Quanto ha a che fare l'Alice burtoniana con i personaggi che affollano il nostro inconscio? Tutto direi. Il Sottomondo, come più propriamente dovrebbe chiamarsi, è il sogno di Alice e per tutto il film la fanciulla ormai diciannovenne non farà altro che ribadirlo. Difatti quando all'inizio della storia le verrà ripetutamente obiettato che lei non è la vera Alice, più di una volta ribatterà che questo è impossibile, visto che quello è il "suo" sogno. Decifrare i personaggi di Underworld è come calarsi in un manuale di oniromanzia. Tutti sono attori del nostro inconscio, parti di noi che recitano nel teatro delle ombre che si svolge di notte. Tutti concorrono al lavoro costante di decifrazione di noi stessi. Brucaliffo dirà all'inizio della storia che la fanciulla non è difatti Alice, per poi affermare alla fine del film che finalmente, ecco, ora è lei. Cosa ha fatto Alice dunque per diventare se stessa? Si è individuata. Ha percorso un cammino di recupero di sue parti che erano andate smarrite: la follia, l'audacia, il coraggio, le sei cose che sono impossibili da fare. Memorabili i due personaggi delle Regine/Sorelle avversarie irriducibili, entrambe al limite della follia: la regina rossa che rappresenta perfettamente il nostro complesso infantile, l'Es, il tutto e subito, ma anche le gelosie non controllate, le ire fulminanti. L'Io bambino insomma: ecco spiegato quindi il capo esageratamente grosso, rispetto al corpo sproporzionato. Dall'altra parte la Regina Bianca, così dark, l'Io controllato, il SuperIo direi, difatti amata dai genitori più che l'altra sorella, conformata ai suoi voti ma con un lato oscuro spiccato nel quale sono finite tutte le cose non accettabili, l'ira, la violenza, la rabbia, che riemergono in pulsioni di morte sopite ma non troppo. Ecco che nella prima sorella spicca il Rosso, la vita, il desiderio, il sangue che pulsa laddove in qualche modo le emozioni non vengono frenate, mentre la seconda predilige un bianco asettico, prossimo al grigiore dovuto all'assenza di vita, all'ossessione, al controllo conpulsivo, che relega la vita nell'ombra e fa dominare la ragione. Aspetti di noi, dunque? Chi il migliore, chi il peggiore? Archetipi anche. Assoluti e senza ombre. A questi aggiungiamo la follia del Cappellaio Matto il cui pensare scoordinato solo Alice riesce a fermare tenedogli la testa fra le mani o richiamandolo alla realtà. Eppure è il Cappellaio che fra tutti riconosce la fanciulla che era stata bambina in modo inequivocabile, poichè i matti, i fools, sono borderline, esseri di confine in contatto con l'Altrove. E il piccolo Brucaliffo sciamano di quel mondo fuma il suo insensato calumet vaticinando senza senso apparente fino a impartire ad Alice la sua lezione più importante, quella della Morte/Trasformazione. C'è tutto su questo campo di battaglia che è la grande scacchiera della nostra interioritò, dove la Regina Rossa non verrà uccisa, bensì relegata, così come dovrebbe essere con tutte le funzioni moleste della nostra psiche, perchè nulla va distrutto, ma, potendo, ogni complesso negativo andrebbe tradotto in una funzione utile al nostro sviluppo interiore. Jung docet.
