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Di Anima (del 09/03/2010 @ 22:25:07, in Inconscio e Psiche, linkato 18 volte)

Quanto ha a che fare l'Alice burtoniana con i personaggi che affollano il nostro inconscio?
Tutto direi.
Il Sottomondo, come più propriamente dovrebbe chiamarsi, è il sogno di Alice e per tutto il film la fanciulla ormai diciannovenne non farà altro che ribadirlo.
Difatti quando all'inizio della storia le verrà ripetutamente obiettato che lei non è la vera Alice, più di una volta ribatterà che questo è impossibile, visto che quello è il "suo" sogno.
Decifrare i personaggi di Underworld è come calarsi in un manuale di oniromanzia.
Tutti sono attori del nostro inconscio, parti di noi che recitano nel teatro delle ombre che si svolge di notte.
Tutti concorrono al lavoro costante di decifrazione di noi stessi.
Brucaliffo dirà all'inizio della storia che la fanciulla non è difatti Alice, per poi affermare alla fine del film che finalmente, ecco, ora è lei.
Cosa ha fatto Alice dunque per diventare se stessa?
Si è individuata.
Ha percorso un cammino di recupero di sue parti che erano andate smarrite: la follia, l'audacia, il coraggio, le sei cose che sono impossibili da fare.
Memorabili i due personaggi delle Regine/Sorelle avversarie irriducibili, entrambe al limite della follia: la regina rossa che rappresenta perfettamente il nostro complesso infantile, l'Es, il tutto e subito, ma anche le gelosie non controllate, le ire fulminanti.
L'Io bambino insomma: ecco spiegato quindi il capo esageratamente grosso, rispetto al corpo sproporzionato.
Dall'altra parte la Regina Bianca, così dark, l'Io controllato, il SuperIo direi, difatti amata dai genitori più che l'altra sorella, conformata ai suoi voti ma con un lato oscuro spiccato nel quale sono finite tutte le cose non accettabili, l'ira, la violenza, la rabbia, che riemergono in pulsioni di morte sopite ma non troppo.
Ecco che nella prima sorella spicca il Rosso, la vita, il desiderio, il sangue che pulsa laddove in qualche modo le emozioni non vengono frenate, mentre la seconda predilige un bianco asettico, prossimo al grigiore dovuto all'assenza di vita, all'ossessione, al controllo conpulsivo, che relega la vita nell'ombra e fa dominare la ragione.
Aspetti di noi, dunque?
Chi il migliore, chi il peggiore?
Archetipi anche.
Assoluti e senza ombre.
A questi aggiungiamo la follia del Cappellaio Matto il cui pensare scoordinato solo Alice riesce a fermare tenedogli la testa fra le mani o richiamandolo alla realtà.
Eppure è il Cappellaio che fra tutti riconosce la fanciulla che era stata bambina in modo inequivocabile, poichè i matti, i fools, sono borderline, esseri di confine in contatto con l'Altrove.
E il piccolo Brucaliffo sciamano di quel mondo fuma il suo insensato calumet vaticinando senza senso apparente fino a impartire ad Alice la sua lezione più importante, quella della Morte/Trasformazione.
C'è tutto su questo campo di battaglia che è la grande scacchiera della nostra interioritò, dove la Regina Rossa non verrà uccisa, bensì relegata, così come dovrebbe essere con tutte le funzioni moleste della nostra psiche, perchè nulla va distrutto, ma, potendo, ogni complesso negativo andrebbe tradotto in una funzione utile al nostro sviluppo interiore.
Jung docet.


