Solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare, solo quando il linguaggio scompare si comincia a vedere.” Sono le parole che aprono lo splendido “Il grande silenzio” di Philip Groning, un documentario che qualche anno fa è stato anche un caso cinematografico perché è anomalo che un documentario al di fuori di qualsiasi idea di film alla quale siamo abituati abbia un grande riscontro nelle sale. Nel nostro “immaginario occidentale”, però, fa scalpore ciò che è anomalo ma riesce ad avere un certo successo commerciale, ma risarebbe da chiedersi quanto sia stata apprezzata l’opera in sé, quanto sia stato afferrato il messaggio che il regista ha cercato di trasmettere.
Di certo parlare di silenzio nella nostra società, oggi, vuol dire davvero parlare di una goccia d’acqua in un oceano; per di più una goccia che sembra letteralmente svanire, in una tendenza sempre più marcata al suono, all’invadenza, al rumore. Alla presenza. Ma forse è proprio questo il malinteso di fondo nel quale siamo caduti: credere che essere presenti implichi necessariamente l’invadenza. Anche l’arte, in alcune sue manifestazioni, ci dice che le cose non stanno così. Si può essere amanti che avanzano per riuscire a sedurre la persona amata, oppure si può attendere, si può ascoltare, cogliendo le vibrazioni che attraversano l’aria.
Se ci fate caso, ogni opera d’arte fa anche una scel
ta nell’uno o nell’altro senso, ovviamente assecondando la decisione dell’autore. Ci sono opere che arrivano ad alta velocità (altra fissazione/nevrosi tipica della società contemporanea…) con il preciso scopo di colpire, di invadere ogni spazio disponibile; altre, al contrario, attendono il fruitore, ed è l’attesa di ciò che è consapevole della propria forza al di là della capacità di invadenza.
Estia (Vesta per i romani) era la dea del focolare e del tempio. Poco rappresentata e quindi “poco visibile”, era in realtà una presenza costante e assoluta, simbolizzata dal cerchio e dal fuoco. Il centro, quindi; e la presenza silenziosa al centro.
La parola ha ovviamente un potere immenso, primo tra tutti quello di innescare la creazione (ciò che viene nominato, esiste), ma se so va oltre il nominare, si innesca un processo che invece ben presto si può rivelare superfluo o addirittura dannoso.
Come scrive Barbara Coffani in un bellissimo saggio (che potete trovare su www.ilcerchiodellaluna.it), dedicato alle dee del silenzio, “la parola può solo rendere manifesto, il silenzio invece può rendere manifesto oppure nascondere.” E’ un potere in più, quindi, quello del silenzio, non una mancanza, come di solito siamo abituati a credere.
Facendo riferimento all’approccio all’arte, in un’epoca di ininterrotto bombardamento di stimolazioni (anche) artistiche, il rischio concreto è quello di ritrovarsi incapaci di decifrare, vittime di un ottundimento che livella tutto, davanti ai nostri occhi. Così ciò che ha particolare valore e ciò che è mediocre finiscono con l’equivalersi; di più, il mediocre si eleva perché non abbiamo gli strumenti adatti per riconoscerlo come tale. In una situazione così confusionaria, quale antidoto può essere migliore del silenzio? Rallentiamo fino a fermarci, se necessario, e ascoltiamo. In silenzio.
L’essenziale arriverà a noi senza turbarci, rispettandoci. E finalmente vedremo.