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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
La cultura televisiva è ormai dominante. Una certa cultura televisiva.
Quella che bandisce ogni interazione autentica. Non sto certo parlando della possibilità di scegliere con il telecomando questo o quel programma né della possibilità di rispondere alla domanda A del quiz “intelligente” con le opzioni B, C o D. L’approccio al mezzo televisivo è illuminante sul nostro approccio, in generale, ai mezzi di informazione. Vi siete accorti del fatto che già oggi viviamo di informazione più che di qualsiasi altra cosa, e che in futuro sarà una tendenza sempre più marcata? Con uno scenario di mass media sempre più invadenti, “dolcemente aggressivi”, convincenti, quale spazio c’è per una cultura fondata sulla capacità critica e analitica individuale?
Certo, è un discorso che non può procedere per assoluti (ogni individualità è comunque frutto di un’infinità di stimoli e insegnamenti che arrivano dall’esterno), ma mi chiedo cosa accade quando le influenze si fanno talmente forti da diventare dominanti. Cosa accade quando la verità ha un unico volto?
Questa tendenza ci apre a scenari politici, sociali, economici, ben noti a tutti, ma qui interessa fare un discorso più squisitamente culturale, e quindi vorrei porre in evidenza il pericolo di un appiattimento che disinnesca – lentamente ma inesorabilmente – la capacità individuale di sviluppare chiavi di lettura non accomodanti, non assecondanti aprioristicamente ciò che arriva. E’ una questione di approccio, insomma, e spesso sembra non ci rendiamo conto dell’enorme differenza tra un accostamento passivo e uno invece attivo.
E’ una differenza sostanziale.
Se le capacità critiche vengono sempre più offuscate da una pseudocultura fatta di veline-soap-cronacanera-nataliinindia-varimetrisoprailcielo e chi più ne ha più ne metta, in una corsa alla mediocrità che è tale soprattutto perché funzionale ad un consumismo che vuole equiparare l’approccio alla cultura a quello di qualsiasi prodotto materiale (acquista-consuma il più velocemente possibile-scarta-acquista...), forse è il caso che si faccia sentire maggiormente anche chi, con rigore e passione, coltiva qualcosa che va oltre i calendari illustrati e una scrittura dimenticata due giorni dopo aver chiuso il libro.
Anche da questo punto di vista, internet rappresenta una concreta speranza alternativa all’andazzo generale. C’è spazio davvero per tutto, perciò anche per il rigore di chi prova a dire che è molto più importante far nostre – magari attraverso gli strumenti offerti dall’arte – le chiavi di accesso alla nostra anima per “capirci” e capire, piuttosto che concentrarci sull’arricchimento materiale. E’ uno stile di vita, è un modo di essere come lo è quello di chi accumula ricchezze materiali. Qui non interessa stabilire un “meglio” o un “peggio”, ma affermare che – forse – se non si sceglie, se non si critica, si è davvero più o meno in balìa di chi fa la voce più grossa, suadente perché non abbiamo gli strumenti culturali per leggere tra le righe. E non è il conto in banca ad offrirceli, questi strumenti.
Ciro Rosenbaum
Io sono Ciro
Animus et Anima, 2007, Salerno
Collana I passaggi di Persefone
Prima edizione settembre 2007
Design bn grafica (bn@frontieraimmaginifica.it)
Disegno in copertina di Ciro Rosenbaum
A cura di Maria Vittoria Santarsiero, con la collaborazione di Antonio Pisano e Tiziana Gallo.
Prefazione di Francesco Sicilia
Copertina in cartoncino con alette.
Formato 15 x 21; 64 pagg.
Prezzo: 8 euro
Nel testo che apre questa accorata ma luminosa raccolta, Ciro Rosenbaum si chiede se il suo tempo sia finito. Dopo aver letto ciò che la sua profondità d’animo ci dona, noi sappiamo che non è così. Nessun tempo può finire, quando è tempo che accoglie l’anima di chi sa – ancora e sempre – come parlarci.
(Francesco Sicilia)
II (a G.)
Rivedo nel chiarore di un raggio di luna
che oscilla tra le ombre di un cielo
tempestoso
il tuo volto
e leggo l’ansia di un’attesa
la dolcezza triste di un vero amore.
