“Che cosa possono le leggi dove regna soltanto il denaro? La giustizia non è altro che una pubblica merce…”. Il nuovo singolo di Battiato ci parla di un’Italia anestetizzata, addomesticata da una pseudo-cultura materialistica ormai dominante. Sarà vero o falso? E’ un’esagerazione? E’ un “lamento politico” mascherato da opera artistica? Come sempre capita, si dice e si dirà di tutto, ma sta di fatto che (anche) Battiato ci invita ad allargare lo sguardo, e lo fa con la forza genuina di un artista decisamente lontano dalle umane e piccole beghe politiche. Ci sono comportamenti che dovrebbero essere condannati sempre e comunque, non c’entra lo schieramento di appartenenza. Semplice a dirsi, ma nel “farsi” sembra proprio che in molti non si riesca a guardare oltre la persona in sé. Questo è grave, molto, perché all’origine di una sistematica confusione: non si riesce più a separare il simbolo dall’atto, e così una persona che agisce in un certo modo viene approvata o condannata a prescindere dagli atti compiuti. Di più: gli atti compiuti vengono addirittura ignorati. “Inneres auge”, il “terzo occhio”, l’occhio interiore che permette di vedere – oltre il piano dell’apparenza – l’aura delle persone. Battiato ci ricorda che le persone andrebbero viste oltre le luci sfavillanti, le giacche-e-cravatte-e-guardie-del-corpo e le fin troppe parole assolutamente vuote di significato che pronunciano. Ma forse, a ben pensarci, tutto questo non accade proprio perché inevitabile frutto di una certa cultura occidentale dominante? Una cultura nella quale ciò che più appare, ciò che più colpisce, in qualche modo viene considerato preferibile, “superiore”. “Con le palpebre chiuse s’intravede un chiarore che con il tempo – e ci vuole pazienza – si apre allo sguardo interiore.” Le palpebre chiuse, il restarsene in disparte per meglio comprendere… sì, sono davvero valori e modi di agire profondamente estranei alla cultura dominante. Ma quel chiarore arriva per tutti, prima o poi, fa parte della Storia. Quella che guarda oltre gli avvenimenti.
“Solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare, solo quando il linguaggio scompare si comincia a vedere.” Sono le parole che aprono lo splendido “Il grande silenzio” di Philip Groning, un documentario che qualche anno fa è stato anche un caso cinematografico perché è anomalo che un documentario al di fuori di qualsiasi idea di film alla quale siamo abituati abbia un grande riscontro nelle sale. Nel nostro “immaginario occidentale”, però, fa scalpore ciò che è anomalo ma riesce ad avere un certo successo commerciale, ma risarebbe da chiedersi quanto sia stata apprezzata l’opera in sé, quanto sia stato afferrato il messaggio che il regista ha cercato di trasmettere. Di certo parlare di silenzio nella nostra società, oggi, vuol dire davvero parlare di una goccia d’acqua in un oceano; per di più una goccia che sembra letteralmente svanire, in una tendenza sempre più marcata al suono, all’invadenza, al rumore. Alla presenza. Ma forse è proprio questo il malinteso di fondo nel quale siamo caduti: credere che essere presenti implichi necessariamente l’invadenza. Anche l’arte, in alcune sue manifestazioni, ci dice che le cose non stanno così. Si può essere amanti che avanzano per riuscire a sedurre la persona amata, oppure si può attendere, si può ascoltare, cogliendo le vibrazioni che attraversano l’aria. Se ci fate caso, ogni opera d’arte fa anche una scelta nell’uno o nell’altro senso, ovviamente assecondando la decisione dell’autore. Ci sono opere che arrivano ad alta velocità (altra fissazione/nevrosi tipica della società contemporanea…) con il preciso scopo di colpire, di invadere ogni spazio disponibile; altre, al contrario, attendono il fruitore, ed è l’attesa di ciò che è consapevole della propria forza al di là della capacità di invadenza. Estia (Vesta per i romani) era la dea del focolare e del tempio. Poco rappresentata e quindi “poco visibile”, era in realtà una presenza costante e assoluta, simbolizzata dal cerchio e dal