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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Anima (del 20/06/2006 @ 15:20:50, in Arte contemporanea, linkato 562 volte)

Vorrei che qualcuno mi dicesse perchè tanta "arte" del 900 è "brutta", e volutamente brutta e scioccante nella sua bruttezza che è squallore; la cosiddetta arte concettuale, molte installazioni viste alle biennali , vitelli in formalina (un artista inglese, di cui ho scordato il nome), buoi squartati e disossati dal vivo, con sangue e odore di morte ( Marina Abramovich) , opere varie di Lucien Freud , la noia estrema di Luigi Nono...al di là dei discorsi teoretici sulla bellezza, che mi trovano ovviamente d'accordo, vorrei qualche esempio di arte contemporanea e "bella", che non sia banale me , appunto, vera arte, e che mi incoraggi sulla possibilità di incontrare pezzi vivi di arte , oggi...o bisogna guardare solo al passato?


Marina
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Cara Marina, il discorso è complesso e l'arte quasi sempre un fenomeno soggettivo, benchè qualcuno sostenga che è possibile attribuire un criterio di oggettività all'espressione artistica.
Io sono una privilegiata, nipote di due pittori che mi hanno sempre educata al bello ed estimatrice delle loro opere.
In più, ho la fortuna di avere molti amici artisti, che si esprimono attraverso l'arte concettuale, libere installazioni, free painting.
Tutti ragazzi, s'intende, qualcuno fresco di accademia, qualcun altro alle prese con mostre e creature ribelli.
Non pretendo che persone che stanno nascendo all'arte oggi siano dei geni, o degli illuminati.
Ma è splendido partecipare ad una genesi artistica e condividere l'entusiasmo di una creazione.
Tuttavia, come mio zio direbbe, e cito lui perchè come avrai capito, è il mio maestro in fatto d'arte, la scintilla del genio è la ricerca, andare dove altri non hanno osato ancora, scoprire nuovi territori d’espressione.
Come la vedo io, i problemi fondamentali sono due: l’età moderna ha offerto, per fortuna, un accesso maggiore alle fonti della cultura e dell’arte; ben venga tutto questo, tuttavia l’estensione del numero non ha coinciso con un miglioramento della qualità: oggi tutti hanno la possibilità di pubblicare i propri libri, tutti possono organizzare la propria mostra, tuttavia…. Non fraintendermi, io sono con Clarissa Pinkola Estes quando dice che ognuno deve onorare la vena di creatività che lo anima, per non smarrire se stesso, tuttavia non sempre la quantità è sinonimo di qualità. L’altro problema ha a che fare con i luoghi in cui si ricerca: come già sostenevo altrove, la bellezza è una grande infingitrice e ama celarsi a sguardi troppo scoperti. È dunque tempo di dedicarsi a battere le periferie, le zone d’ombra, gli accessi oscuri… E, in tema di zone d’ombra, che ne pensi delle squisite incisioni di Peter Willburger? Credo che in questo artista la ricerca estetica e la scoperta di nuove zone espressive si coniughi con maestria. Bene, detto questo, mi piace estendere l’invito. Poiché l’arte è fenomeno di ieri, di oggi, di domani, e benché il passato sia inestimabile perla sapienziale, e come tale ineludibile, ognuno di noi potrebbe rivelare agli altri i luoghi in cui si celano le sue perle di bellezza nel presente. Perché dunque non rispondere all’invito di Marina, indicando i luoghi dell’arte contemporanea che avete ritenuto degni e che vi hanno lasciato una traccia nell’anima?

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Di Animus (del 18/06/2006 @ 12:33:35, in Sulla Bellezza, linkato 651 volte)
Quando un certo concetto di bellezza viene immerso nella quotidianità… Vorrei proporvi altre pagine di Hillman che considero molto stimolanti. Leggo le sue parole come un continuo invito ad accogliere la tangibilità di una certa idea di bellezza. Voi cosa ne pensate?