VIII
Sprofondare nel tuo seno
nel caldo della tua bocca
giù nel profondo dell’amore, sogni!
In questi giorni uguali e vuoti,
in questo nostro inferno.
Eppure…
Sono legato a questa vita
come un insetto alla carta moschicida.
XI
Seguiamo incantati le vie
dell’amore, non c’è meta
né sosta nel viaggio.
Ci guida tra ansie, timori,
speranze
una luce che brilla,
scompare, riappare.
PILLS PILLS PILLS PILLS PILLS PILLS
Nel dominio delle idee
esplorerò il continente di cui ho solo intravisto le coste.
Organicamente mi fonderò con il ritmo universale,
e danzerò senza più tempo né spazio
l’attimo della mia presente vita.
Lo videro andare via
in un’alba di rugiada.
La musica era finita,
i sorrisi si stavano spegnendo,
lo videro andare via per la sua strada,
accompagnato dal vento.
Io all’Inferno ci sono stato e forse anche in Paradiso, non mi resta che questa squallida terra che non riesce più a farmi gioire.
Lunghi giorni di noia mi attendono e lunghe notti.
Folle grigie, città deserte, monotone occupazioni. Sono tornato e ho il cuore sempre più vuoto d’amore.
Ho ingannato e sofferto, pianto e gioito, imprecato e ringraziato il cielo e gli uomini, tutto ciò per scoprire che non c’è nulla che valga la pena!
Alle 3 nella folla di un club, ballo, imitando goffamente un volo d’uccello, facce sorridenti o tese che cercano scampo da questo freddo mondo di stupide soddisfazioni, notte fuori, calma come deserto. Vento, freddo, luce al neon, poi il mattino.
15 del giorno dopo, caffè fumante e il sole indifferente splende sulle nostre confuse vite.
Le catene dell’amore ho spezzato per restare solo, ma non mi riesce d’essere felice, no! Non mi riesce il volo. Giorni d’impegno mi attendono, scusami diario se ti lascio in bianco ma ritornerò, lo sai.
Invero.
Solamente l’amore non ha inverno, non muore mai, né si cura di tempeste e plumbei cieli. E il mio per te non avrà mai fine, sebbene sia fiacco il canto delle mie labbra.
Voglio ricollegarmi all’articolo di Anima sulla ricerca della Visione. Mi è tornato in mente più volte mentre leggo, in questi giorni, un illuminante libro di Rick Jarow, Crea il lavoro che ami. Preciso subito, dato che il titolo potrebbe trarre in inganno, che non ha nulla da spartire con quel filone… come chiamarlo? Mi viene “pensa-ininterrottamente-a-far-soldi-e-a-divorare-gli-altri”, mi sembra una definizione appropriata. Insomma, mi riferisco a quei libri che hanno titoli del tipo “I sette pilastri del successo”, con l’autore in copertina in posa dinamica dal sorriso smagliante assolutamente falso e magari atteggiato anche con il pollice alzato alla Fonzie.
I libri sono ovviamente solo una parte, un frammento di un modus vivendi che ci è entrato dentro in profondità, talmente che consideriamo del tutto normale la costante, quotidiana spinta che guida la stragrande maggioranza delle persone ad accettare lavori lontanissimi dalla propria anima, dalle proprie energie interiori, perché lavorare è prioritario su qualsiasi altra esigenza, su qualsiasi altro bisogno. Questo appare ormai come il comandamento assoluto, più potente anche dei dieci comandamenti per chi è cattolico. Eppure, se ci fermiamo a riflettere almeno per un istante, ci rendiamo conto che un tale modus vivendi è qualcosa che appartiene all’epoca contemporanea, che si è sviluppato grazie alla corsa sempre più accentuata al consumismo, e che quindi nelle epoche passate i tipi con il pollice alzato alla Fonzie sarebbero stati quanto meno derisi.
Però noi viviamo nel terzo millennio, e la domanda da porci è: cosa è davvero essenziale per la nostra vita? Siamo ininterrottamente bombardati da talmente tanti stimoli consumistici che in genere non ci rendiamo nemmeno più conto di essere entrati nel vortice “produci-consuma-produci-consuma…”. Dov’è la nostra essenza, in tutto questa frenesia? Ci sono istanti in cui vi sentite davvero appagati, in cui vi fermate e pensate: “Ora sono davvero completamente a mio agio, non ho bisogno di altro.”? Probabilmente ad esser sinceri la risposta è negativa in modo sistematico, perché siamo sempre raggiunti da qualche nuovo, ulteriore stimolo che ci spinge a consumare qualcosa che non abbiamo ancora consumato.