E’ stupefacente un libro come “Crea il lavoro che ami” di Rick Jarow. Per molti motivi, ma forse soprattutto perché è stupefacente – ad esempio – l’affermazione: “Siamo stati condizionati a credere che l’immaginazione sia meno importante e valida della concettualizzazione. Non c’è niente di più lontano dalla realtà.” Io continuo a chiedermi cosa ci sia di logico nel continuare ad auto-deprimerci con la convinzione che viviamo “in crisi economica” mentre contemporaneamente attraversiamo l’epoca storica di gran lunga più ricca, da un punto di vista materiale. Talmente che con ogni probabilità non ce ne saranno di più ricche, siamo quasi giunti al punto-limite. Eppure “siamo in crisi”e perciò dobbiamo ancor di più immolarci all’altare dell’iper-produzione. Non conta altro, in questa visione tipicamente occidentale, men che meno conta qualsiasi attività creativa che non si traduca in arricchimento quantificabile all’esterno. Ancora Jarow: “Inibire la capacità individuale di creare immagini è essenziale per inculcare il paradigma della produttività. Perché il fantasticare – il sognare ad occhi aperti, fare lunghe e lente passeggiate e roba del genere – spreca tempo prezioso e “produttivo”. Invece di essere educati alle possibilità e agli usi dell’immaginazione, veniamo incoraggiati a farla defluire attraverso il sifone della televisione.” Ecco il punto centrale, credo: cos’è davvero produttivo, cos’è più gratificante? Otto ore al giorno dedicate a un lavoro che magari odiamo ma che ci serve per acquistare quei beni che riteniamo irrinunciabili perché così ci ha insegnato la televisione, oppure una passeggiata grazie alla quale ricontattiamo la nostra essenza interiore? E che dire dell’arte? Quanto tempo ed energie investite per far sgorgare poche parole, poche pennellate, pochi suoni? Sono energie sprecate o comunque “inferiori” a quelle investite nel lavoro per il sostentamento materiale? Poniamocele, queste domande, facciamolo perché siamo ormai arrivati al punto di credere che la vita di chi ha la Ferrari sotto casa sia più degna, bella, in ogni caso “più” della vita di chi non ce l’ha. Personalmente credo che tutte le Ferrari di questo mondo messe insieme non valgano nemmeno un frammento delle consapevolezze acquisite da un maestro spirituale. E voi, cosa credete? Che l’arte ci aiuti a volgere lo sguardo verso ciò che abbiamo nel cuore, disinteressandoci sempre di più a cosa abbiamo in tasca.
“Che cosa possono le leggi dove regna soltanto il denaro? La giustizia non è altro che una pubblica merce…”. Il nuovo singolo di Battiato ci parla di un’Italia anestetizzata, addomesticata da una pseudo-cultura materialistica ormai dominante. Sarà vero o falso? E’ un’esagerazione? E’ un “lamento politico” mascherato da opera artistica? Come sempre capita, si dice e si dirà di tutto, ma sta di fatto che (anche) Battiato ci invita ad allargare lo sguardo, e lo fa con la forza genuina di un artista decisamente lontano dalle umane e piccole beghe politiche. Ci sono comportamenti che dovrebbero essere condannati sempre e comunque, non c’entra lo schieramento di appartenenza. Semplice a dirsi, ma nel “farsi” sembra proprio che in molti non si riesca a guardare oltre la persona in sé. Questo è grave, molto, perché all’origine di una sistematica confusione: non si riesce più a separare il simbolo dall’atto, e così una persona che agisce in un certo modo viene approvata o condannata a prescindere dagli atti compiuti. Di più: gli atti compiuti vengono addirittura ignorati. “Inneres auge”, il “terzo occhio”, l’occhio interiore che permette di vedere – oltre il piano dell’apparenza – l’aura delle persone. Battiato ci ricorda che le persone andrebbero viste oltre le luci sfavillanti, le giacche-e-cravatte-e-guardie-del-corpo e le fin troppe parole assolutamente vuote di significato che pronunciano. Ma forse, a ben pensarci, tutto questo non accade proprio perché inevitabile frutto di una certa cultura occidentale dominante? Una cultura nella quale ciò che più appare, ciò che più colpisce, in qualche modo viene considerato preferibile, “superiore”. “Con le palpebre chiuse s’intravede un chiarore che con il tempo – e ci vuole pazienza – si apre allo sguardo interiore.” Le palpebre chiuse, il restarsene in disparte per meglio comprendere… sì, sono davvero valori e modi di agire profondamente estranei alla cultura dominante. Ma quel chiarore arriva per tutti, prima o poi, fa parte della Storia. Quella che guarda oltre gli avvenimenti.
Solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare, solo quando il linguaggio scompare si comincia a vedere.” Sono le parole che aprono lo splendido “Il grande silenzio” di Philip Groning, un documentario che qualche anno fa è stato anche un caso cinematografico perché è anomalo che un documentario al di fuori di qualsiasi idea di film alla quale siamo abituati abbia un grande riscontro nelle sale. Nel nostro “immaginario occidentale”, però, fa scalpore ciò che è anomalo ma riesce ad avere un certo successo commerciale, ma risarebbe da chiedersi quanto sia stata apprezzata l’opera in sé, quanto sia stato afferrato il messaggio che il regista ha cercato di trasmettere. Di certo parlare di silenzio nella nostra società, oggi, vuol dire davvero parlare di una goccia d’acqua in un oceano; per di più una goccia che sembra letteralmente svanire, in una tendenza sempre più marcata al suono, all’invadenza, al rumore. Alla presenza. Ma forse è proprio questo il malinteso di fondo nel quale siamo caduti: credere che essere presenti implichi necessariamente l’invadenza. Anche l’arte, in alcune sue manifestazioni, ci dice che le cose non stanno così. Si può essere amanti che avanzano per riuscire a sedurre la persona amata, oppure si può attendere, si può ascoltare, cogliendo le vibrazioni che attraversano l’aria. Se ci fate caso, ogni opera d’arte fa anche una scelta nell’uno o nell’altro senso, ovviamente assecondando la decisione dell’autore. Ci sono opere che arrivano ad alta velocità (altra fissazione/nevrosi tipica della società contemporanea…) con il preciso scopo di colpire, di invadere ogni spazio disponibile; altre, al contrario, attendono il fruitore, ed è l’attesa di ciò che è consapevole della propria forza al di là della capacità di invadenza. Estia (Vesta per i romani) era la dea del focolare e del tempio. Poco rappresentata e quindi “poco visibile”, era in realtà una presenza costante e assoluta, simbolizzata dal cerchio e dal fuoco. Il centro, quindi; e la presenza silenziosa al centro. La parola ha ovviamente un potere immenso, primo tra tutti quello di innescare la creazione (ciò che viene nominato, esiste), ma se so va oltre il nominare, si innesca un processo che invece ben presto si può rivelare superfluo o addirittura dannoso. Come scrive Barbara Coffani in un bellissimo saggio (che potete trovare su www.ilcerchiodellaluna.it), dedicato alle dee del silenzio, “la parola può solo rendere manifesto, il silenzio invece può rendere manifesto oppure nascondere.” E’ un potere in più, quindi, quello del silenzio, non una mancanza, come di solito siamo abituati a credere. Facendo riferimento all’approccio all’arte, in un’epoca di ininterrotto bombardamento di stimolazioni (anche) artistiche, il rischio concreto è quello di ritrovarsi incapaci di decifrare, vittime di un ottundimento che livella tutto, davanti ai nostri occhi. Così ciò che ha particolare valore e ciò che è mediocre finiscono con l’equivalersi; di più, il mediocre si eleva perché non abbiamo gli strumenti adatti per riconoscerlo come tale. In una situazione così confusionaria, quale antidoto può essere migliore del silenzio? Rallentiamo fino a fermarci, se necessario, e ascoltiamo. In silenzio. L’essenziale arriverà a noi senza turbarci, rispettandoci. E finalmente vedremo.
Ho visto recentemente in dvd il film “Lady in the water” del giovane regista indiano Shyamalan, una bellissima favola moderna in cui una creatura dell’acqua si ritrova proiettata nel mondo incredulo di noi umani, in un grande condominio. Comicia così: “Un tempo gli uomini e gli esseri dell’acqua erano in contatto. Loro ci consigliavano, ci parlavano del futuro: gli uomini ascoltavano e le profezie si avveravano. Ma gli uomini non ascoltarono bene come avrebbero dovuto. Il bisogno di possedere tutto li spinse a conquistare terre sempre più lontane dal mare. Il mondo magico degli esseri che vivono nell’oceano e il mondo degli uomini si separarono. Col passare dei secoli, gli esseri dell’acqua non tentarono più di ispirare le nostre azioni. Il mondo degli uomini divenne sempre più violento, le guerre si susseguirono alle guerre poiché non c’era più una guida di saggezza. Ora gli esseri dell’acqua stanno tentando di nuovo di entrare in contatto con noi. Alcuni dei loro preziosi giovani sono stati inviati nel mondo degli uomini, trasportati nel cuore della notte, dove gli uomini vivono. Basta che l’uomo posi gli occhi su di loro e il suo risveglio sarà possibile.”