fuoco. Il centro, quindi; e la presenza silenziosa al centro. La parola ha ovviamente un potere immenso, primo tra tutti quello di innescare la creazione (ciò che viene nominato, esiste), ma se so va oltre il nominare, si innesca un processo che invece ben presto si può rivelare superfluo o addirittura dannoso. Come scrive Barbara Coffani in un bellissimo saggio (che potete trovare su www.ilcerchiodellaluna.it), dedicato alle dee del silenzio, “la parola può solo rendere manifesto, il silenzio invece può rendere manifesto oppure nascondere.” E’ un potere in più, quindi, quello del silenzio, non una mancanza, come di solito siamo abituati a credere. Facendo riferimento all’approccio all’arte, in un’epoca di ininterrotto bombardamento di stimolazioni (anche) artistiche, il rischio concreto è quello di ritrovarsi incapaci di decifrare, vittime di un ottundimento che livella tutto, davanti ai nostri occhi. Così ciò che ha particolare valore e ciò che è mediocre finiscono con l’equivalersi; di più, il mediocre si eleva perché non abbiamo gli strumenti adatti per riconoscerlo come tale. In una situazione così confusionaria, quale antidoto può essere migliore del silenzio? Rallentiamo fino a fermarci, se necessario, e ascoltiamo. In silenzio. L’essenziale arriverà a noi senza turbarci, rispettandoci. E finalmente vedremo.
“Cari amici, vedete che vi è impossibile persino concepire una comunità umana a misura d’uomo? Vuol dire, forse, che nei vostri cuori non c’è alcuna traccia d’amore per voi stessi e conseguentemente per gli altri e per la vita.” Per me sono le frasi centrali del bellissimo “Lettere dalla Kirghisia” di Silvano Agosti, persona singolare che attraverso la scrittura e la cinematografia ci parla di un possibile “altro” mondo. Talmente diverso da quello al quale siamo abituati che di solito non esitiamo a liquidarlo con il termine perentorio di utopistico. Ma Silvano Agosti sa spiazzarci, e lo fa, mostrandoci – con poche, illuminanti parole – quanto quasi tutto ciò che crediamo inevitabile lo è solo perché non ci offriamo alternative altrettanto realizzabili. E quali sono, queste alternative?
“In Kirghisia nessuno lavora più di tre ore al giorno e il resto del tempo lo dedichiamo alla vita. Quando un qualsiasi cittadino compie i 18 anni gli viene regalata una casa. E se qualcuno desidera fare l’amore, mette un piccolo fiore azzurro sul petto in modo che tutti lo sappiano.”
Utopie? Lo sono, a ben pensarci, solo in una società che accetta valori tutt’altro che inevitabili: la discriminazione, la paura del diverso, l’accumulo di ricchezze materiali, l’egoismo, la sopraffazione reciproca.
“Strano” personaggio, Silvano Agosti: con i suoi tempi pacati e inesorabili, nelle sue opere ci dimostra quanto sia tutt’altro che scontata, una certa società, ma ci dimostra anche e soprattutto, ed è questa la cosa più importante, quanto la società che condanniamo sia semplicemente e tragicamente il frutto delle nostre scelte individuali. Ci sfugge il nesso, chiusi in un egoismo ottuso e ignorante che rifiuta la responsabilità. Da questa gabbia può aiutarci ad uscire la provocazione della “favola kirghisa”, che ci aiuta a guardare oltre la trappola dell’ “io” convinto di essere in qualche modo superiore al “tu”. L’opera di Agosti dimostra invece quanto nessun “io” sia superiore al “tu”, e quanto al di sopra di qualsiasi “io” e “tu” vi sia un “noi” davvero arricchente e illuminante. E’ arte immersa nella società, questa, pronta al confronto costruttivo. Perché l’arte insegna, se ci rende consapevoli del legame indissolubile tra una determinata scelta e le sue dirette o indirette conseguenze. Incalzati ininterrottamente da proclami politici ad effetto e da un’informazione incapace di offrire la benché minima occasione di riflessione sugli avvenimenti, possiamo fermarci e guardare oltre le apparenze. L’arte ci dona questa preziosa occasione, e a ribadirlo sono le stesse “Lettere dalla Kirghisia”: “Basta saper immaginare un’isola, perché quest’isola incominci realmente ad esistere.”