Dov’è la nostra essenza, in tutto questo? Provocatoriamente, ne “Il ballo del potere” Battiato canta: “I Pigmei dell'Africa, si siedono per terra / con un rito di socialità, / tranquilli fumano l'erba.” La provocazione sta nel farci notare che persino certe droghe leggere che sono sempre state canali per incontrare parti più profonde di noi stessi, in questa corsa senza traguardo vengono completamente svilite nella loro funzione quasi sacra, per essere vissute semplicemente in un’ottica consumistica che quindi si ripropone, ancora e ancora. E’ sintomatico, non trovate anche voi?
A cosa si può ricorrere, per ricollegarsi alla propria integrità, se non alla scintilla della magia interiore? Scrive Jarow:
“Inibire la capacità individuale di creare immagini è essenziale per inculcare il paradigma della produttività. Perché il fantasticare – il sognare ad occhi aperti, fare lunghe e lente passeggiate e roba del genere – spreca tempo prezioso e “produttivo”. Invece di essere educati alle possibilità e agli usi dell’immaginazione, veniamo incoraggiati a farla defluire attraverso il sifone della televisione. La dimensione visionaria dell’esperienza umana è essenziale, ma quando viene svalutata, finisce per colare attorno e noi diventiamo, come dice Eliot, “distratti dalla distrazione nella distrazione.” (in “Four Quartets”).”
Se il lunedì mattina ci svegliamo con un senso di oppressione che non ci lascia fino a quando non riusciamo a distrarci con qualcosa che ci fagocita, non è detto che l’anomalia sia in noi. Questo ce lo ricorda proprio la magia, quella scintilla interiore che ci giunge da un passato talmente antico da averne perso la memoria cosciente, eppure non per questo meno tangibile, meno reale. Qual è
la Visione interiore che ci appartiene davvero? Forse i tempi sono maturi per riappropriarci di flussi energetici e capacità che Mr. McDonald’s vorrebbe continuare ad annullare. Della nostra eredità naturale fa parte lo scoprire che in noi ci sono forze più che sufficienti per riuscire a trovare un posto nel mondo in sintonia con la nostra essenza, e anche per accorgerci che è una battaglia inutile e disperata adeguarci a ritmi e valori che non ci appartengono facendolo col sorriso sulle labbra. Sarà inevitabilmente sempre un sorriso falso, forzato, esattamente come quello che ci rimandano le copertine di certi libri.
Molte fonti spirituali citano la Bellezza, l’Arte, la magnificenza di alcuni paesaggi naturali come strumenti per elevare il proprio stato vitale; non solo, ma anche la propria consapevolezza.
Secondo la Scuola Esoterica di Quarta Via, l’uomo si nutre attraverso tre tipi di alimenti: il cibo, l’aria, le impressioni. Quanto più si scelga con cura per ciascuno di questi elementi, tanto più è possibile incrementare la qualità e la quantità del nostro benessere fisico, mentale, spirituale.
Scegliere cibi compatibili con il nostro metabolismo, meglio ancora che compensino eventuali mancanze o incrementino eventuali potenzialità; respirare profondamente, nella modalità che l’HataYoga definisce respirazione completa, andando ad allargare progressivamente in primo luogo il ventre, in secondo luogo i polmoni, facilitando così un’estensione completa dell’apparato respiratorio; selezionare con cura le impressioni di cui ci circondiamo: le emozioni di cui ci nutriamo, la gradevolezza estetica degli oggetti che acquistiamo per i nostri spazi privati, i libri che leggiamo, i film che andiamo a vedere, i programmi che guardiamo in tv.
Ammettetelo, sembra un progetto sfiancante.
La vita moderna, sovraccitata sopra ogni dire, è frenetica. Eppure questa è la sfida: innalzare il livello di attenzione oltre la normale soglia di presenza. Rimanere consapevoli, presenti, sforzarsi di tramutare il caos in ordine, in bellezza, in armonia. Circondarsi letteralmente di bellezza.
