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ANIMUS et ANIMA - Lo Spirito delle cose e l'Anima del mondo



"Che tu possa avere dei muri per il vento
un tetto per la pioggia
una tazza di the davanti al fuoco
risate per rallegrarti
quelli che ami accanto a te
e tutto ciò che il tuo cuore desidera."








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Di Animus (del 09/06/2009 @ 18:11:34, in Cultura e società, linkato 75 volte)

“Cari amici, vedete che vi è impossibile persino concepire una comunità umana a misura d’uomo? Vuol dire, forse, che nei vostri cuori non c’è alcuna traccia d’amore per voi stessi e conseguentemente per gli altri e per la vita.” Per me sono le frasi centrali del bellissimo “Lettere dalla Kirghisia” di Silvano Agosti, persona singolare che attraverso la scrittura e la cinematografia ci parla di un possibile “altro” mondo. Talmente diverso da quello al quale siamo abituati che di solito non esitiamo a liquidarlo con il termine perentorio di utopistico. Ma Silvano Agosti sa spiazzarci, e lo fa, mostrandoci – con poche, illuminanti parole – quanto quasi tutto ciò che crediamo inevitabile lo è solo perché non ci offriamo alternative altrettanto realizzabili. E quali sono, queste alternative?

“In Kirghisia nessuno lavora più di tre ore al giorno e il resto del tempo lo dedichiamo alla vita. Quando un qualsiasi cittadino compie i 18 anni gli viene regalata una casa. E se qualcuno desidera fare l’amore, mette un piccolo fiore azzurro sul petto in modo che tutti lo sappiano.”

Utopie? Lo sono, a ben pensarci, solo in una società che accetta valori tutt’altro che inevitabili: la discriminazione, la paura del diverso, l’accumulo di ricchezze materiali, l’egoismo, la sopraffazione reciproca.

“Strano” personaggio, Silvano Agosti: con i suoi tempi pacati e inesorabili, nelle sue opere ci dimostra quanto sia tutt’altro che scontata, una certa società, ma ci dimostra anche e soprattutto, ed è questa la cosa più importante, quanto la società che condanniamo sia semplicemente e tragicamente il frutto delle nostre scelte individuali. Ci sfugge il nesso, chiusi in un egoismo ottuso e ignorante che rifiuta la responsabilità. Da questa gabbia può aiutarci ad uscire la provocazione della “favola kirghisa”, che ci aiuta a guardare oltre la trappola dell’ “io” convinto di essere in qualche modo superiore al “tu”. L’opera di Agosti dimostra invece quanto nessun “io” sia superiore al “tu”, e quanto al di sopra di qualsiasi “io” e “tu” vi sia un “noi” davvero arricchente e illuminante. E’ arte immersa nella società, questa, pronta al confronto costruttivo. Perché l’arte insegna, se ci rende consapevoli del legame indissolubile tra una determinata scelta e le sue dirette o indirette conseguenze. Incalzati ininterrottamente da proclami politici ad effetto e da un’informazione incapace di offrire la benché minima occasione di riflessione sugli avvenimenti, possiamo fermarci e guardare oltre le apparenze. L’arte ci dona questa preziosa occasione, e a ribadirlo sono le stesse “Lettere dalla Kirghisia”: “Basta saper immaginare un’isola, perché quest’isola incominci realmente ad esistere.

Sito ufficiale di Silvano Agosti: www.silvanoagosti.com

 
Di Animus (del 29/01/2009 @ 11:12:37, in Cultura e società, linkato 224 volte)
Ho visto recentemente in dvd il film “Lady in the water” del giovane regista indiano Shyamalan, una bellissima favola moderna in cui una creatura dell’acqua si ritrova proiettata nel mondo incredulo di noi umani, in un grande condominio. Comicia così: “Un tempo gli uomini e gli esseri dell’acqua erano in contatto. Loro ci consigliavano, ci parlavano del futuro: gli uomini ascoltavano e le profezie si avveravano. Ma gli uomini non ascoltarono bene come avrebbero dovuto. Il bisogno di possedere tutto li spinse a conquistare terre sempre più lontane dal mare. Il mondo magico degli esseri che vivono nell’oceano e il mondo degli uomini si separarono. Col passare dei secoli, gli esseri dell’acqua non tentarono più di ispirare le nostre azioni. Il mondo degli uomini divenne sempre più violento, le guerre si susseguirono alle guerre poiché non c’era più una guida di saggezza. Ora gli esseri dell’acqua stanno tentando di nuovo di entrare in contatto con noi. Alcuni dei loro preziosi giovani sono stati inviati nel mondo degli uomini, trasportati nel cuore della notte, dove gli uomini vivono. Basta che l’uomo posi gli occhi su di loro e il suo risveglio sarà possibile.