Il curioso rifiuto di ammettere la bellezza nel discorso psicologico avviene anche se ciascuno di noi sa che niente colpisce l’anima, niente le dà tanto entusiasmo, quanto i momenti di bellezza – nella natura, in un volto, un canto, una rappresentazione, o un sogno. E sentiamo che questi momenti sono terapeutici nel senso più vero: ci rendono consapevoli dell’anima e ci portano a prenderci cura del suo valore. Siamo stati toccati dalla bellezza. Eppure la terapia non parla mai di questo fatto nelle sue teorie, e l’aspetto estetico non ha alcun ruolo nella pratica terapeutica, nella teoria evolutiva, nella traslazione, nei concetti di trattamento riuscito o fallito e nella fine della terapia. Abbiamo forse paura del suo potere?...
…A partire da questo fatto nel campo che più mi è proprio, io sosterrò che oggi l’inconscio più significativo, quel fattore che è più importante nell’opera della nostra cultura psico-logica, potrebbe essere definito come “bellezza”: perché è questo ciò che è ignorato, omesso, assente. Il represso non è dunque quello che generalmente crediamo: la violenza, la misoginia, la sessualità, l’infanzia, le emozioni e i sentimenti, o anche lo spirito, che riceve ciò che gli spetta nella pratica della meditazione.
Tutti questi temi sono comuni nella conversazione quotidiana. No, il rimosso è oggi la bellezza.
La natura adesso è in dialisi, si spegne lentamente, tenuta in vita soltanto dalla tecnologia avanzata. Che cosa può muoverci così in profondità quanto richiede la profondità del bisogno ecologico?
Non bastano il senso del dovere, la meraviglia, il rispetto, il senso di colpa, e la paura dell’estinzione. Soltanto l’amore può tenere in vita il paziente – un desiderio per il mondo che dà quella vitalità, quell’interesse appassionato su cui poggiano tutti gli altri sforzi. Noi vogliamo il mondo perchè è bello, i suoi suoni, i suoi odori, la composizione delle sue strutture, la presenza sensibile del mondo come corpo. In breve, sotto la crisi ecologica giace la ben più profonda crisi dell’amore, il fatto che il nostro amore ha abbandonato il mondo; e che il mondo sia privo di amore risulta direttamente dalla repressione della bellezza, della sua bellezza e della nostra sensibilità alla bellezza. Perché l’amore torni al mondo è prima necessario che vi torni la bellezza, altrimenti ameremmo il mondo solo per dovere morale: pulirlo, conservarne la natura, sfruttarlo di meno.
Se l’amore dipende dalla bellezza allora la bellezza viene prima, una priorità che si accorda con la filosofia pagana più che con quella cristiana.
La bellezza prima dell’amore si accorda anche con quell’esperienza fin troppo umana di sentirsi spinti verso l’amore dal fascino della bellezza. Un secondo importante interesse, che sollecita una pratica della bellezza, è di carattere economico. Questo può sorprendere, perché generalmente la bellezza è considerata qualcosa di accessorio, un lusso, estranea allo scopo dell’economia. Se, ad esempio, c’è da costruire una piazza, i progettisti definiscono prima di tutto la questione del traffico, poi l’accessibilità per le compere e per gli altri usi commerciali; come ultima cosa viene l’ “immagine” della piazza: una scultura commissionata, una fontana, un piccolo gruppo di alberi e alcune aiuole, alcune luci speciali. L’artista è l’ultimo ad essere convocato e il primo a essere eliminato, quando il progetto comincia a superare lo stanziamento. L’abbellimento costa troppo. E’ antieconomico. Invece contrariamente a questo consueto modo di vedere, la bruttezza costa di più. Qual è l’economia della bruttezza? Quanto costano in termini di benessere fisico e di equilibrio psicologico un design trascurato, coloranti da quattro soldi, suoni, strutture e spazi privi di senso? Passare una giornata in un ufficio sotto un’accecante luce diretta, su cattive sedie, vittime del costante monotono ronzio del computer, posando gli occhi su una moquette logora e macchiata, tra piante artificiali, compiendo movimenti unidirezionali, premendo un pulsante, reprimendo i gesti del corpo, per poi, alla fine della giornata tuffarsi nel sistema del traffico o dei mezzi pubblici, in un fast food e in un’abitazione di serie. Che costo ha tutto questo? Quanto costa in termini di assenteismo? In termini di ossessione sessuale, di abbandono della scuola, di iperalimentazione e di attenzione frammentaria? Qual è il costo di tutti i rimedi farmaceutici, di quella gigantesca industria dell’evasione che è il turismo, dello spreco consumistico, della dipendenza dalla chimica, della violenza nello sport, e di quel colonialismo mascherato che è il turismo? Forse che le cause dei maggiori problemi sociali, politici ed economici del nostro tempo non potrebbero essere ricercate anche nella repressione della bellezza?... Ma un momento: non abbiamo ancora detto che cos’è la bellezza…
la definizione cade nella consueta disputa soggetto/oggetto. Il soggettivista – Hume per esempio – dice che la bellezza è nell’occhio di chi osserva… Gli oggettivisti sostengono che la bellezza non è nell’occhio di chi guarda; o se anche è così, ciò è soltanto a causa delle proprietà formali dell’opera d’arte presenti lì nell’oggetto…
Proviamo invece a immaginare che la bellezza sia data permanentemente, inerente al mondo nei suoi dati, sempre lì in mostra, un’esposizione che evoca una risposta estetica. Questo splendore intrinseco si accende con maggiore luminosità e maggiore intensità in certi eventi, particolarmente in quegli eventi che lo splendore cercano di coglierlo e di rifletterlo, come le opere d’arte. Se volessimo usare un linguaggio mitologico per questo splendore intrinseco, parleremmo di Afrodite, la dorata, colei che sorride, il cui sorriso rende il mondo piacevole e amabile.
Ma Afrodite era ben più che una gioia estetica: era una necessità epistemologica, perché senza di lei tutti gli altri Dèi sarebbero rimasti nascosti…
Grazie a lei, il divino poteva esser visto e udito, odorato, gustato e toccato. Lei rendeva manifesto il pensiero divino. E noi rispondiamo alla sua radiosa presenza nelle cose, con parole come “divino, ultraterreno, meraviglioso, splendido, superbo, sorprendente, celestiale, delizioso” – parole che attestano l’identificazione divina di ogni cosa ordinaria, sia essa la morbidezza di una stoffa, la cascata dei capelli di una donna, o il gusto di un vino.
…La vera radice della parola “estetica”, ”aistbesis” in greco, significa “percezione sensoriale”. “Aisthesis” risale agli omerici “aiou” e “aisthou”, che significano sia “percepisco” che “resto senza fiato”, “mi sforzo di respirare” e “aisthomai”, “aisthanomai”, “inspiro”. Questo non suggerisce forse, perché la bellezza possa comparire, che noi dobbiamo rimanere immobili, fermare le percezioni vaganti dell’occhio, l’abituale spinta in avanti del corpo, le incessanti associazioni della mente?... Fermando il movimento in avanti della mente, del corpo e dello spirito, l‘anima può diventare recettiva, come nei quadri dell’ Annunciazione, dove Maria viene sorpresa da un angelo, turbata, sospesa…
Un’ultima riflessione: quel restare senza fiato… ha la sua origine nel torace, che nella Kundalini Yoga è il luogo del chakra, del cuore.
Lì, quegli improvvisi e inaspettati andare e venire dei sentimenti sono immaginati dalla fuggevole gazzella, che è intravista solo raramente,nei suoi movimenti rapidi e sorprendenti e nella sua assoluta e congelata immobilità,quando se ne sta in osservazione e in ascolto, con tutti i sensi acuiti.
Se questo chakra non viene alla vita, e il cuore non si apre e la gazzella non si desta, noi rimaniamo sordi e ciechi, repressivi nonostante le migliori intenzioni, semplicemente perché l’ordine che percepisce la bellezza, che resta senza fiato nella risposta estetica, non è stato risvegliato.
La gazzella si nasconde nei fitti boschetti dell’anima o dorme nell’innocenza. Così, al di là di tutto il resto che ho detto – e ho detto troppo, troppo in fretta e troppo sommariamente – lasciate che il cuore si risvegli, che si risvegli il pensiero del cuore, così da catturare la gazzella.