Separazione, frammentazione. Se esiste un peccato originale, forse è questo. Un tempo eravamo immersi nel Cosmo che ci circonda e ci riempie, consapevoli di essere parte intimamente connessa con il Tutto. Poi, ci siamo sempre più allontanati da questa visione per abbracciare quella opposta della conquista, del possesso, della contrapposizione, spezzando sempre più legami e coltivando dolori sempre più diffusi. Siamo giunti a considerarli inevitabili, dato che abbiamo smarrito la strada originaria. Siamo giunti a credere inevitabili le guerre, la paura del diverso, la difesa di ciò che consideriamo nostro. I muri innalzati hanno sostituito il contatto, ci siamo fidati solo di ciò che era in qualche modo tangibile, misurabile velocemente. E’ stato il tempo del razionalismo scientifico, che ci ha permesso di comunicare in tempo reale con l’altra parte del mondo senza però offrirci strumenti capaci di “percepire” il cuore di chi ci vive accanto. Ma non è compito della scienza “misurare” il cuore né offrire una visione universale. E’ compito, questo, del mito, dell’astrologia, dell’arte, dell’”impalpabile” così spesso deriso o addirittura condannato dal tangibile, dal misurabile. Sembrerebbe perciò quasi uno sberleffo, in un certo senso, lo sviluppo recente – sempre più sorprendente – della fisica quantistica e della biologia molecolare, che ci aprono a una realtà molto diversa da come l’abbiamo intesa fino ad oggi. Forse stiamo davvero, finalmente, ricominciando ad “ascoltare bene”, dopo l’abbaglio della convinzione di poter spiegare tutto rifacendoci a qualcosa di tanto, troppo parziale. E l’ascolto ci porta a percepire la saggezza di una voce che ci travalica e contemporaneamente ci avvolge.
La cultura televisiva è ormai dominante. Una certa cultura televisiva. Quella che bandisce ogni interazione autentica. Non sto certo parlando della possibilità di scegliere con il telecomando questo o quel programma né della possibilità di rispondere alla domanda A del quiz “intelligente” con le opzioni B, C o D. L’approccio al mezzo televisivo è illuminante sul nostro approccio, in generale, ai mezzi di informazione. Vi siete accorti del fatto che già oggi viviamo di informazione più che di qualsiasi altra cosa, e che in futuro sarà una tendenza sempre più marcata? Con uno scenario di mass media sempre più invadenti, “dolcemente aggressivi”, convincenti, quale spazio c’è per una cultura fondata sulla capacità critica e analitica individuale? Certo, è un discorso che non può procedere per assoluti (ogni individualità è comunque frutto di un’infinità di stimoli e insegnamenti che arrivano dall’esterno), ma mi chiedo cosa accade quando le influenze si fanno talmente forti da diventare dominanti. Cosa accade quando la verità ha un unico volto? Questa tendenza ci apre a scenari politici, sociali, economici, ben noti a tutti, ma qui interessa fare un discorso più squisitamente culturale, e quindi vorrei porre in evidenza il pericolo di un appiattimento che disinnesca – lentamente ma inesorabilmente – la capacità individuale di sviluppare chiavi di lettura non accomodanti, non assecondanti aprioristicamente ciò che arriva. E’ una questione di approccio, insomma, e spesso sembra non ci rendiamo conto dell’enorme differenza tra un accostamento passivo e uno invece attivo. E’ una differenza sostanziale. Se le capacità critiche vengono sempre più offuscate da una pseudocultura fatta di veline-soap-cronacanera-nataliinindia-varimetrisoprailcielo e chi più ne ha più ne metta, in una corsa alla mediocrità che è tale soprattutto perché funzionale ad un consumismo che vuole equiparare l’approccio alla cultura a quello di qualsiasi prodotto materiale (acquista-consuma il più velocemente possibile-scarta-acquista...), forse è il caso che si faccia sentire maggiormente anche chi, con rigore e passione, coltiva qualcosa che va oltre i calendari illustrati e una scrittura dimenticata due giorni dopo aver chiuso il libro. Anche da questo punto di vista, internet rappresenta una concreta speranza alternativa all’andazzo generale. C’è spazio davvero per tutto, perciò anche per il rigore di chi prova a dire che è molto più importante far nostre – magari attraverso gli strumenti offerti dall’arte – le chiavi di accesso alla nostra anima per “capirci” e capire, piuttosto che concentrarci sull’arricchimento materiale. E’ uno stile di vita, è un modo di essere come lo è quello di chi accumula ricchezze materiali. Qui non interessa stabilire un “meglio” o un “peggio”, ma affermare che – forse – se non si sceglie, se non si critica, si è davvero più o meno in balìa di chi fa la voce più grossa, suadente perché non abbiamo gli strumenti culturali per leggere tra le righe. E non è il conto in banca ad offrirceli, questi strumenti.
A cura di Maria Vittoria Santarsiero, con la collaborazione di Antonio Pisano e Tiziana Gallo.