Elogiata Bellezza!
Di cui, forse, abbiamo smarrito il codice.
Gurdjieff, nei suoi viaggi riportati nel libro “Incontri con uomini straordinari” , parla, seppure in toni talora criptici, di monumenti del passato, vestigia dell’antichità, incrociati, talvolta intenzionalmente cercati, edificati secondo antichi codici estetici che miravano a colpire diversi apparati presenti nell’essere umano: i centri istintivo, motorio, emozionale, mentale. In tal modo, chiunque si fosse accostato alla loro sacra presenza, avrebbe potuto ricavarne un messaggio attinente al suo particolare tipo fisico. Un emotivo sarebbe stato colpito dal linguaggio simbolico, un mentale da quello razionale- scientifico e via discorrendo.
Temo che una tale perfezione comunicativa attualmente ci sfugga.
Talora la pubblicità sfiora un livello molto superficiale di questa antica conoscenza, quando, rivestendo più un ruolo di persuasore che di comunicatore, usa determinati stereotipi per colpire diversi tipi di target. Se vi sembra naturale che donne ammalianti e bolidi potenti facciano colpo su tipi psicologici dominati da un forte centro istintivo, che immagini dai contorni morbidi e sfumati, con richiami infantili, catturino tipi più emozionali, pensate a cosa riuscissero a fare certi antichi saggi che, volendo, combinavano quattro differenti tipi di comunicazione nella stessa opera d’arte.
Parliamo di livelli che sfuggono completamente al nostro attuale livello di consapevolezza.
“Naturalmente, i modelli di universo più completi, creati dalle scuole del passato, miravano a combinare formulazioni di ciò che desideravano esprimere in molti linguaggi, in modo da riferirsi a molte o a tutte le funzioni contemporaneamente e così compensavano parzialmente la contraddizione tra i diversi lati della natura umana a cui abbiamo già fatto riferimento. Per esempio, nella cattedrale di Chartres, la lingua della poesia, delle posture, degli aromi, dell’arte e dell’architettura erano combinate con successo e qualcosa di simile sembra essere stato fatto con successo nelle rappresentazioni drammatiche dei Misteri Eleusini. Ancora, in certi casi, per esempio nella Grande Piramide, la lingua dell’architettura sembra essere stata usata non solo per il simbolismo della sua forma, ma al fine di creare in una persona che attraversava l’edificio in un certo modo, una ben precisa serie di impressioni emozionali e di shock che avevano un significato definito in se stessi e che erano calcolati per rivelare la vera natura delle persone ad essi esposte.” (Rodney Collin, “Influenze celesti”, Officina 99- Napoli)
“L’arte non è un sostituto del ricordo di sé, ma l’anima ha bisogno di qualcosa con cui nutrire la sua essenza. Socrate disse: “Tutti gli uomini sono in uno stato di gestazione fisica e spirituale e hanno bisogno di circondarsi di bellezza per poter nutrire la loro nascita.” (Robert Earl Burton, “Il ricordo di sé”, (Ubaldini Editore- Roma)
Infine, per concludere questa prima parte del nostro discorso, ecco alcuni celebri versi di Alfred de Musset:
“Ma la Bellezza è tutto. Platone stesso l’ha detto:
la Bellezza, su questa terra, è la cosa suprema.
È per mostrarcela che è fatto il giorno.
Nulla è bello se non il vero, dice un verso illustre;
ma senza tema d’eresia, io gli rispondo:
nulla è vero se non il bello; nulla è vero senza Bellezza.”