(James Hillman, dal libro “Politica della bellezza”)
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Di Anima (del 17/06/2006 @ 12:17:34, in Sulla Bellezza, linkato 558 volte)

Perché cercare in un Dio che è oltre noi la bellezza che è intorno a noi e dentro noi?

Il saggio di Hillman che tanto mi è piaciuto e che è diventato poetica fondante di questo progetto asserisce esattamente il contrario: la Bellezza non è un bene teleologico al quale tutti tendiamo come meta ultima, bensì la natura reale delle cose, l’immanente, il presente, che ci sfugge per l’atrofia dei nostri mezzi di percezione, primo fra tutti il cuore.

Gli Dei sono immagini del cuore, e benché io creda in ciò che credo, e che qui non mi dilungo a spiegare, tutti i mondi sono una realtà connessa attraversati da luce che i nostri occhi chiusi alla nascita non afferrano.

Non bisogna andare oltre il corpo e addirittura oltre l’anima, e la bellezza fisica non è il canone di proporzioni che qualcuno vorrebbe insegnarci.

La bellezza è nel corpo e del corpo, ma in un contesto che da millenni ci insegna a demonizzare il corpo e le sue forme, non mi meraviglia che questo possa sembrare un concetto plebeo.

Esistono vie sensuali che abbiamo imparato a dimenticare ed esistono vie ascetiche che abbiamo imparato a conoscere e a riconoscere come giuste, predilette, preferenziali.

Potrei citare infinite vie di conoscenza attraverso il percorso dei sensi, che Agostino rinnegò.

Non sono la prima sostenitrice di questo filosofo.

E tuttavia questi percorsi di certo non spiacevano a Socrate, che da uomo libero che fu nella vita come nella morte disse sempre ciò che credeva e visse con la libertà che ritenne giusta per sé.

Siamo troppo abituati a proiettare nella mente, ahimè, modestissima frazione della nostra coscienza, processi di simpatia (e mi rifaccio qui all’etimo) che appartengono al corpo.

E al cuore.

Nel cuore è la realtà ultima di tutte le cose, nel cuore è la rete che ci collega tutti, e quando questa realtà si connette a ciò che esiste da sempre, alla Bellezza ultima di tutte le cose, non esiste separazione fra esistenza ed essenza, che appunto coincidono.

Prediligo le forme estatiche di conoscenza, percorro una via dei sensi e dell’apertura del cuore che probabilmente è peculiarmente una via femminile, ma non solo.

Per me Afrodite è sempre stata nel mondo e del mondo, e se questo ci sfugge, è perché ce ne siamo disamorati.

E se Afrodite richiede un pegno, quello certamente è l’amore.

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Di Anima (del 15/06/2006 @ 11:53:56, in Sulla Bellezza, linkato 542 volte)

Quando ho letto il commento postato dalla gentile Rosaria, ho pensato che era troppo bello per non essere inserito in homepage.

Le sue sono considerazioni sulla bellezza, credo in risposta alla mail di presentazione in cui parlavamo di Afrodite Urania e Pandemia e della necessità del ritorno della Bellezza nel mondo e di una giusta disposizione dell’animo umano alla sua accoglienza.

In particolare ho apprezzato il brano che descrive la luminosa Mahalakshmi e tutta la sua radiosa beltà che è del cuore come del viso, dimostrazione ancora una volta,( ma ce n’é bisogno?) che la luce interiore è anche luce esteriore: il Bene, il Bello, il Vero.

Grazie, Rosaria.