Prefazione di Francesco Sicilia
Copertina in cartoncino con alette.
Formato 15 x 21; 64 pagg.
Prezzo: 8 euro
Nel testo che apre questa accorata ma luminosa raccolta, Ciro Rosenbaum si chiede se il suo tempo sia finito. Dopo aver letto ciò che la sua profondità d’animo ci dona, noi sappiamo che non è così. Nessun tempo può finire, quando è tempo che accoglie l’anima di chi sa – ancora e sempre – come parlarci.
(Francesco Sicilia)
II (a G.)
Rivedo nel chiarore di un raggio di luna
che oscilla tra le ombre di un cielo
tempestoso
il tuo volto
e leggo l’ansia di un’attesa
la dolcezza triste di un vero amore.
VIII
Sprofondare nel tuo seno
nel caldo della tua bocca
giù nel profondo dell’amore, sogni!
In questi giorni uguali e vuoti,
in questo nostro inferno.
Eppure…
Sono legato a questa vita
come un insetto alla carta moschicida.
XI
Seguiamo incantati le vie
dell’amore, non c’è meta
né sosta nel viaggio.
Ci guida tra ansie, timori,
speranze
una luce che brilla,
scompare, riappare.
PILLS PILLS PILLS PILLS PILLS PILLS
Nel dominio delle idee
esplorerò il continente di cui ho solo intravisto le coste.
Organicamente mi fonderò con il ritmo universale,
e danzerò senza più tempo né spazio
l’attimo della mia presente vita.
Lo videro andare via
in un’alba di rugiada.
La musica era finita,
i sorrisi si stavano spegnendo,
lo videro andare via per la sua strada,
accompagnato dal vento.
Io all’Inferno ci sono stato e forse anche in Paradiso, non mi resta che questa squallida terra che non riesce più a farmi gioire.
Lunghi giorni di noia mi attendono e lunghe notti.
Folle grigie, città deserte, monotone occupazioni. Sono tornato e ho il cuore sempre più vuoto d’amore.
Ho ingannato e sofferto, pianto e gioito, imprecato e ringraziato il cielo e gli uomini, tutto ciò per scoprire che non c’è nulla che valga la pena!
Alle 3 nella folla di un club, ballo, imitando goffamente un volo d’uccello, facce sorridenti o tese che cercano scampo da questo freddo mondo di stupide soddisfazioni, notte fuori, calma come deserto. Vento, freddo, luce al neon, poi il mattino.
15 del giorno dopo, caffè fumante e il sole indifferente splende sulle nostre confuse vite.
Le catene dell’amore ho spezzato per restare solo, ma non mi riesce d’essere felice, no! Non mi riesce il volo. Giorni d’impegno mi attendono, scusami diario se ti lascio in bianco ma ritornerò, lo sai.
Invero.
Solamente l’amore non ha inverno, non muore mai, né si cura di tempeste e plumbei cieli. E il mio per te non avrà mai fine, sebbene sia fiacco il canto delle mie labbra.
Voglio ricollegarmi all’articolo di Anima sulla ricerca della Visione. Mi è tornato in mente più volte mentre leggo, in questi giorni, un illuminante libro di Rick Jarow,Crea il lavoro che ami. Preciso subito, dato che il titolo potrebbe trarre in inganno, che non ha nulla da spartire con quel filone… come chiamarlo? Mi viene “pensa-ininterrottamente-a-far-soldi-e-a-divorare-gli-altri”, mi sembra una definizione appropriata. Insomma, mi riferisco a quei libri che hanno titoli del tipo “I sette pilastri del successo”, con l’autore in copertina in posa dinamica dal sorriso smagliante assolutamente falso e magari atteggiato anche con il pollice alzato alla Fonzie.
I libri sono ovviamente solo una parte, un frammento di un modus vivendi che ci è entrato dentro in profondità, talmente che consideriamo del tutto normale la costante, quotidiana spinta che guida la stragrande maggioranza delle persone ad accettare lavori lontanissimi dalla propria anima, dalle proprie energie interiori, perché lavorare è prioritario su qualsiasi altra esigenza, su qualsiasi altro bisogno. Questo appare ormai come il comandamento assoluto, più potente anche dei dieci comandamenti per chi è cattolico. Eppure, se ci fermiamo a riflettere almeno per un istante, ci rendiamo conto che un tale modus vivendi è qualcosa che appartiene all’epoca contemporanea, che si è sviluppato grazie alla corsa sempre più accentuata al consumismo, e che quindi nelle epoche passate i tipi con il pollice alzato alla Fonzie sarebbero stati quanto meno derisi.