Proprio ieri sera un amico mi ha fatto vedere “The illusionist”, un bel film dell’anno scorso che mi ha colpito per molti versi. In primo luogo, perché mostra più palesemente di tante verbosità, che è davvero sottile il confine fra reale e percepito. In secondo luogo, perché è una bella favola sulla teoria dell’uomo numero quattro, così come ce la raccontano quelli della Quarta Via. Per sintetizzare, la nostra evoluzione si basa su un Super sforzo, una Fatica con la F maiuscola che canalizza le nostre energie sottili verso più alti piani di coscienza, utilizzando come pretesto il raggiungimento di uno scopo in quest’esistenza. Bisogna ardere come una falena in questa vita, tendere al raggiungimento dell’obiettivo o morire nel tentativo. Einsenheim l’illusionista, figlio di un ebanista, userà tutte le sue arti per creare la grande illusione che coprirà la sua fuga, in compagnia della donna amata, da un principe intelligente, ma votato alla violenza. Tutto questo mi fa riflettere sulla cosiddetta teoria ambientale, che sostiene l’influsso di un’inalienabile influenza dell’ambiente in cui viviamo sugli esiti della nostra esistenza. Come dire che un contadino difficilmente supererà i confini della sua casta sociale. C’è da dire che l’odierna società sta rafforzando il concetto di casta. E mi spiace sottolineare che questo accade soprattutto alla nostra cara vecchia Europa, e in particolare alla nostra carissima Italia, dove un laureato spesso non trova niente di meglio che lavorare al Mac Donald. È evidente che, benché inseriti in un contesto democratico che si definisce meritocratico, benefici e privilegi regolano l’accesso ai quadri di comando della società. La classe politica ne è diventata un esempio tangibile. Ci abbiamo impiegato secoli per avanzare da forme di governo autarchiche e limitate a rappresentanze più ampie e condivise del pubblico consenso. Abbiamo lottato per evitare che alcuni privilegi dei governanti assumessero una forma ereditaria e siamo facilmente passati al nepotismo. Di fatto, e dico questo con tristezza, il potere, ancora una volta, oggi si eredita. E il ricambio periodico a cui doveva essere sottoposta la classe politica, che assicurasse una rappresentanza più ampia e meno privilegi a coloro che sono stati chiamati a servirci e non a dominarci, si è trasformato in legislature che durano vite intere, trasferibili ad eventuali eredi di turno. Evviva il re, mi verrebbe da dire, perché di fatto ritorniamo alla monarchia. Sono piccoli re i sindaci a volte arroganti di certi paesotti, incluso il mio, che superano a larghi passi la piazza, rivestiti di un’aura di potere di cui a volte mi sfugge il senso. E, al loro passaggio, la piccola nobiltà locale si fa avanti, per salutare la passeggiata del monarca. Nobiltà resa tale da privilegi e benefici concessi qua e là con lungimiranza, in attesa del tempo del raccolto, che, come si sa, è un tacito accordo per perpetrare la dinastia. Dunque i comuni hanno assunto l’aspetto di tante piccole Versailles. Magari non lo splendore, quantomeno i modi. O tempora! In quest’ottica vedo alcuni fenomeni, il pluricitato Beppe Grillo, l’antesignano Moretti, come segni di un tentativo di evoluzione. C’è aria di rivoluzione, direbbe Battiato. Vedete, il caro Gurdjeff sosteneva che il mondo è destinato ad un’inesorabile evoluzione, che tuttavia ha tempi lentissimi, quei tempi che appartengono alla materia organica di cui siamo fatti. Non scordate che il primo uomo, nella Bibbia, si chiama Adamà, che vuol dire zolla. Una parte di noi è fatta di materia organica. Dove alberghi lo spirito, è altra storia. È ovvio che la Terra proceda verso una graduale evoluzione, che però si srotola lungo tempi lunghissimi, che vanno nell’ordine di miliardi di anni. E la razza umana, nella sua globalità, evolve nell’ordine delle migliaia. Queste sono le catene organiche che ci tengono avvinti alle leggi dell’universo, così come Gurdjeff le concepiva e le trasmetteva. È ovvio che in questo paradigma generale solo gli individui singoli hanno la possibilità di evolvere per se stessi, raggiungendo la completa liberazione anche in una sola esistenza, quando cerchino e incrocino le giuste circostanze. E, trovata la loro visione, essa sarà in grado di influenzare il mondo. In risposta al privilegio dei regnanti, Einsenheim l’illusionista, figlio di un ebanista, userà il potere della sua visione, generato dal suo talento, sostenuto dalla sua essenza, e modificherà il corso della storia, l’inevitabile destino. È una bella favola, ma le favole nascondono semi. Ai soprusi del potere possiamo opporre il potere della visione, e iniziare a cercarne una: la nostra.
