Ho visto recentemente in dvd il film “Lady in the water” del giovane regista indiano Shyamalan, una bellissima favola moderna in cui una creatura dell’acqua si ritrova proiettata nel mondo incredulo di noi umani, in un grande condominio. Comicia così: “Un tempo gli uomini e gli esseri dell’acqua erano in contatto. Loro ci consigliavano, ci parlavano del futuro: gli uomini ascoltavano e le profezie si avveravano. Ma gli uomini non ascoltarono bene come avrebbero dovuto. Il bisogno di possedere tutto li spinse a conquistare terre sempre più lontane dal mare. Il mondo magico degli esseri che vivono nell’oceano e il mondo degli uomini si separarono. Col passare dei secoli, gli esseri dell’acqua non tentarono più di ispirare le nostre azioni. Il mondo degli uomini divenne sempre più violento, le guerre si susseguirono alle guerre poiché non c’era più una guida di saggezza. Ora gli esseri dell’acqua stanno tentando di nuovo di entrare in contatto con noi. Alcuni dei loro preziosi giovani sono stati inviati nel mondo degli uomini, trasportati nel cuore della notte, dove gli uomini vivono. Basta che l’uomo posi gli occhi su di loro e il suo risveglio sarà possibile.”
Separazione, frammentazione. Se esiste un peccato originale, forse è questo. Un tempo eravamo immersi nel Cosmo che ci circonda e ci riempie, consapevoli di essere parte intimamente connessa con il Tutto. Poi, ci siamo sempre più allontanati da questa visione per abbracciare quella opposta della conquista, del possesso, della contrapposizione, spezzando sempre più legami e coltivando dolori sempre più diffusi. Siamo giunti a considerarli inevitabili, dato che abbiamo smarrito la strada originaria. Siamo giunti a credere inevitabili le guerre, la paura del diverso, la difesa di ciò che consideriamo nostro. I muri innalzati hanno sostituito il contatto, ci siamo fidati solo di ciò che era in qualche modo tangibile, misurabile velocemente. E’ stato il tempo del razionalismo scientifico, che ci ha permesso di comunicare in tempo reale con l’altra parte del mondo senza però offrirci strumenti capaci di “percepire” il cuore di chi ci vive accanto. Ma non è compito della scienza “misurare” il cuore né offrire una visione universale. E’ compito, questo, del mito, dell’astrologia, dell’arte, dell’”impalpabile” così spesso deriso o addirittura condannato dal tangibile, dal misurabile. Sembrerebbe perciò quasi uno sberleffo, in un certo senso, lo sviluppo recente – sempre più sorprendente – della fisica quantistica e della biologia molecolare, che ci aprono a una realtà molto diversa da come l’abbiamo intesa fino ad oggi. Forse stiamo davvero, finalmente, ricominciando ad “ascoltare bene”, dopo l’abbaglio della convinzione di poter spiegare tutto rifacendoci a qualcosa di tanto, troppo parziale. E l’ascolto ci porta a percepire la saggezza di una voce che ci travalica e contemporaneamente ci avvolge.