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Per un mio messaggio sulla “bellezza” cito anche il Fedro di Platone.

[…] L'anima se ne sta smarrita per la stranezza della sua condizione e, non sapendo che fare, smania e su di se non trova sonno di notte né di giorno, ma corre, anela là dove spera di poter rimirare colui che possiede la bellezza. E appena l'ha riguardato, invasa dall'onda del desiderio amoroso, le si sciolgono i canali ostruiti: essa prende respiro, si riposa delle trafitture e degli affanni, e di nuovo gode, per il momento almeno, questo soavissimo piacere. […] Perché, oltre a venerare colui che possiede la bellezza, ha scoperto in lui l'unico medico dei suoi dolorosi affanni. Questo patimento dell'anima, mio bell'amico a cui sto parlando, è ciò che gli uomini chiamano amore. (Platone, Fedro, Opere complete, pp. 250-252.)

III° POTERE


Mahalakshmi in una rappresentazione tradizionale indiana:
La Saggezza e la Forza non sono le sole manifestazioni della Madre suprema; vi è nella sua natura un mistero più sottile, senza il quale la Saggezza e la Forza sarebbero incomplete e la perfezione non perfetta. Al di sopra di esse, vi è il miracolo dell'eterna bellezza, segreto inafferrabile delle armonie, la magia imponente di un incanto irresistibile ed universale, di un'attrazione che attira e lega le cose, le forze e gli esseri, e li obbliga ad incontrarsi e ad unirsi acciocché un ananda nascosto possa agire da dietro il velo e fare di essi i suoi ritmi e le sue forme. Questo è il potere di Mahalakshmi e nessun aspetto della divina Shakti è più attraente per il cuore degli esseri incarnati.

Maheshwari può sembrare troppo calma, troppo grande e troppo distante da avvicinare e da contenere per la piccolezza della natura terrestre, Mahakali troppo rapida e terribile da sopportare per la loro debolezza: ma tutti si volgono con gioia ed ardore verso Mahalakshmi. Essa emana il sortilegio della dolcezza inebriante del Divino; essere vicino a Lei è felicità profonda, e sentirla nel proprio cuore fa dell'esistenza un'estasi meravigliosa; la grazia, l'incanto e la tenerezza emanano da Lei come la luce, dal sole, e ovunque fissa il suo sguardo meraviglioso o lascia cadere la bellezza del suo sorriso, l'anima è presa, cattivata ed immersa nelle profondità di una felicità insondabile.

Magnetico è il tocco delle sue mani; il loro delicato e occulto influsso purifica lo spirito, la vita e il corpo, e là ove essa preme i suoi piedi, scorrono i flutti miracolosi di un ananda che rapisce.

E tuttavia non è facile far fronte alle esigenze di questo Potere incantatore o di conservarne la presenza. L'armonia e la bellezza dei pensieri e dei sentimenti, l'armonia e la bellezza in ogni movimento esteriore, l'armonia e la bellezza della vita e di ciò che l'attornia, ecco quello che esige Mahalakshmi. Là ove c'è affinità con i ritmi della felicità segreta del mondo, la risposta al richiamo della bellezza, dell'armonia, dell'unità e del flusso gioioso di molte vite volte verso il Divino, in questa atmosfera acconsente a dimorare. Ma tutto ciò che è brutto, meschino e volgare, tutto ciò che è perverso, sordido e miserabile, tutto ciò che è brutale e grossolano, impedisce la sua venuta. Essa non si presenta dove l'amore e la bellezza non sono nati o non nascono che a malincuore; là ove sono mescolati a cose più basse, che li sfigurano, se ne allontana subito, o non si cura affatto di dare le sue ricchezze. Se, nei cuori degli uomini, si trova circondata d'egoismo, di odio, di gelosia, di malevolenza, d'invidia e di conflitto, se il tradimento, l'avidità e l'ingratitudine sono mescolati al contenuto del calice sacro, se la grossolanità della passione ed il desiderio impuro degradano la devozione, in simili cuori la Dea graziosa e magnifica non si attarda. Un disgusto divino la prende e si ritira, non essendo l'insistenza il suo modo d'essere; oppure, velandosi la faccia, attende che il rifiuto e la sparizione di questo amaro, diabolico veleno le permetta di stabilire nuovamente il suo felice influsso. La privazione e la severità ascetica non le sono gradevoli, come neppure la soppressione delle emozioni più profonde del cuore e la repressione rigida degli elementi di bellezza dell'anima e della vita.

Giacché Essa pone sugli uomini il giogo del Divino mediante l'amore e la bellezza. Nelle sue creazioni supreme, cambia la vita in una ricca opera d'arte celeste, ed ogni esistenza in un poema di sacre delizie; le ricchezze del mondo sono radunate ed accordate per un ordine supremo, ed anche le cose più semplici e più ordinate divengono meravigliose, grazie alla sua intuizione dell'unità ed al soffio del suo spirito. Ammessa nel cuore, innalza la saggezza all'apice della meraviglia, rivela i segreti mistici dell'estasi che sorpassano ogni conoscenza, risponde alla devozione con l'ardente attrattiva del Divino, insegna all'energia ed alla forza il ritmo che mantiene armoniosa e misurata la potenza dei loro atti, e proietta sulla perfezione l'incanto che la fa durare per sempre.

