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Mine vaganti
Ieri ho trascorso un buon pomeriggio nel piccolo cinema del paese vedendo "Mine vaganti", il nuovo film del regista Ozpeteck, che ho già amato in "Le fate ignoranti" e in "Cuore sacro".
Questa che mi accingo a scrivere non è una recensione: per questo abbiamo la nostra brava Daniela.
La mia idea è solo quella di comunicarvi le suggestioni che ne ho ricavato in chiave psicologica, come in qualche modo ho già fatto per "ALICE IN THE WONDERLAND". Infatti potete notare che le mie considerazioni sono raccolte in un tag diverso, "Inconscio e Psiche". Devo ammettere che i trailers mi avevano disorientata: tutto sembrava ridursi a un tratteggio in chiave caricaturale della figura del gay in un Meridione ostile e a suo modo arcaio, che appariva più una rimebranza del regista che un Sud reale. Questo tuttavia è solo uno dei molti strati di cui il film è fatto e, fortunatamente, neppure uno dei più interessanti. In fondo le scene in cui lo stereotipo gay- drug queen è giocato come carta comica pervadono un pò tutta la pellicola e aggiungono un tocco di ilarità, sembrando però voler suggerire che il regista ha attinto ad una buona dose di autoironia.
Come spettatrice, invece, ho intuito fortemente il tratteggio di una costellazione familiare alla maniera del buon vecchio Hellinger: in principio fu il peccato, il non detto, il tabù, il segreto celato, alle radici di questo corposo albero geneaologico che durante il film si dipana dinanzi ai nostri occhi attenti. Una donna, una bella donna, ama riamata il fratello del suo futuro marito e da lui viene accompagnata all'altare in un tacito accordo che mira a non violare convenzioni ed aspettative.
Verrebbe da dire che in una Lecce dei primi del 900 ci sarebbe da aspettarselo, eppure sono convinta che ogni epoca ha le sue vittime, sacrificate sull'altare del perbenismo e del conformismo.
Il segreto è taciuto, l'immagine è preservata, ma a che costo? La Sposa non è felice e verrà logorata da un amore impossibile che le toglierà ogni dolcezza. E di che male si ammala? Ironia della sorte, di diabete, lei, a cui viene negata e che si nega ogni vera tenerezza. Il tabù familiare nasce da lì, l'anima si scinde: tutti coloro che verranno dopo saranno compromessi e, a loro modo, schizofrenici, cioè spezzati. Il primo figlio, un maschio, Vincenzo, incarnerà l'involucro vuoto: è un individuo privo di anima, e servirà uno scossone (un infarto) perchè il suo cuore si rompa e possa finalmente essere fecondato. E' lui il figlio e l'erede psicologico del marito fisico, quello che la Sposa ospita senza desiderarlo ogni notte nel suo letto. Il secondo figlio è una femmina, Luciana, una donna che nella svagatezza e nella bizzaria nasconde tracce della sua anima frammentata, ridotta in troppi pezzi da un'educazione repressiva e maschilista. La leggera follia le serve ancora adesso che è più che donna fatta per nascondere, celare e concedersi quello che in qualche modo solo ai fools viene concesso: di aggirare le regole. Servirà la generazione successiva perchè la malattia familiare possa essere guarita: i nipoti nascono per sanare ciò che gli antenati hanno guastato, la diversità fiorisce laddove esiste una lacuna da colmare. Il male di questa famiglia è il conformismo, e i due nipoti della Sposa serviranno per curarlo. Senza sapere, senza volerlo, essi incarneranno la crisi e la sua possibilità di soluzione. Non sono dunque necessariamente vittime, ma attori di uno psicodramma che deve trovare una sua conclusione consapevole. La guarigione è in questo, nella paziente ricostruzione dell'intero mosaico, di ciò che è stato, di ciò che è rimasto nascosto: della fuitina bacchettata di zia Luciana, svampita e ubriacona; dell'amante del padre/padrone Vincenzo, grossolana e ruvida, che la moglie Stefania senza molta sorpresa scopre in ospedale in attegiamento intimo con lui (ma tutto si copre per salvare le apparenze); dell'operaio licenziato che si rivela l'amante del fratello maggiore, Antonio; della natura complessa del fratello più piccolo, Tommaso, scrittore sensibile, che si scopre in grado di amare un uomo e una donna, con sfumature emotive diverse. Al di sopra di tutti, la Sposa/ Nonna, che spinge come una levatrice, alla maniera di Socrate, affinchè chi viene dopo di lei possa partorire la sua Anima, finalmente integra e restituita ai suoi desideri, al di sopra delle aspettattive e delle proiezioni, degli egoismi e delle insensibilità, del bene e del male (reali o percepiti?). Lei ha creato l'incongruenza, la distorsione spazio- temporale, lei usarà tutta la sua vita per guarirla, insegnando ai nipoti come ritrovare la strada perduta, l'amore smarrito, la propria verità. Alla fine, quando ognuno sarà chiarito, almeno a se stesso, lei potrà concedersi la morte tanto agognata, che sarà perfetto atto di psicomagia, come solo il maestro Jodorowsky avrebbe potuto dettare: un dolcissimo naufragare, finalmente senza controllo, ma in totale e consapevole abbandono, nel mare dell'essere integro e vero che, così a lungo, era stata capace di negarsi.

Sottotitolo del film? "L'unica cosa più complicata dell'amore è la famiglia".
Di Anima (del  27/03/2010  @ 20:19:09, in Inconscio e Psiche, linkato 546 volte)
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