 Cos’è la magia? Una domanda primordiale, immagino. Un bisogno istintivo, suppongo. Quello che ci siamo chiesti appena dopo aver saziato la fame e placato il bisogno di sonno e la necessità di una protezione. D'altronde, se la pancia non è piena, non abbiamo neppure il tempo di porci il problema. Dicevo, dunque, che cos’è la magia? Il problema se lo pone anche il piccolo Tim, in “The books of magic” del visionario e geniale Neil Gaiman. Una serie di mentori si farà carico di rispondergli lungo il tragitto. C’è chi poi si definisce mago o si autoproclama sciamano. Non sto dicendo eresie, ve l’assicuro. Qualche anno fa mi hanno raccontato che Patrizio Paoletti, maestro occulto di quarta via, salendo sul palco abbia detto: “Io sono un mago”. Un po’ più creativamente Alan Moore nel giorno del suo quarantesimo compleanno mette su una performance magica basata sul ritrovamento del suo sacco amniotico fra gli effetti personali della madre morta poco tempo prima. E in quella circostanza coglie l’occasione per autoproclamarsi sciamano. A chi gli chiede il perché di un gesto così bizzarro lui risponde con una buona dose di ironia (anche se dà tutta l’impressione di volerci prendere un po’ in giro…!) che aveva bisogno di vaccinarsi da un’incipiente crisi di mezza età che rischiava di lasciargli un bell’esaurimento nervoso.  Proviamo a credergli. Dunque, giusto per non perdere il filo, che cos’è la magia? La magia esiste? Credo di si. A chi pensa che i maghi siano buoni solo a far uscire colombe dal cappello, rispondo che la mente possiede trucchetti più divertenti per disorientarci. Un esempio? Un libro, “Le porte della percezione” di Aldous Huxley. Poi vedrete che scherzetti tira la mescalina. Questo giusto per dire che non abbiamo il potere di modificare la realtà, ma suppongo che possiamo fare qualcosa per modificarne la sua percezione. Da lì, ma il discorso si allunga, potremmo infine arrivare a credere che in fondo la Realtà è SEMPRE stata lì, sotto il palmo del nostro naso, se noi fossimo stati in grado di accorgercene prima… Immagino che questo sia qualcosa che ha a che fare con la magia.  In fondo, sapete, i monaci buddisti che sia aggirano così pacificamente tra di noi, conoscono più di un trucchetto che potrei senza timore di esagerazione definire… magico. Retaggi, pare, dello sciamanesimo Bon che li ha preceduti su quelle terre. Tecniche di respiro per non soccombere per il freddo in una tormenta, rituali per aprire il terzo occhio e permettere di vedere l’aura altrui… Dicevo, dunque, che cos’è la magia? E che legame, se lo ha, la magia possiede con la parola? E se la parola è il Verbo, ed è parola di creazione, ed è creazione, che relazione esiste fra la parola e l’arte? E la magia e l’arte? Lascio vagare qualche domanda. In fondo, non è detto che io possieda tutte le risposte…
Di Anima (del 07/09/2007 @ 20:09:59, in Sul Mito, linkato 311 volte)
Dal Romeo e Giulietta di Shakespeare: I Atto, scena IV. Sono in scena Romeo e Mercutio.ROMEO: Stanotte ho sognato un sogno.