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Di Anima (del 13/06/2006 @ 13:50:38, in Pari opportunità, linkato 513 volte)

Condizione femminile, quote rosa, donne al potere, circoli politici femminili, suorine di carità.

Luoghi comuni, schemi che ingabbiano la donna, questa sconosciuta, chiunque essa sia.

In clima preelettorale si sprecavano conferenze sulle più varie banalità: le donne in politica, cosa la politica può fare per le donne, i tè nei circoli delle signore per bene.

Questo ci ha mai risolto la vita?

Penso di no.

(nella foto, Devorah Major, poetessa che si batte per i diritti civili negli Stati Uniti)

La politica si occupa di noi a livello superficiale, è questo il problema, e non aiuta, paradossale ma vero, che di pari opportunità si occupino le donne.

Quando le donne sono il sottoprodotto di una cultura maschile dedita al potere e alle alleanze, alla conservazione dei privilegi e allo sgomitamento, che differenza può fare che se ne occupa un uomo piuttosto che una donna?

Cosa è davvero la politica dal punto di vista delle donne?

Non sono sicura di sapere la risposta.

E’ più facile scorgerne il vero volto nell’arte, nella cultura in generale, quella alternativa soprattutto.

Allora vedi creazione, rinnovamento, propositività, emozione, energia, passione.

Certo, la questione si pone a livelli alti.

Quando la vita batte fra i bambini l’asilo la spesa il marito assente per lavoro i conti a fine mese, possibilità di creazione ne vedo poca.

Vero anche che siamo fortunate.

La condizione di noi occidentali è privilegiata, e questa è un’ovvietà.

La condizione femminile si sostiene sui trampoli spesso sbilenchi dell’educazione individuale, delle possibilità di vita e di scelta.

Mancano quelli, la questione non si pone.

Io sarei per una rivalutazione del tempo libero.

Non solo per le donne, ma anche per gli uomini.

Diamo alla gente la possibilità di vivere meglio.

La cultura fiorisce quando le condizioni economiche la sostengono.

È noto a tutti che negli ultimi anni il reddito si è ristretto e con esso la possibilità per la gente di accedere al film in più, al libro in più, al giornale in più.

Questo fa la differenza.

Questo regola l’accesso al Foro comune della discussione.

Questo determina le fortune di Internet, che qualcuno indica come la rivoluzione democratica contemporanea.

(nella foto Janine Pommy Vega, poetessa beat)

Intenet permette l’accesso libero ai servizi che la società sottopone a norme alle quali non tutti abbiamo libero accesso.

Ed è un bene. Il “libero” mercato ha bisogno di uno scossone profondo. Nell’antica Grecia e ancora prima nella civiltà minoica le donne che appartenevano a ceti sociali più elevati erano privilegiate, colte, maggiormente libere, con possibilità di esprimere idee e di fare cultura. Ed è la cultura a fare la società. Anche se noi, ultimamente, siamo abituati a regimi diversi.

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Di Anima (del 12/06/2006 @ 15:22:06, in Sull'Ironia, linkato 438 volte)
Io non avrei saputo dirlo con parole migliori...; - )
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Di Animus (del 12/06/2006 @ 00:09:38, in Sull'Ironia, linkato 480 volte)
(Tratto dalla rivista “Il foglio clandestino di poeti e narratori”, numero 53)

D’accordo, è vero, non so cosa avrei fatto senza di voi.
Voi, però, nemmeno vi date da fare, cribbio!
Non un solo giorno in Ospedale psichiatrico, un minimo accenno di sieropositività… che so… uno stupro giovanile, magari un piccolo incesto, un’ombra d’alcolismo, di tossicodipendenza… un licenziamento in tronco, un figlio drogato; accidenti! Almeno una gonorrea, una casa bruciata, una lite condominiale, un’ulcera duodenale, un’unghia incarnita cazzo, niente!
Ma ce l’avete un pò d’amor proprio?
Ai vostri figli ci pensate o no? Egoisti! Che altro non siete.
Ci pensate alla vergogna quando ingenui, orgogliosi come tutti i bambini o timorosi come ogni sfacciato adolescente diranno – Papà è un poeta – oppure No, non fa la casalinga: mia madre scrive poesie… -- a curiosi compagni di classe?
E chi mai gli crederà? Gli amici li prenderanno in giro a morte! – Poeta? – pare di sentirli sghignazzare – Ma senti… un poeta? E c’è mai stato al Maurizio Costanzo? E da Maria De Filippi? Quanti libri ha pubblicato? E’ mai stato mandato affanculo da Sgarbi? No? E allora? Tsè… Poeeeeta. –
E’ un secolo che ve lo dico. Non potete continuare a vivere esistenze apparentemente normali ostentando la dignità di Lord Brummel. Non potete continuare a crescere figli, andare al lavoro ogni mattina, pagare le bollette dell’Enel o cucinare lenticchie pretendendo che vi riconoscano Poeti.
Ve l’immaginate Arthur Rimbaud in fila per richiedere il porto d’armi?
Omero alla ASL che prenota una visita oculistica?
L’Epos è cambiato ragazzi, mettetevelo bene in testa!
La Poesia è struggimento, lo struggimento è sofferenza e la sofferenza oggi va esibita, ostentata, fatta cappotto e stola di visone. Un poeta regolare che abbia pur sofferto deve soprattutto poterlo dimostrare: chi mai scriverebbe poesie se non in carcere, in manicomio, in un letto d’ospedale o tra i brevi intervalli di amori mercenari? Sveglia ragazzi! La gente vuole vedervi rottamati, vestiti male, senza denti, anoressici oppure obesi, con gli occhi spiritati. Vuole sentirvi parlare in dialetto, sbagliare i congiuntivi, balbettare, piangere, raccontare del primo elettroshock, commuovervi… ma voi niente!
E dire che di esempi ce ne sono: c’è chi ha vinto le elezioni sacrificando la consecutio!
Io mi spacco i polmoni a darvi dritte, consigliarvi, suggerirvi ricette vincenti e voi continuate a scrivere su quaderni da scolaretto, a stamparvi le poesie al computer in copie numerate da distribuire gratis a quelli come voi, a scavarvi dentro, a ignorare i suggerimenti degli editori, a buttare via un sacco di roba buona che… magari, con qualche ritocco… che so, un pò di sesso, qualche strofa pulp, un pò di veterofemminismo...
E non venite a dirmi che non sono propositivo! Lo so che certi termini moderni non li usate, però sono certo che li pensate!
Ve l’ho detto e ve lo ripeto: dovreste scrivere poesie sugli psicofarmaci, sui vostri uteri straziati, dovreste cantare amori mercenari con le fidanzate o i fidanzati dei vostri figli… che so:

Mentre guardava il mio sesso maturo,
prossimo all’oblìo,
intravedevo, tra le sue gambe,
il Prozac della mia disperazione

tanto per fare un esempio. Oppure inventarvi qualche storia performante, trendista, positiva, qualcosa di abbastanza sofferente ma realistica, ironica,che esalti l’ottimismo… tipo:

PENSIEROPOSITIVO
OVVERO
LA TRAGICA STORIA DEL SIEROPOSITIVO PEN

Un titolo che attira, no? Attuale, rockeggiante, sociale, giovane. E poi, basta con questa storia della cultura, delle motivazioni, e la poiesis, la creazione, la musica e il metro, la sintesi, la Poesia vestale delle arti gentili… è roba vecchia, trishhhhte!
Insomma: io ho la coscienza a posto; quello che andava detto l’ho detto. Voi fate come vi pare.
Continuate pure a coltivare quel senso di inadeguatezza che vi porta a squartarvi il petto e a guardarci dentro vincendo una paura sempre più grande, a sguazzare in un caparbio anonimato che vi ostinate a difendere come la corona di ferro.
Fregatevene dei miei consigli e continuate a pensare che l’Arte debba scuotere l’anima, insinuare dubbi, dividere il padre dal figlio, sbeffeggiare e smascherare il Potere e i suoi trucchi, imitare, ispirare e magari prendere pure in giro la natura e la vita… se proprio ci tenete.
Io lo dicevo perchè ho imparato la lezione, perché conosco la vita, per il vostro bene… e anche perché… accidenti, non so proprio cosa avrei fatto senza di voi.