Però noi viviamo nel terzo millennio, e la domanda da porci è: cosa è davvero essenziale per la nostra vita? Siamo ininterrottamente bombardati da talmente tanti stimoli consumistici che in genere non ci rendiamo nemmeno più conto di essere entrati nel vortice “produci-consuma-produci-consuma…”. Dov’è la nostra essenza, in tutto questa frenesia? Ci sono istanti in cui vi sentite davvero appagati, in cui vi fermate e pensate: “Ora sono davvero completamente a mio agio, non ho bisogno di altro.”? Probabilmente ad esser sinceri la risposta è negativa in modo sistematico, perché siamo sempre raggiunti da qualche nuovo, ulteriore stimolo che ci spinge a consumare qualcosa che non abbiamo ancora consumato.
Dov’è la nostra essenza, in tutto questo? Provocatoriamente, ne “Il ballo del potere” Battiato canta: “I Pigmei dell'Africa, si siedono per terra / con un rito di socialità, / tranquilli fumano l'erba.” La provocazione sta nel farci notare che persino certe droghe leggere che sono sempre state canali per incontrare parti più profonde di noi stessi, in questa corsa senza traguardo vengono completamente svilite nella loro funzione quasi sacra, per essere vissute semplicemente in un’ottica consumistica che quindi si ripropone, ancora e ancora. E’ sintomatico, non trovate anche voi?
A cosa si può ricorrere, per ricollegarsi alla propria integrità, se non alla scintilla della magia interiore? Scrive Jarow:
“Inibire la capacità individuale di creare immagini è essenziale per inculcare il paradigma della produttività. Perché il fantasticare – il sognare ad occhi aperti, fare lunghe e lente passeggiate e roba del genere – spreca tempo prezioso e “produttivo”. Invece di essere educati alle possibilità e agli usi dell’immaginazione, veniamo incoraggiati a farla defluire attraverso il sifone della televisione. La dimensione visionaria dell’esperienza umana è essenziale, ma quando viene svalutata, finisce per colare attorno e noi diventiamo, come dice Eliot, “distratti dalla distrazione nella distrazione.” (in “Four Quartets”).”
Se il lunedì mattina ci svegliamo con un senso di oppressione che non ci lascia fino a quando non riusciamo a distrarci con qualcosa che ci fagocita, non è detto che l’anomalia sia in noi. Questo ce lo ricorda proprio la magia, quella scintilla interiore che ci giunge da un passato talmente antico da averne perso la memoria cosciente, eppure non per questo meno tangibile, meno reale. Qual è
la Visione interiore che ci appartiene davvero? Forse i tempi sono maturi per riappropriarci di flussi energetici e capacità che Mr. McDonald’s vorrebbe continuare ad annullare. Della nostra eredità naturale fa parte lo scoprire che in noi ci sono forze più che sufficienti per riuscire a trovare un posto nel mondo in sintonia con la nostra essenza, e anche per accorgerci che è una battaglia inutile e disperata adeguarci a ritmi e valori che non ci appartengono facendolo col sorriso sulle labbra. Sarà inevitabilmente sempre un sorriso falso, forzato, esattamente come quello che ci rimandano le copertine di certi libri.
Molte fonti spirituali citano la Bellezza, l’Arte, la magnificenza di alcuni paesaggi naturali come strumenti per elevare il proprio stato vitale; non solo, ma anche la propria consapevolezza.
Secondo la Scuola Esoterica di Quarta Via, l’uomo si nutre attraverso tre tipi di alimenti: il cibo, l’aria, le impressioni. Quanto più si scelga con cura per ciascuno di questi elementi, tanto più è possibile incrementare la qualità e la quantità del nostro benessere fisico, mentale, spirituale.
Scegliere cibi compatibili con il nostro metabolismo, meglio ancora che compensino eventuali mancanze o incrementino eventuali potenzialità; respirare profondamente, nella modalità che l’HataYoga definisce respirazione completa, andando ad allargare progressivamente in primo luogo il ventre, in secondo luogo i polmoni, facilitando così un’estensione completa dell’apparato respiratorio; selezionare con cura le impressioni di cui ci circondiamo: le emozioni di cui ci nutriamo, la gradevolezza estetica degli oggetti che acquistiamo per i nostri spazi privati, i libri che leggiamo, i film che andiamo a vedere, i programmi che guardiamo in tv.
