

Forse potremmo scoprire, potremmo accorgerci di una bellezza che fa da sottofondo…

Vorrei partissimo dallo spunto offerto dal saggio del 1970 “La poesia di Sylvia Plath”, scritto da John Frederick Nims:

“Quanti poeti ci sono tra i giovani dai capelli lunghi delle università della nostra amata patria? 50.000? 200.000? Certo più che in qualsiasi altro momento della storia del mondo. Essere un poeta va di moda tra i giovani: ne prendono l’aspetto e sbattono sulla carta i sacri pensieri che nessuno dei “vecchi” ha mai pensato prima, e se ne vanno in giro a gruppo travestiti da poeti; non conformisti proprio come migliaia di loro simili, e come se la godono! Peccato che non lavorino molto. Spontaneità, pensano, ecco quello che ci vuole. Dillo com’è, come ti viene da dentro. Ma Sylvia Plath in un breve discorso introduttivo per un disco ha seccamente rifiutato questo tipo di pigrizia:Penso che la mia poesia sia frutto diretto delle esperienze dei miei sensi e delle mie emozioni, ma devo dire che non posso provare simpatia per quelle “grida del cuore” che non prendono forma che dalla droga o dalla violenza o da qualsiasi altra cosa sia. Credo che si dovrebbe saper controllare,manipolare le esperienze anche le più terribili, come la follia, come la tortura… e che si dovrebbe saperle manipolare con una mente lucida che dia loro forma…”. “Controllare”, “manipolare”, “dar forma”, “lucida”, “mente”, ai nostri fini queste sono le parole chiave. Il che non vuol dire che la poesia non venga mai con facilità (anche se accade raramente), ma viene solo lungo percorsi laboriosamente preparati prima, di solito per anni.”

Trentasei anni dopo molte cose sono cambiate, a cominciare dalla lunghezza dei capelli delle nuove generazioni, ma ovviamente l’importanza dello spunto riguarda ben altro, per noi: come “arriva” la poesia?

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