(Luigi Rovito)
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Di Animus (del 07/06/2006 @ 18:46:52, in La parola scritta, linkato 420 volte)
Sul numero 72 della bellissima rivista “Ellin Selae”, la “dichiarazione d’apertura” è: “L’identità maschile contemporanea poggia su quattro copertoni e sulla rete telefonica. Il prototipo attuale di “individuo qualunque” viaggia su auto sempre più grandi (come i Suv), con in tasca telefonini sempre più piccoli. Togliete l’auto e i telefonini agli uomini di quest’epoca e verranno colti da crisi di panico di fronte a questo vasto vasto mondo, come i bimbi quando perdono la mamma al supermercato. O, meglio, come naufraghi alla deriva…”.
Vorrei che questa fosse anche la dichiarazione d’apertura del primo articolo che scrivo in questo spazio. Parole che parlino della necessità di un’inversione di tendenza, se è vero, come anch’io credo, che in un mondo dalle spinte tecnologiche sempre più… spinte, i mezzi per decifrare le forze emotive, spirituali, inconsce, che ci circondano e ci riempiono, sembrano allontanarsi sempre più.
Sto scrivendo queste parole utilizzando un computer, e a voi arrivano grazie alla rete internet, e perciò qui non si tratta certo di fare “i puristi” rispetto agli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. Il punto è un altro: c’è, credo, sempre più difficoltà a distinguere tra strumento e mezzo. Quelli che utilizziamo sono strumenti, ma c’è una distanza abissale tra essi e i mezzi che ci consentono di toccare, decifrare, attraversare le forze di cui ho scritto prima.
L’arte è uno di questi mezzi. Uno dei pochi, pochissimi. E’ un mezzo, e non uno strumento, per una miriade di motivi, ma qui mi preme evidenziarne uno: non offre l’illusoria sensazione di riempire un vuoto, non procede nel fragore dell’ “accumulazione” o della “distrazione”. Tutt’altro. Grazie all’arte, affiora ciò che è nascosto ma che non può essere dimenticato né tanto meno ignorato. Percorrere la strada dell’oblio conduce prima o poi alla sempre più sgradevole sensazione di essere naufraghi alla deriva… C’è deriva perché non c’è solida terra sotto i piedi, ma non è affatto detto che questa solida terra sia humus sereno e luminoso.
Attraversiamo ciò che è necessario attraversare, e spesso l’oscurità e il dolore prendono il sopravvento, in una fatalità solo apparentemente tragica.
Perché l’arte, dunque? E, nel nostro caso, perché la parola scritta?
Perché l’attraversamento è necessario, per acquistare una consapevolezza maggiore. Ed è quindi anche grazie all’arte che l’ignoto diventa familiare, l’astratta lontananza si fa concreta vicinanza, l’enigma finalmente si svela. Non sempre accade, e raramente la risposta che giunge ha un sapore definitivo, però ogni risposta è comunque terra solida sotto i piedi.
E’ quando traccio il segno che il chiarimento diventa possibilità reale: il segno è occhi attenti che descrivono, ed è la descrizione a tracciare “la” direzione tra le infinite possibili. Che si scriva di una foglia che cade in autunno o del destino dell’umanità, la parola traccia il percorso e lo rende finalmente visibile. Mi piace pensare all’inchiostro come a qualcosa che si trova sotto il mare bianco e anonimo della pagina, e alla punta della penna come ad una calamita che lo fa affiorare. Grazie a questo affioramento non c’è più deriva; può esserci immenso, tangibile dolore, ma nulla più nutre il senso di dispersione.
Tracciare è decidere, finalmente. Ciò che è stato, che è, che potrebbe essere.
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Di Anima (del 07/06/2006 @ 16:53:33, in Marion Zimmer Bradley, linkato 430 volte)
Ritengo giusto inaugurare questa sezione postando una bellissima introduzione che la Bradley stessa scrisse per una raccolta di suoi racconti, "The best of Marion Zimmer Bradley" (1990, Longanesi). Sono rimasta affascinata, come sempre da questa donna così solitaria e ispirata, nel leggere queste note autobiografiche, così ironiche a volte, che lasciano trapelare il vissuto di una donna, direi anzi di una scrittrice, che ha dovuto molto vegliare perchè la sua sacra fiamma non si spegnesse. Marion è morta nel 1999, ma rimane il mio baluardo e la mia ispirazione.