Ammettetelo, sembra un progetto sfiancante.
La vita moderna, sovraccitata sopra ogni dire, è frenetica. Eppure questa è la sfida: innalzare il livello di attenzione oltre la normale soglia di presenza. Rimanere consapevoli, presenti, sforzarsi di tramutare il caos in ordine, in bellezza, in armonia. Circondarsi letteralmente di bellezza.
Elogiata Bellezza!
Di cui, forse, abbiamo smarrito il codice.
Gurdjieff, nei suoi viaggi riportati nel libro “Incontri con uomini straordinari” , parla, seppure in toni talora criptici, di monumenti del passato, vestigia dell’antichità, incrociati, talvolta intenzionalmente cercati, edificati secondo antichi codici estetici che miravano a colpire diversi apparati presenti nell’essere umano: i centri istintivo, motorio, emozionale, mentale. In tal modo, chiunque si fosse accostato alla loro sacra presenza, avrebbe potuto ricavarne un messaggio attinente al suo particolare tipo fisico. Un emotivo sarebbe stato colpito dal linguaggio simbolico, un mentale da quello razionale- scientifico e via discorrendo.
Temo che una tale perfezione comunicativa attualmente ci sfugga.
Talora la pubblicità sfiora un livello molto superficiale di questa antica conoscenza, quando, rivestendo più un ruolo di persuasore che di comunicatore, usa determinati stereotipi per colpire diversi tipi di target. Se vi sembra naturale che donne ammalianti e bolidi potenti facciano colpo su tipi psicologici dominati da un forte centro istintivo, che immagini dai contorni morbidi e sfumati, con richiami infantili, catturino tipi più emozionali, pensate a cosa riuscissero a fare certi antichi saggi che, volendo, combinavano quattro differenti tipi di comunicazione nella stessa opera d’arte.
Parliamo di livelli che sfuggono completamente al nostro attuale livello di consapevolezza.
“Naturalmente, i modelli di universo più completi, creati dalle scuole del passato, miravano a combinare formulazioni di ciò che desideravano esprimere in molti linguaggi, in modo da riferirsi a molte o a tutte le funzioni contemporaneamente e così compensavano parzialmente la contraddizione tra i diversi lati della natura umana a cui abbiamo già fatto riferimento. Per esempio, nella cattedrale di Chartres, la lingua della poesia, delle posture, degli aromi, dell’arte e dell’architettura erano combinate con successo e qualcosa di simile sembra essere stato fatto con successo nelle rappresentazioni drammatiche dei Misteri Eleusini. Ancora, in certi casi, per esempio nella Grande Piramide, la lingua dell’architettura sembra essere stata usata non solo per il simbolismo della sua forma, ma al fine di creare in una persona che attraversava l’edificio in un certo modo, una ben precisa serie di impressioni emozionali e di shock che avevano un significato definito in se stessi e che erano calcolati per rivelare la vera natura delle persone ad essi esposte.” (Rodney Collin, “Influenze celesti”, Officina 99- Napoli)
“L’arte non è un sostituto del ricordo di sé, ma l’anima ha bisogno di qualcosa con cui nutrire la sua essenza. Socrate disse: “Tutti gli uomini sono in uno stato di gestazione fisica e spirituale e hanno bisogno di circondarsi di bellezza per poter nutrire la loro nascita.” (Robert Earl Burton, “Il ricordo di sé”, (Ubaldini Editore- Roma)
Infine, per concludere questa prima parte del nostro discorso, ecco alcuni celebri versi di Alfred de Musset:
“Ma la Bellezza è tutto. Platone stesso l’ha detto:
la Bellezza, su questa terra, è la cosa suprema.
È per mostrarcela che è fatto il giorno.
Nulla è bello se non il vero, dice un verso illustre;
ma senza tema d’eresia, io gli rispondo:
nulla è vero se non il bello; nulla è vero senza Bellezza.”