[...] MERCUTIO: Oh, vuol dire allora che la regina Maab è venuta a farti visita. È la levatrice delle fate, e se ne viene in forma non più grossa che una pietra d'agata all'indice d'un consigliere comunale, trainata da un equipaggio di piccoli atomi traverso i nasi degli uomini quand'essi giacciono addormentati. I raggi delle sue ruote son fatti di lunghe zampe di ragno; il mantice di ali di cavallette; le tirelle dei più esili fili di ragnatela; i  pettorali dei rugiadosi raggi della luna; il manico della frusta d'un osso di grillo; la sferza appena d'un filamento. Il cocchiere, poi, è un moscerino dalla bigia assisa, non grande neppure a metà quanto il piccolo vermiciattolo arrotolato tratto fuor dal dito pigro d'una fanciulla. Una nocella svuotata è il suo cocchio, lavorato dallo scoiattolo ebanista o dal vecchio lombrico, che da un tempo immemorabile si son fatti carrozzieri delle fate. E in questo arnese ella galoppa ogni notte attraverso il cervello degli amanti, e li fa sognare d'amore; sulle ginocchia dei cortigiani, che così sognan subito di elaborati inchini; sulle dita degli avvocati, che non metton tempo in mezzo a sognar parcelle, sulle labbra delle belle donne, che immantinente sognano baci: ma quelle, incollerita, Maab subito affligge di pustole, da che l'alito loro è guasto dal mangiar troppi confetti. Galoppa ella talvolta sul naso d'un usciere di tribunale, che sogna di snuffiare un processo, e si reca talora con la coda d'un porcellino della decima a fare il solletico sott'al naso d'un parroco addormentato, che sogna d'aggiungersi un altro benefizio. E gira a volte in carrozza attorno al collo d'un soldato, e questi sogna di tagliar gole straniere, e breccie e imboscate e lame spagnuole e brindisi in bicchieri profondi in cinque tese; e d'un tratto, ecco, egli sente rullare il tamburo, e trasalisce e si desta, e, colpito dallo spavento, bestemmia qualche giaculatoria, e subito ripiomba nel sonno.  Questa è la stessa Maab che a notte intreccia le criniere dei cavalli, e stringe dei magici nodi nei loro crini unti e bisunti, che, se districati, portano con sé il malocchio. È lei la maga che quando le fanciulle giacciono in letto con la pancia all'aria, le preme e insegna loro a portare, e le trasforma in donne di bel portamento. Essa è colei... ROMEO: Basta, basta Mercutio, basta! Tu parli del nulla. MERCUTIO: E' vero, io parlo di sogni, che sono i figliuoli d'un cervello ozioso, generati da null'altro se non da un vano fantasticare, e d'una sostanza imponderabile quanto l'aria, e più incostante del vento che pur ora corteggia il gelido seno del settentrione, e che indi, crucciato, muove rivolto il viso al mezzogiorno stillante di rugiada...
Fin dal suo avvio, il progetto Animus et Anima si è proposto come punto di riferimento per una condivisione artistica qualitativamente elevata, dedicata alla messa in evidenza di energie artistiche potenziali e manifeste. Anche – e forse soprattutto – dal confronto critico, è possibile ricavare preziosi spunti per indirizzare al meglio o re-indirizzare la propria creatività, partendo ovviamente dal presupposto che le energie creative vanno continuamente educate, affinate.
E’ in quest’ottica che vanno compresi i servizi editoriali che vi proponiamo, con valutazioni particolareggiate dei vostri testi tese a porne in evidenza – con una lettura a più livelli (linguistico, stilistico, ecc.) – ogni aspetto realizzativo.
In un prossimo futuro sono previste ulteriori iniziative e altri spazi nel sito a disposizione degli artisti. La nostra priorità è offrire e condividere servizi che puntino innanzitutto alla qualità, non alla “quantità”. Non riteniamo utile offrire all’artista servizi a prezzi stracciati che inevitabilmente nascondono valutazioni frettolose e quindi superficiali. Per questo motivo, dopo l’invio dei testi sono previsti circa trenta giorni prima dell’invio della valutazione critica, durante i quali i testi saranno letti e valutati in ogni loro aspetto.