 
Di Animus (del 25/02/2010 @ 22:23:26, in Cultura e società, linkato 42 volte)
E’ stupefacente un libro come “Crea il lavoro che ami” di Rick Jarow. Per molti motivi, ma forse soprattutto perché è stupefacente – ad esempio – l’affermazione: “Siamo stati condizionati a credere che l’immaginazione sia meno importante e valida della concettualizzazione. Non c’è niente di più lontano dalla realtà.”
Io continuo a chiedermi cosa ci sia di logico nel continuare ad auto-deprimerci con la convinzione che viviamo “in crisi economica” mentre contemporaneamente attraversiamo l’epoca storica di gran lunga più ricca, da un punto di vista materiale. Talmente che con ogni probabilità non ce ne saranno di più ricche, siamo quasi giunti al punto-limite. Eppure “siamo in crisi”e perciò dobbiamo ancor di più immolarci all’altare dell’iper-produzione. Non conta altro, in questa visione tipicamente occidentale, men che meno conta qualsiasi attività creativa che non si traduca in arricchimento quantificabile all’esterno.
Ancora Jarow: “Inibire la capacità individuale di creare immagini è essenziale per inculcare il paradigma della produttività. Perché il fantasticare – il sognare ad occhi aperti, fare lunghe e lente passeggiate e roba del genere – spreca tempo prezioso e “produttivo”. Invece di essere educati alle possibilità e agli usi dell’immaginazione, veniamo incoraggiati a farla defluire attraverso il sifone della televisione.”
Ecco il punto centrale, credo: cos’è davvero produttivo, cos’è più gratificante? Otto ore al giorno dedicate a un lavoro che magari odiamo ma che ci serve per acquistare quei beni che riteniamo irrinunciabili perché così ci ha insegnato la televisione, oppure una passeggiata grazie alla quale ricontattiamo la nostra essenza interiore? E che dire dell’arte? Quanto tempo ed energie investite per far sgorgare poche parole, poche pennellate, pochi suoni? Sono energie sprecate o comunque “inferiori” a quelle investite nel lavoro per il sostentamento materiale?
Poniamocele, queste domande, facciamolo perché siamo ormai arrivati al punto di credere che la vita di chi ha la Ferrari sotto casa sia più degna, bella, in ogni caso “più” della vita di chi non ce l’ha. Personalmente credo che tutte le Ferrari di questo mondo messe insieme non valgano nemmeno un frammento delle consapevolezze acquisite da un maestro spirituale. E voi, cosa credete?
Che l’arte ci aiuti a volgere lo sguardo verso ciò che abbiamo nel cuore, disinteressandoci sempre di più a cosa abbiamo in tasca.
 
Di Animus (del 11/12/2009 @ 20:40:30, in Franco Battiato, linkato 203 volte)

“Che cosa possono le leggi dove regna soltanto il denaro? La giustizia non è altro che una pubblica merce…”. Il nuovo singolo di Battiato ci parla di un’Italia anestetizzata, addomesticata da una pseudo-cultura materialistica ormai dominante. Sarà vero o falso? E’ un’esagerazione? E’ un “lamento politico” mascherato da opera artistica? Come sempre capita, si dice e si dirà di tutto, ma sta di fatto che (anche) Battiato ci invita ad allargare lo sguardo, e lo fa con la forza genuina di un artista decisamente lontano dalle umane e piccole beghe politiche. Ci sono comportamenti che dovrebbero essere condannati sempre e comunque, non c’entra lo schieramento di appartenenza. Semplice a dirsi, ma nel “farsi” sembra proprio che in molti non si riesca a guardare oltre la persona in sé. Questo è grave, molto, perché all’origine di una sistematica confusione: non si riesce più a separare il simbolo dall’atto, e così una persona che agisce in un certo modo viene approvata o condannata a prescindere dagli atti compiuti. Di più: gli atti compiuti vengono addirittura ignorati. “Inneres auge”, il “terzo occhio”, l’occhio interiore che permette di vedere – oltre il piano dell’apparenza – l’aura delle persone. Battiato ci ricorda che le persone andrebbero viste oltre le luci sfavillanti, le giacche-e-cravatte-e-guardie-del-corpo e le fin troppe parole assolutamente vuote di significato che pronunciano. Ma forse, a ben pensarci, tutto questo non accade proprio perché inevitabile frutto di una certa cultura occidentale dominante? Una cultura nella quale ciò che più appare, ciò che più colpisce, in qualche modo viene considerato preferibile, “superiore”. “Con le palpebre chiuse s’intravede un chiarore che con il tempo – e ci vuole pazienza – si apre allo sguardo interiore.” Le palpebre chiuse, il restarsene in disparte per meglio comprendere… sì, sono davvero valori e modi di agire profondamente estranei alla cultura dominante. Ma quel chiarore arriva per tutti, prima o poi, fa parte della Storia. Quella che guarda oltre gli avvenimenti.

 
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11/03/2010 @ 1.18.57
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