Separazione, frammentazione. Se esiste un peccato originale, forse è questo. Un tempo eravamo  immersi nel Cosmo che ci circonda e ci riempie, consapevoli di essere parte intimamente connessa con il Tutto. Poi, ci siamo sempre più allontanati da questa visione per abbracciare quella opposta della conquista, del possesso, della contrapposizione, spezzando sempre più legami e coltivando dolori sempre più diffusi. Siamo giunti a considerarli inevitabili, dato che abbiamo smarrito la strada originaria. Siamo giunti a credere inevitabili le guerre, la paura del diverso, la difesa di ciò che consideriamo nostro. I muri innalzati hanno sostituito il contatto, ci siamo fidati solo di ciò che era in qualche modo tangibile, misurabile velocemente. E’ stato il tempo del razionalismo scientifico, che ci ha permesso di comunicare in tempo reale con l’altra parte del mondo senza però offrirci strumenti capaci di “percepire” il cuore di chi ci vive accanto. Ma non è compito della scienza “misurare” il cuore né offrire una visione universale. E’ compito, questo, del mito, dell’astrologia, dell’arte, dell’”impalpabile” così spesso deriso o addirittura condannato dal tangibile, dal misurabile. Sembrerebbe perciò quasi uno sberleffo, in un certo senso, lo sviluppo recente – sempre più sorprendente – della fisica quantistica e della biologia molecolare, che ci aprono a una realtà molto diversa da come l’abbiamo intesa fino ad oggi. Forse stiamo davvero, finalmente, ricominciando ad “ascoltare bene”, dopo l’abbaglio della convinzione di poter spiegare tutto rifacendoci a qualcosa di tanto, troppo parziale. E l’ascolto ci porta a percepire la saggezza di una voce che ci travalica e contemporaneamente ci avvolge.

 
Di Animus (del 22/04/2008 @ 18:02:13, in Cultura e società, linkato 451 volte)
La cultura televisiva è ormai dominante. Una certa cultura televisiva. Quella che bandisce ogni interazione autentica. Non sto certo parlando della possibilità di scegliere con il telecomando questo o quel programma né della possibilità di rispondere alla domanda A del quiz “intelligente” con le opzioni B, C o D. L’approccio al mezzo televisivo è illuminante sul nostro approccio, in generale, ai mezzi di informazione. Vi siete accorti del fatto che già oggi viviamo di informazione più che di qualsiasi altra cosa, e che in futuro sarà una tendenza sempre più marcata? Con uno scenario di mass media sempre più invadenti, “dolcemente aggressivi”, convincenti, quale spazio c’è per una cultura fondata sulla capacità critica e analitica individuale? Certo, è un discorso che non può procedere per assoluti (ogni individualità è comunque frutto di un’infinità di stimoli e insegnamenti che arrivano dall’esterno), ma mi chiedo cosa accade quando le influenze si fanno talmente forti da diventare dominanti. Cosa accade quando la verità ha un unico volto? Questa tendenza ci apre a scenari politici, sociali, economici, ben noti a tutti, ma qui interessa fare un discorso più squisitamente culturale, e quindi vorrei porre in evidenza il pericolo di un appiattimento che disinnesca – lentamente ma inesorabilmente – la capacità individuale di sviluppare chiavi di lettura non accomodanti, non assecondanti aprioristicamente ciò che arriva. E’ una questione di approccio, insomma, e spesso sembra non ci rendiamo conto dell’enorme differenza tra un accostamento passivo e uno invece attivo. E’ una differenza sostanziale. Se le capacità critiche vengono sempre più offuscate da una pseudocultura fatta di veline-soap-cronacanera-nataliinindia-varimetrisoprailcielo e chi più ne ha più ne metta, in una corsa alla mediocrità che è tale soprattutto perché funzionale ad un consumismo che vuole equiparare l’approccio alla cultura a quello di qualsiasi prodotto materiale (acquista-consuma il più velocemente possibile-scarta-acquista...), forse è il caso che si faccia sentire maggiormente anche chi, con rigore e passione, coltiva qualcosa che va oltre i calendari illustrati e una scrittura dimenticata due giorni dopo aver chiuso il libro. Anche da questo punto di vista, internet rappresenta una concreta speranza alternativa all’andazzo generale. C’è spazio davvero per tutto, perciò anche per il rigore di chi prova a dire che è molto più importante far nostre – magari attraverso gli strumenti offerti dall’arte – le chiavi di accesso alla nostra anima per “capirci” e capire, piuttosto che concentrarci sull’arricchimento materiale. E’ uno stile di vita, è un modo di essere come lo è quello di chi accumula ricchezze materiali. Qui non interessa stabilire un “meglio” o un “peggio”, ma affermare che – forse – se non si sceglie, se non si critica, si è davvero più o meno in balìa di chi fa la voce più grossa, suadente perché non abbiamo gli strumenti culturali per leggere tra le righe. E non è il conto in banca ad offrirceli, questi strumenti.
 
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03/07/2009 @ 4.54.28
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