Ho già raccontato questa storia, come accadde che, tornando in treno da Watertown, New York, a casa mia nella Rensselaer Country, dovessi aspettare una coincidenza a Utica. Fu in quell’occasione che, praticamente per la prima volta in vita mia, decisi di investire parte dei miei guadagni estivi nell’acquisto di una scatola di cioccolatini e di una rivista di mio gusto. Non mi ero mai trovata davanti ad un’edicola con in tasca denaro mio e proprio allora mi tornò alla mente il ricordo vivo dei numeri di Weird Tales che una volta avevo ripescato in soffitta e che mia madre, timorosa che le loro sgargianti e truculente copertine mi dessero gli incubi, si era affrettata a far sparire. Decisi lì per lì di comprare una copia di quella rivista, ma l’edicolante non l’aveva mai sentita nominare e perciò, dopo aver studiato a lungo la sua merce, acquistai un numero di Starlin Stories dov’era pubblicato The Dark World di un certo Kuttner, il cui nome completo- ma questo l’avrei appreso più tardi- era Catherine Moore Kuttner. Riguardando una vita lunga e ricca di eventi, posso dire in tutta onestà che nessuna esperienza mi ha mai ridato l’emozione e l’entusiasmo di quel viaggio nel crepuscol, immersa nello splendido mitico romanzo di un uomo che trasforma i mondi. Posso paragonarlo soltanto al fascino del mio primo “viaggio” con l’Lsd, o alla prima volta in cui mi avventurai nel British Museum, di cui tanto avevo letto, oppure con la mia prima Turandot al Lincoln Center, o con il momento in cui mi ersi sulla sommità del Santuario di Delfi per ammirare la sottostante antica Sacra Via. Quand’ebbi finito il romanzo di Kuttner, lessi un paio di racconti e infine giunsi alla posta dei lettori nelle ultime pagine. Un fremito d’emozione: c’erano altre persone a cui piacevano i racconti di quel genere e che avevano voglia di parlarne… pubblicavano persino riviste amatoriali per discuterne. Alla fine di quel viaggio non soltanto sapevo di voler diventare scrittrice, ma sapevo anche che volevo scrivere fantascienza. Nella tarda estate battei a macchina una prima stesura di un romanzo abbozzato l’anno prima e lo sottoposi a Starling Stories; fu cortesemente respinto (Quel racconto è oggi celebre come “La spada di Aldones”, NdR). Più tardi avrebbero acquisito diversi miei racconti. Iniziai anche a scrivere per le riviste professionali e amatoriali e in quell’estate ebbe inizio la mia attività di appassionata fantascientista. Dopo un’infanzia terribilmente solitaria, da topina di biblioteca, tra ragazzi interessati solamente al lancio di palle di ogni forma e dimensione e ragazze il cui unico scopo nella vita era di indossare gonnelline microscopiche e saltellare vociando a favore dei lanciatori di palle (attività che, a parere mio, rimane a tutt’ggi ancora più cretina che lanciare palle) avevo scoperto persone a me congeniali, che avrebbero voluto e potuto parlar con me come se anch’io fossi stata una persona e non una ragazzina. Tre anni dopo, sempre appassionata fantascientista, mi sposai (era in certe zone, ed è ancora, l’unico modo a disposizione di una ragazza per defilarsi da una situazione familiare sgradevole) e per quattordici anni, in cittadine e paesetti del Texas, seguendo le fortuna della linea ferroviaria per la quale il mio rpimo marito lavorava come telegrafista, supplii con l’attività amatoriale all’esistenza texana tutta pallone e chiesa. Ancora oggi la posta è il momento culminante della mia giornata e una cassetta postale vuota mi mette di malumore o mi deprime. Pubblicai a più non posso su riviste amatoriali, consumai intere risme di carta in corrispondenza (lo faccio ancora) e cercai di scrivere per le riviste popolari che erano il mio grande amore. (Non potevo permettermi di comprare libri e non mi sarebbe mai ventuo in mente di scriverne io stessa, allora. Questo accadde in seguito.) La maggior parte di quei lavori texani riecheggia una monotona vita quotidiana fatta di cucina, lavaggio di pannolini e pulizia dei nostri piccoli appartamenti in affitto; e una vita interiore estremamente vivace basata sui libri e sulle persone che conoscevo soltanto attraverso le riviste amatoriali. I miei colpi di vita consistevano in un panino alla locale tavola calda (una vera serata mondana); non c’era altro da fare salvo che andare in chiesa o ascoltare le radiocronache di football, e in merito vanto un primato eccezionale: finora non ho mai assistito ad una partita di football. In compenso ero un’appassionata ascoltatrice delle trasmissioni radiofoniche liriche del Metropolitan e il mio primo uso del denaro, quando cominciai a guadagnarne, fu quello di comperare biglietti per le stagioni liriche di San Francisco; tuttora la mia massima soddisfazione è quella di visionar videocassette e ascoltate compact disc di vere opere. Bè, venne infine il giorno in cui vendetti il mio primo racconto lungo, “Uccelli di rapina” e poi iniziai a scrivere su Darkover. Più o meno in quel periodo, dopo un lungo intervallo occupato a compilare romanzi sotto pseudonimo per uno squallido editore , abbandonai il Texas e il mio primo marito. Non ho nulla di male da dire sul mio primo matrimonio: la solitudine forzata mi costrinse a far conto sulle mie risorse personali e mi lasciò il tempo per scrivere. Secondo Brad spendevo troppo in carta e francobolli, ma se preferivo, così diceva, avere quella roba invece che vestiti e cianfrusaglie alla moda, per lui andava bene; non aveva obiezioni. Inoltre, se mi accontentavo di vivere modestamente col suo stipendio invece di trovarmi un lavoro (preferivo non affidare la cura di mio figlio a qualcuno ancora meno qualificato di me, per esempio una donna ignorante) mi permetteva di farlo. Alla fine i polpettoni sfornati per lo squallido editore mi permisero di iscrivermi ad una scuola locale: ufficialmente per ottenere un diploma di insegnamento per mantenere la famiglia dopo che Brad avesse lasciato l’impiego alla ferrovia. Invece andai via dal Texas, mi trasferii a Berkley e mi risposai; dal mio secondo matrimonio ebbi altri due figli e una volta di più scoprii che scrivere era un modo per starmene a casa con i bambini pur lavorando. Non fu facile, certo. Non facevo che ripetere ai bambini che mamma non doveva essere interrotta quando stava alla macchina da scrivere e li corrompevo senza vergogna perché mi lasciassero in pace: adesso lo definirebbero lavaggio del cervello bello e buono. Dovetti anche imparare a vivere in società: Ricordo di aver temuto che con tutti quegli stimoli intellettuali- biblioteche, musica, concerti gratuiti e un marito innamorato che desiderava la mia compagnia invece di limitarsi ad usarmi come domestica, cuoca, lavandaia, avrei finito per perdere l’impulso a scrivere. Ancora oggi preferisco tenermi alla larga dalla gente, così da potermi ritrovare con la migliore compagnia del mondo: i personaggi che mi sbocciano dalla mente e dall’animo. (………) Non imito più la Kuttner. I miei entusiasmi vanno ai diritti degli omosessuali e delle donne: penso che la liberazione della donna e non l’esplorazione dello spazio sia il grande avvenimento del ventesimo secolo. Il primo rappresenta un grande mutamento nella coscienza dell’umanità, il secondo è soltanto prevedibile tecnologia, e la tecnologia mi annoia. Scrivo con un computer, ma preferisco la macchina da scrivere. E nell’intimo sono rimasta una fantascientista, perché sono ancora alla ricerca di una lettura che risvegli in me l’antica emozione di quelle riviste popolari. Per il meglio o per il peggio, altro non sono che una scrittrice e non mi perdo più in spiegazioni o scuse. Preferisco la fantascienza ad ogni tipo di lettura o scrittura: e alle persone che mi chiedono perché non legga o non scriva libri normali, rispondo che non riesco a vedere come il contenuto della narrativa normale-romanzi di spionaggio, corruzione politica, adulteri nei sobborghi, possa competere con la narrativa la cui unica raison d’ etre è di occuparsi del futuro della razza umana.

Marion Zimmer Bradley
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