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E Dio disse: Non è bene… Finora Dio aveva visto per ben sette volte che tutto andava molto bene, che era buono, anzi, molto buono. Che cosa accade adesso all’improvviso di non buono? Non è bene che l’adam sia solo: gli farò un aiuto, adatto a lui… Dio ha dunque qualcosa da sistemare, perché l’adam è solo. E si rende conto di questa solitudine dell’uomo osservando gli animali. Dio li formò dall’adamà: gli animali della campagna e gli uccelli del cielo, e li condusse all’adam per vedere come li avrebbe chiamati e, come l’adam avrebbe chiamato ogni essere vivente, così si sarebbero chiamati. Li puoi scorgere davanti a te: l’adam tutto solo fra gli alberi e gli animali. Ha un senso di smarrimento perché non ha ancora trovato il vocabolo albero, per non parlare di quercia e tiglio. E chi sono quelli che sopra, sotto e intorno a lui nuotano e strisciano, pascolano e trottano, ronzano e fanno chiccirichì? Niente ha ancora un nome, e perciò l’adam non riesce ancora a gestire alcunché. Chi sono i gabbiani, chi i leoni? I gabbiani hanno una criniera e i leoni delle ali? Finché niente porta un nome, niente ha collocazione. Ascolta: adesso l’adam sta dando un nome agli animali, nella loro collocazione. Fa come un bambino che nella spiaggia mette ordine nel caos smistando le conchiglie e raggruppandole per tipo. “Tu sei leone e tu gabbiano, tu che hai le ali vivi sull’albero, e tu che hai la criniera ci stai sotto.” Ma le cose sono piuttosto complicate, perché il leone non è solo, c’è un leone che è accanto a lui, che è uguale eppure diverso. Tu sei leone e tu leonessa, dice l’adam e non ha ancora finito di parlare che il leone e la leonessa s’incamminano insieme verso la boscaglia. Sull’albero il gabbiano vola qua e là mentre la femmina sta chiaramente covando qualcosa. Tutt’a un tratto l’adam si sente molto solo. Non ha nessuno capace di pensare e di parlare come lui, nessuno che abbia un nome e gli chieda il suo nome, nessuno cosciente che tutti sono a coppie mentre lui soltanto è solo. Ma per fortuna Dio se ne accorse. E Dio lo considerò non buono: gli farò un aiuto adatto a lui. […] L’adam era stanco del suo solitario rimuginare. Si addormentò e sognò. Che cosa sognò? Non una donna della quale non conosceva ancora l’immagine. O forse già la conosceva? Quella notte Dio creò la donna da una costola che aveva preso all’adam, da uno dei suoi fianchi. Da solo sei limitato. Insieme con un altro- un aiuto che ti si adatti, che ti sia affine, molto vicino- sei completo. Dio creò la donna da uno dei fianchi di adam. Senza un altro, adam è a metà. Essere umano, tu devi avere una dolce metà, qualcosa o qualcuno a cui darti, un uomo, una donna, un amico, un’amica, una vocazione, un lavoro a cui dedicarti, qualcuno adatto a te con cui affinarti, un essere umano da amare e consolare e da cui essere amato e consolato. Dio non creò la donna dalla testa dell’uomo- i rabbini fanno sottilmente notare- perché non si elevasse al di sopra di lui. Tanto meno Dio creò la donna dai piedi dell’uomo, perché non si sentisse a lui sottomessa. Quella notte la donna fu tratta dalla costola dell’adam, perché fossero alla pari.
[…] Dio non ha creato Ish e Ishà nello stesso giorno. I maschi e le femmine dei leoni e dei gabbiani sono stati creati nello stesso giorno. Non così l’uomo e la donna. Dio ha preso fiato nel frattempo. Per questo l’uomo non è un animale al maschile e la donna non è un animale al femminile.
Quando l’adam si sveglio…e così proseguirà d’ora in poi, di generazione in generazione, quando un uomo e una donna si destano nel giardino della vita e si scoprono l’un l’altro. Allora lasceranno il loro padre e la loro madre, si uniranno e saranno un solo essere umano. Non di rado è una faccenda complicata staccarti da coloro che ti hanno dato la vita. E tuo padre e tua madre devono lasciarti libero. Puòp essere un percorso molto solitario. In ogni caso questa è la via che deve essere seguita. Gettiamo ancora una volta un’occhiata su Ish e Ishà. Guarda con quanta naturalezza giocano insieme nel giardino. Sono nudi, ma non si vergognano l’uno dell’altra. E perché dovrebbero? Dio vide che era buono.
Tratto da “Il racconto della Bibbia- Pentateuco” di Nico Ter Linden, Rizzoli (1998)
NICO TER LINDEN, nato nel 1936, è pastore evangelico. Le sue letture bibliche hanno attirato per anni folle immense (composte non solo da fedeli) alla Westerkerk di Amsterdam. Dal 1995 si è ritirato dall’attività pastorale per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Questo libro è il primo di una serie di cinque, che raccontano l’Antico e il Nuovo Testamento. È stato al centro di uno straordinario successo in Olanda (dove ha venduto oltre 130.000 copie) e viene ora tradotto in quattro paesi.

Rainer Maria Rilke (Praga 1875 - Valmont sur Territer - Vaud 1926)
Da "I quaderni di Marte Laurids Brigge"
"...Oh, ma con i versi si fa ben poco, quando li si scrive troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, , raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavamo alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso."...
(tratto da www.teatrodinessuno.it)
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