Proprio ieri sera un amico mi ha fatto vedere “The illusionist”, un bel film dell’anno scorso che mi ha colpito per molti versi. In primo luogo, perché mostra più palesemente di tante verbosità, che è davvero sottile il confine fra reale e percepito. In secondo luogo, perché è una bella favola sulla teoria dell’uomo numero quattro, così come ce la raccontano quelli della Quarta Via. Per sintetizzare, la nostra evoluzione si basa su un Super sforzo, una Fatica con la F maiuscola che canalizza le nostre energie sottili verso più alti piani di coscienza, utilizzando come pretesto il raggiungimento di uno scopo in quest’esistenza. Bisogna ardere come una falena in questa vita, tendere al raggiungimento dell’obiettivo o morire nel tentativo. Einsenheim l’illusionista, figlio di un ebanista, userà tutte le sue arti per creare la grande illusione che coprirà la sua fuga, in compagnia della donna amata, da un principe intelligente, ma votato alla violenza. Tutto questo mi fa riflettere sulla cosiddetta teoria ambientale, che sostiene l’influsso di un’inalienabile influenza dell’ambiente in cui viviamo sugli esiti della nostra esistenza. Come dire che un contadino difficilmente supererà i confini della sua casta sociale. C’è da dire che l’odierna società sta rafforzando il concetto di casta. E mi spiace sottolineare che questo accade soprattutto alla nostra cara vecchia Europa, e in particolare alla nostra carissima Italia, dove un laureato spesso non trova niente di meglio che lavorare al Mac Donald. È evidente che, benché inseriti in un contesto democratico che si definisce meritocratico, benefici e privilegi regolano l’accesso ai quadri di comando della società. La classe politica ne è diventata un esempio tangibile. Ci abbiamo impiegato secoli per avanzare da forme di governo autarchiche e limitate a rappresentanze più ampie e condivise del pubblico consenso. Abbiamo lottato per evitare che alcuni privilegi dei governanti assumessero una forma ereditaria e siamo facilmente passati al nepotismo. Di fatto, e dico questo con tristezza, il potere, ancora una volta, oggi si eredita. E il ricambio periodico a cui doveva essere sottoposta la classe politica, che assicurasse una rappresentanza più ampia e meno privilegi a coloro che sono stati chiamati a servirci e non a dominarci, si è trasformato in legislature che durano vite intere, trasferibili ad eventuali eredi di turno. Evviva il re, mi verrebbe da dire, perché di fatto ritorniamo alla monarchia. Sono piccoli re i sindaci a volte arroganti di certi paesotti, incluso il mio, che superano a larghi passi la piazza, rivestiti di un’aura di potere di cui a volte mi sfugge il senso. E, al loro passaggio, la piccola nobiltà locale si fa avanti, per salutare la passeggiata del monarca. Nobiltà resa tale da privilegi e benefici concessi qua e là con lungimiranza, in attesa del tempo del raccolto, che, come si sa, è un tacito accordo per perpetrare la dinastia. Dunque i comuni hanno assunto l’aspetto di tante piccole Versailles. Magari non lo splendore, quantomeno i modi. O tempora! In quest’ottica vedo alcuni fenomeni, il pluricitato Beppe Grillo, l’antesignano Moretti, come segni di un tentativo di evoluzione. C’è aria di rivoluzione, direbbe Battiato. Vedete, il caro Gurdjeff sosteneva che il mondo è destinato ad un’inesorabile evoluzione, che tuttavia ha tempi lentissimi, quei tempi che appartengono alla materia organica di cui siamo fatti. Non scordate che il primo uomo, nella Bibbia, si chiama Adamà, che vuol dire zolla. Una parte di noi è fatta di materia organica. Dove alberghi lo spirito, è altra storia. È ovvio che la Terra proceda verso una graduale evoluzione, che però si srotola lungo tempi lunghissimi, che vanno nell’ordine di miliardi di anni. E la razza umana, nella sua globalità, evolve nell’ordine delle migliaia. Queste sono le catene organiche che ci tengono avvinti alle leggi dell’universo, così come Gurdjeff le concepiva e le trasmetteva. È ovvio che in questo paradigma generale solo gli individui singoli hanno la possibilità di evolvere per se stessi, raggiungendo la completa liberazione anche in una sola esistenza, quando cerchino e incrocino le giuste circostanze. E, trovata la loro visione, essa sarà in grado di influenzare il mondo. In risposta al privilegio dei regnanti, Einsenheim l’illusionista, figlio di un ebanista, userà il potere della sua visione, generato dal suo talento, sostenuto dalla sua essenza, e modificherà il corso della storia, l’inevitabile destino. È una bella favola, ma le favole nascondono semi. Ai soprusi del potere possiamo opporre il potere della visione, e iniziare a cercarne una: la nostra.